Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Il “Medio Oriente” come problema storiografico. Dall’Impero ottomano alle “identità sigillate”

di Mariachiara Giorda

L’importante lavoro di Lorenzo Kamel (The Middle East From Empire to Sealed Identities, Edinburgh University Press, 2019) è un’indagine pluridisciplinare sulla storia culturale, sociale e religiosa del Medio Oriente, volta in primo luogo a decostruire un ampio spettro di radicati stereotipi e tesi semplificatorie diffuse (anche) in una parte non trascurabile della letteratura specialistica. Grazie a un meticoloso rigore filologico, esso propone la ricostruzione di una storia complessa caratterizzata da millenarie realtà locali e troppo spesso semplificata, immaginata e imposta da attori e osservatori esterni alla regione.

La prima – essenziale – questione che l’autore affronta è quella terminologica. A questo riguardo problematizza e contestualizza concetti come “tribù”, “settarismo”, “minoranza”, “maggioranza”, ma anche stato, cittadinanza, capitale, confine, proprietà privata, mostrando la genesi e il significato che ognuno di essi rivestiva e/o ha assunto in Medio Oriente. Proprio quest’ultima espressione è oggetto di particolare interesse. Cosa si intende con essa? Rispondere a tale domanda in un saggio che tratta di Medio Oriente potrebbe sembrare pleonastico, tautologico o paradossale, eppure è utile per motivare l’argomentazione e la ricostruzione storica che segue: la scelta non è semplicemente operativa nel quadro di una consapevolezza relativa alla costruzione occidentale e post-coloniale della regione; essa è frutto dell’obiettivo scientifico dello studioso: rileggere, sotto prospettive differenti, tale costruzione, per comprendere come si è giunti a un oggetto che ha una sua identità non soltanto nella narrazione politica, ma anche nelle analisi accademiche e nei discorsi pubblici.

Prima di rispondere al quesito di ricerca che muove l’intero libro: come si è costruito il Medio Oriente, attraverso quali processi e dinamiche, per mezzo di quali attori e quali sono oggi le conseguenze di questo agglomerato di confini e sub-identità, si è imposta dunque una riflessione sul lessico e sul suo potere di concettualizzare e in questo caso di localizzare entità nate culturalmente. Ricerche recenti hanno mostrato come l’uso del termine “est/Oriente” per indicare l’area sia antico sia nella letteratura europea sia in quella islamica (sharq, mashreq) e come il suo significato etimologico si riferisca a qualche cosa che è connotato geograficamente: come ricorda Kamel (p. 33) nella sua Historia adversum paganos (416 d.C.) lo storico Paolo Orosio, nato nella zona che oggi corrisponde al Portogallo, fece riferimento a una delegazione spagnola basata a Babilonia avvalendosi dell’espressione “medio oriente” che fu peraltro tradotta quattordici secoli dopo dallo storico francese Jospeh Toussaint Reinaud come “le coeur de l’Orient); si tratta dunque di una espressione linguistica che dal latino, al francese, al tedesco di Goethe – con il “Mittler Orient” del suo Divano occidentale-orientale (1819) riferito alla terra di Hafez, la Persia – attraversa la letteratura per secoli. Tuttavia, un punto di svolta nell’uso politico di questa espressione, nonché la relativa costruzione “non neutrale” della regione (come scrive Kamel, ha coinciso, non a caso, con la fase storica a cavallo tra l’Otto-Novecento.

L’obiettivo – centrato – di Kamel è quindi decostruire gli assunti comuni che sono legati al Medio Oriente che in questo libro è identificato con un’area che include Egitto, Giordania, Siria, Libano, Israele, Palestina, Turchia, Iran, Iraq e Arabia Saudita per chiarire gli orizzonti e le prospettive entro cui è possibile osservare questa area geografica, culturale e politica senza cadere nella diffusa trappola, riduzionista, della tesi del costrutto artificiale, che ha sovente generato “semplificazioni” riguardanti l’oggetto stesso. Un percorso storico attraverso alcune tappe importanti: dagli anni Trenta del XIX secolo, allo sviluppo delle “pratiche del millet” (un “sistema del millet”, e cioè delle comunità religiose non musulmane residenti nel territorio dell’Impero ottomano, dall’alto verso il basso, spiega Kamel, non è mai esistito), passando, tra molti altri aspetti, per il “Riformismo islamico”, le Tanzimat, la dichiarazione di Balfour, i trattati che succedettero la prima guerra mondiale, nonché la creazione dei confini degli stati nazione.

Come emerge fin dalle prime pagine, uno dei vantaggi cognitivi che porta con sé un focus analitico centrato sul “Medio Oriente” è legato al fatto che esso rappresenta da sempre un laboratorio privilegiato per una ricerca storica e sociale  sulla diversità culturale e religiosa e sulle identità multiple, sia individuali sia collettive che lì si trovano. Come sostiene l’autore, nel 2003 circa il 40% della popolazione di Baghdād era composta da persone nate da matrimoni misti tra sciiti e sunniti: i cosiddetti “sushis” (p. 3); o ancora, a testimonianza della “coesistenza” perdurante per secoli e poco conflittuale di cristiani, ebrei, musulmani e altri gruppi o confessioni religiose, Kamel ricorda lo studio di Gerard Russell del 2014, Heir to Forgotten Kingdoms, sulla vivacità di alcune “inaccessibili” religioni pagane medio-orientali, quali i mandei, gli zoroastriani, i Kalasha, i Drusi, gli Yazidi e molti altri (Kamel, p. 4). Ciò permette di cancellare e sostituire alcune parole tipicamente legate a questa parte del mondo, quali “fratture” e “divisioni”, con concetti come pluralità e, come suggerisce l’autore nell’Introduzione (p.5) “continuità”, in riferimento al passato millenario e al presente della regione.

Da un punto di vista metodologico lo storico, capace di gestire, anche linguisticamente, una ventina di archivi da Istanbul, ‘Amman, Cairo, ‘Abu Dis, Gerusalemme, Tunisi, Roma, a Londra, New York e Washington, si è lasciato contaminare da altri metodi di indagine propri della ricerca sociale: a una lettura storico-critica di documenti originali e di un’amplissima bibliografia secondaria, si affiancano interviste e una presenza/osservazione etnografica in numerosi dei contesti citati dove Kamel ha trascorso molto tempo negli ultimi anni. Un gioco di rimandi tra molti insiders e un outsider, lo studioso, che diventa spesso insider capace di entrare dentro quelle storie che sta ascoltando e poi raccontando. Una parte essenziale del lavoro che altro non è che la conseguenza, naturale ma non improvvisata, di muoversi sul filo della storia con una costante attenzione e un riferimento continuo al presente, elaborando non una serie di immagini, ma un documentario sulla transizione dall’Impero agli stati nazione, sulla sopravvivenza di forme di convivenze e conflitti tra pratiche culturali, economiche, politiche, sociali e religiose.

Il presente, nonostante – come suggerisce il titolo – le fluide identità del Medio Oriente siano state “sigillate” e riorganizzate in realtà omogenee e confini statici, è caratterizzato da tentativi di questi stessi soggetti di tornare nella “loro” storia, riscoprendo le specificità che per secoli hanno scandito la vita quotidiana locale. E sono questi soggetti e realtà plurali a cui Kamel riesce non solo e non tanto a dare voce, ma a far prendere la voce per raccontarsi e contribuire al superamento di stereotipi e pregiudizi (p. 222), primo fra tutti quello che le guerre in atto che stanno lacerando gran parte della regione stiano generando un processo di stabilizzazione etnocentrica di popoli ed etnie, una sorta di “ordine dal disordine” (p.213). Kamel raccoglie le loro storie, la loro memoria, ma anche il loro diritto a dimenticare e il loro silenzio, con l’intelligenza dello studioso che conosce bene i processi di costruzione culturale collettiva non soltanto esterna (il famigerato Medio Oriente come operazione geopolitica e costrutto culturale, lo spazio dell’“altro” e degli “altri”), ma anche interna. Come ha suggerito Jan Assman nel suo capolavoro del 1992 Das kulturelle Gedächtnis (La memoria culturale), le identità dei popoli (e delle regioni) si costruiscono attraverso la memoria delle violenze subite e l’oblio delle violenze perpetrate. Un processo di psicologia sociale che, nel caso mediorientale, funziona a perfezione.

(Pubblicato il 2 maggio 2019 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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