Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Intellettuali, «utili idioti» e «nemici del popolo». Le mani del Comintern sul Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura del giugno 1935

di Eugenio Di Rienzo

Dal 21 al 25 giugno del 1935, si svolgeva, a Parigi, il «Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura» convocato per edificare una diga contro la barbarie nazista e fascista, che registrava la partecipazione attiva di numerosi intellettuali europei delle più varie tendenze politiche. L’evento, che oggi è possibile ricostruire nel dettaglio grazie al volume curato da Sandra Teroni e Wolfang Klein (Pour la défense de la culture. Les textes du Congrès international des écrivains, Paris, 1935, Presses Universitaires de Dijon), fu gestito dagli organizzatori in modo da trasformare la mobilitazione intellettuale contro le dittature di Hitler e Mussolini in una acritica apologia dell’ideologia marxista e del ruolo egemonico dell’Urss nella lotta contro i fascismi europei.

Fortemente voluta dal Comintern, sul quale ricadeva il peso finanziario dell’iniziativa, l’adunata parigina doveva infatti reclamizzare la svolta politica che aveva portato Stalin ad abbandonare la dottrina del «socialfascismo» a favore della strategia del «fronte popolare». Una svolta che, puntando sull’alleanza tra proletariato e borghesia progressista, aveva favorito, appena un mese prima, il patto di mutua assistenza tra Mosca e Parigi che, in caso di un’aggressione proveniente da un altro Paese europeo, poteva spaziare dalla consultazione all’intervento militare.

Dati questi presupposti, i partecipanti all’incontro parigino erano tenuti ad osservare un protocollo non formalmente ratificato (ma non per questo meno vincolante), secondo il quale potevano essere denunciati gli orrori di ogni regime totalitario, salvo quelli perpetrati dalla Russia comunista. L’Unione Sovietica era infatti il «baluardo della vera cultura», avrebbe sostenuto un confuso poligrafo italiano, come Guglielmo Ferrero, e di conseguenza ogni pensatore onesto aveva il «dovere di difenderla» da ogni critica, persino al di là dell’evidenza dei fatti

Contro questa strumentalizzazione, portata avanti durante i lavori da molti, oscuri funzionari del Pcus ma anche da noti intellettuali, come Bertolt Brecht, Paul Nizan, Louis Aragon, Henri Barbusse (persino André Gide), reagivano, però, altri «chierici» di grande fama: Julien Benda, Robert Musil, Aldous Leonard Huxley. Ma soprattutto Gaetano Salvemini. Lo storico italiano articolava la sua relazione sulla differenza radicale tra società borghesi aperte al «soffio della libertà» e Stati totalitari, di diversa coloritura ideologica, ma tutti costituzionalmente liberticidi.

Da questo punto di vista, poca differenza esisteva tra bolscevismo, fascismo e nazismo e nessuno poteva sentirsi in diritto di «protestare contro la Gestapo e l’Ovra di Mussolini», dimenticando «l’attività criminale della polizia politica sovietica». Nessuno poteva far finta di non sapere che, se in Germania si costruivano lager e in Italia alcune isole erano state trasformate in ergastoli, «nella Russia sovietica vi è la Siberia», tacendo sul fatto che esistevano «proscritti tedeschi, italiani» ma anche più numerosi «proscritti russi».

A Salvemini replicava Ambrogio Donini, accusandolo di aver voluto dividere, con quelle parole, l’unità del fronte antifascista. La disputa non si interrompeva qui e continuava con maggior asprezza sulle pagine di Stato operaio (organo dell’emigrazione comunista in Francia), dove, sempre Donini, sosteneva che il «Prof. Salvemini ha aperto una breccia, attraverso la quale potranno passare il gruppetto di provocatori trotskisti, che trovano la loro unica ragion d’essere nella lotta contro i comunisti, i costruttori del socialismo e l’avanguardia rivoluzionaria del proletariato».

Sul merito di queste calunnie, ribatteva la rivista di «Giustizia e Libertà» (il movimento dell’emigrazione liberalsocialista, vicino a Salvemini), che definiva il Congresso parigino un palcoscenico messo a disposizione della delegazione sovietica, la quale aveva avuto la possibilità di esibirvisi liberamente con «tirate da osteria e tracotanza da caporali».

La contesa rendeva evidente quanto difficile e in fondo assolutamente non praticabile fosse l’alleanza tra antifascismo democratico e antifascismo comunista, come già aveva dimostrato, nel settembre 1931, la furibonda polemica intrapresa da Togliatti contro Carlo Rosselli.  Sempre sulle pagine di Stato operaio, il «compagno Ercole Ercoli» aveva definito il fondatore di «Giustizia e Libertà» un piccolo intellettuale borghese, irretito nell’armeggio ideologico e nel doppiogioco politico, il quale aveva intrapreso la scellerata operazione di creare una forza autonoma dal comunismo, sul terreno della lotta contro il fascismo. Nessun credito il proletariato doveva, quindi, dare al «ricco dilettante Rosselli» ma anzi guardarsi dalla sua propaganda che mistificava «la purezza della posizione rivoluzionaria di un intellettuale povero, come Gobetti».

Di lì a qualche anno, le armi della critica cedevano il passo alla critica delle armi nel corso della lotta intestina tra le forze antifasciste europee, che avrebbe avuto come teatro la Spagna sconvolta dal conflitto civile. Nel giugno 1937, Carlo Rosselli e il fratello, Nello, furono trucidati da una formazione dell’estrema destra francese, al soldo dell’intellligence militare italiana, ma anche fortemente infiltrata dalla famigerata Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (progenitore del Kgb), artefice della «grande purga» contro gli avversari di Stalin dentro e fuori i confini dell’Urss, che culminerà, nel 1940, con l’uccisione di Trotskij.

Il Cremlino non tollerava dunque nessuna concorrenza a sinistra. Né, da parte loro, il Segretario generale del Partito Comunista d’Italia e i suoi accoliti tolleravano che esponenti della cultura liberale, di alta levatura europea, partecipassero alla «guerra santa contro il nazifascismo». Già nel settembre del 1931, Benedetto Croce, al rientro da un viaggio a Parigi, informava Giovanni Laterza di aver letto sullo Stato operaio un articolo di Giorgio Amendola «che mi rappresenta come il grande avversario del proletariato, cioè del comunismo».

(Pubblicato l’8 agosto 2018 – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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