Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Gioacchino Volpe, la disfatta di Caporetto e l’anatomia di una Nazione malata

di Vincenzo Pinto

La nuova edizione del volume di Gioacchino Volpe dedicato alla rotta di Caporetto, curato da Andrea Ungari, è l’occasione di ripensare a un secolo di distanza il problema dell’Unità nazionale, riproposto pochi decenni dopo l’8 settembre 1943 e tuttora argo­mento di discussione di fronte ai processi globali di ridefinizione etnica, culturale ed eco­nomica del nostro Paese. Nel saggio edito per la prima volta nel 1930, Volpe indaga le ragioni della sconfitta militare italiana, evi­tando di accanirsi contro i limiti personali di Cadorna, ma puntando – come fa giustamente notare Eugenio Di Rienzo nel lungo saggio in­troduttivo – a individuare i “veleni” diffusi nel paese che poi avrebbe costretto il “malato italiano” alla “cura fascista” del dopoguerra. Il testo di Volpe ripercorre la storia italiana dall’inizio del 1917 sino alla fine della guerra. Lo storico si concentra soprattutto sulla di­stanza esistente tra i combattenti in trincea e gli ufficiali del Comando supremo militare) e il fronte interno (i politici contrari alla guer­ra), all’insegna di una mancata integrazione tra le varie parti del popolo italiano, che avrà luogo solo dopo la sconfitta di Caporetto.

La parabola inizia con la descrizione del quadro interno, caratterizzato da una percezione ne­gativa della guerra alimentata da una “massa varia e incoerente, la massa dei deboli”. I vele­ni iniettati dalle retrovie infettano la truppa e, uniti a indubbi errori dell’Alto Comando, porta­no alla ritirata strategica verso il Piave. Al punto più basso (le fughe, le diserzioni, la “grande paura”, ecc.) farà seguito alla resistenza vittoriosa e alla “restaurazione”. “E pur tuttavia – os­serva in conclusione Volpe – Caporetto, creato, un po­co, da noi stessi, come cinquanta anni prima Custoza e Lissa, come venti anni prima Adua; Caporetto rimase e ancora rimane, e ogni tan­to noi italiani ce lo vediamo buttato fra i piedi da quanti hanno interesse a fermarci sulla nostra strada. Ma l’impresa diventa sempre più difficile. L’Italia, dopo essersi quasi ravvisata in Caporetto, ha ritrovato il Piave e Vittorio Veneto, cioè la coscienza della Vittoria”.

Che cosa resta a distanza di un secolo del testo su Caporetto? Una testimonianza importante di quale fu lo stato d’animo generale diffuso nel­l’Italia postbellica e la ricerca di capri espia­tori. Volpe è convinto che la vittoria sia di tut­ti e la sconfitta altrettanto: puntare il dito con­tro singoli responsabili (come Cadorna) oppure contro le “ataviche debolezze” del milite ita­liano sono solo pretesti incapaci di osservare i movimenti profondi della storia, cioè la len­ta e difficoltosa formazione di una coscienza nazionale fra le masse “inerti” e “indifferen­ti”. Al di là dell’afflato etico-politico, lo stori­co avanza una lettura psico-fisiolo­gica delle cause della sconfitta: l’Italia è un corpo che va curato e liberato dai suoi “vele­ni”. Toccherà poi al fascismo assumere le ve­sti del “medico-guaritore”.

(Pubblicato il 14 aprile 2018 – © «Il Foglio»)

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