Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

“Nazionalismo liquido” e ritorno dei confini in Europa

di Francesco Caccamo

Pochi temi sono così attuali e stimolanti come quelli affrontati da Stefano Bianchini nel suo Liquid Nationalism and State Partitions in Europe, edito da Edward Elgar Publishing alla fine dello scorso anno. Negli ultimi anni il panorama europeo è stato in effetti agitato dal diffondersi di crisi collegabili al fenomeno del nazionalismo, con il prepotente riemergere di rivendicazioni territoriali giustificate su base etnica e il moltiplicarsi di tentativi di secessione o di riunificazione. Il pensiero corre inevitabilmente agli sviluppi verificatisi in Ucraina dal 2013, con la proclamazione dell’unione della Crimea alla Russia, le pulsioni separatiste del Donbass e l’incancrenirsi di un conflitto in apparenza a bassa intensità, ma che in realtà finora ha causato più di 10.000 vittime. Le tensioni non si manifestano però solo nell’Europa orientale, con buona pace di quanti hanno mostrato di considerare la degenerazione nazionalista o la “balcanizzazione” come tipiche di questa regione. Se vogliamo, l’elemento di maggiore novità è il manifestarsi di problemi legati all’identità nazionale anche nella parte occidentale del continente, dove si riteneva fossero stati definitivamente superati nel quadro del processo di integrazione europea. D’obbligo sono i riferimenti all’ormai cronica impasse tra valloni e fiamminghi in Belgio, al referendum catalano e alla stessa Brexit, con le conseguenze che potrà produrre in Irlanda del Nord o in Scozia.

Nell’introduzione di carattere storico-concettuale che occupa la prima parte del volume, Bianchini sottolinea come il processo di creazione delle identità nazionali si affermò nel corso dell’Ottocento con una forte carica libertaria e rivoluzionaria. Grazie a una spiccata capacità di adattamento e al suo carattere fluido, se non “liquido”, il nazionalismo delle origini svolse una funzione decisiva nello scardinare l’ordine tradizionale dell’antico regime e nel plasmare una modernizzazione caratterizzata dall’accesso delle masse al potere politico, dall’allargamento del suffragio, dall’estensione dell’istruzione, dallo sviluppo di nuove forme di produzione e di comunicazione. Bianchini è tuttavia netto nel sostenere che col passare del tempo si delineò un’inversione di tendenza: il nazionalismo divenne uno strumento di potenza e di dominio nelle mani delle nuove classi dirigenti borghesi, mentre dal punto di vista concettuale si identificava in maniera sempre più esclusiva con il criterio etnico-linguistico. Come conseguenza lo stato nazionale divenne una sorta di proiezione dell’etnia maggioritaria, considerando con sospetto le minoranze di razza, lingua o religione e alternando nei loro confronti tentativi di assimilazione o di espulsione.

Questo processo involutivo, percepibile in nuce sin dall’Ottocento, fu scandito dalle grandi crisi che sconvolsero l’Europa nel secolo seguente. Ancora in occasione della prima guerra mondiale l’ideale dell’emancipazione dei popoli riuscì a incanalare le aspettative di rinnovamento, dando una spinta decisiva all’abbattimento degli imperi multinazionali e dinastici che erano sopravvissuti nella parte orientale del continente. Tuttavia al momento di definire il cosiddetto ordine di Versailles il concetto di autodeterminazione e il principio di nazionalità ricevettero un’applicazione solo parziale o distorta. Sotto l’impulso dei Quattordici punti del presidente statunitense Wilson, il criterio etnico-linguistico ricevette in astratto una definitiva consacrazione, venendo elevato a fonte di legittimità per i nuovi stati dell’Europa centrale e orientale; nella pratica autodeterminazione e principio di nazionalità finirono però per essere subordinati a interessi egoistici, ad appetiti espansionistici, come anche al desiderio dei vincitori di punire gli sconfitti ed evitare la loro ripresa.

Questo orientamento si esplicitò in maniera ancora più netta nel periodo interbellico e durante la seconda guerra mondiale, sotto l’impulso delle politiche revisioniste perseguite da Germania e Italia e con l’identificazione del Nuovo Ordine Europeo con le teorie razziste e antisemite destinate a sfociare nella Shoah. Nel frattempo in URSS le politiche di korenizacija o indigenizzazione elaborate all’epoca della NEP per permettere alle varie componenti nazionali di mantenere una certa autonomia lasciavano spazio a una visione nazionalista grande russa dalle implicazioni tragiche: basti pensare allo Holodomor in Ucraina e ai trasferimenti forzosi delle più varie popolazioni nello spazio sovietico. Per dirla con l’autore, «la rapacità territoriale e le preferenze politiche etniche trasformarono le ideologie nazionaliste in un veicolo di razzismo, di pulizia etnica, e in uno strumento delle politiche di potenza. La loro applicazione fu perseguita in maniera cinica e con ogni mezzo, compresi la violenza, i crimini contro l’umanità e il genocidio».

Dopo gli sconvolgimenti verificatisi in occasione dei due conflitti mondiali, con il crollo del blocco sovietico nel 1989 si è aperta una nuova fase. La crisi dei regimi dell’Est ha fatto sì che la ricerca di vie nazionali al socialismo lasciasse il campo al perseguimento da parte delle più varie entità della completa indipendenza, mentre una schiera di ex funzionari di partito o uomini di apparato strumentalizzava le rivendicazioni di tipo nazionale per guadagnare legittimità e consenso. Altrettanto influente era l’esempio fornito nel cuore dell’Europa dalla Germania, che portava a compimento una riunificazione giustificata su basi etniche. Erano queste le premesse sulle quale si doveva pervenire nel giro di un breve arco di tempo alla disgregazione delle tre federazioni strutturatesi nell’ambito del sistema socialista, l’URSS, la Jugoslavia e la Cecoslovacchia: una disgregazione che si è realizzata in maniera pacifica solo nell’ultimo caso, con il cosiddetto divorzio di velluto, ma che ha visto esplodere tensioni e conflitti localizzati nel caso sovietico e che è stata segnata da una sanguinosa guerra di successione in quello jugoslavo.

Come si rileva nella seconda parte del volume, quella riguardante più direttamente l’attualità, la crisi apertasi in Europa nel 1989 non può essere considerata conclusa. Semmai essa è stata complicata dal sopravvenire di nuove sfide. Da una parte, le incognite lasciate aperte nei Balcani occidentali dagli accordi di Dayton, Ohrid e Kumanovo e l’aggravarsi dei contrasti che affliggono lo spazio post-sovietico (conflitto russo-ucraino in primis) hanno trovato un pendant nelle tensioni nazionali emergenti all’interno di vari paesi dell’Europa occidentale e nell’affermazione trasversale di partiti e movimenti nazionalisti, populisti, “sovranisti”. Dall’altra parte l’irrompere della globalizzazione ha messo in evidenza l’inadeguatezza di sistemi economici dalle dimensioni limitate, ha accelerato i fenomeni di sincretismo culturale e ha suscitato movimenti migratori di proporzioni inimmaginabili rispetto al passato. In queste circostanze Bianchini non ha dubbi: «le categorie ottocentesche dei processi di costruzione nazionale e della “libertà dei popoli”, per quanto contraddittorie, sono ancora valide e applicabili nel ventunesimo secolo? Nella sostanza, la risposta è negativa». A suo giudizio, la categoria di Stato nazionale è ormai antiquata, i valori tradizionali come patriottismo, patria, famiglia o nazione «sono oggettivamente in liquefazione», mentre «le speranze di ristabilire “corpi solidi” in via di evaporazione» non possono che produrre nuove tensioni.

Forse con una fuga in avanti, l’appello conclusivo è a oltrepassare il perimetro dello stato nazione tenendo conto di relazioni basate sul meticciato, sui comportamenti nomadici, su una nuova concezione dei diritti civili, ridefinendo il contenuto di democrazia in maniera coerente con le richieste per una governance transnazionale. Per quanto riguarda l’Unione Europea, la strada da seguire consisterebbe nel superare l’approccio funzionalista sulla base degli stimoli introdotti da Schengen, dalla moneta comune e dal programma Erasmus, rilanciando il processo di espansione a Est, favorendo l’integrazione degli immigrati di recente arrivo e permettendo la formazione di una nuova leadership autenticamente transnazionale.

(Pubblicato il 13 marzo 2018 – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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