Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Risorgimento e Mezzogiorno. Dell’uso e dell’abuso della Storia nella Vita

di Paolo L. Bernardini

La polemica innescata da Luigi Morrone dalle pagine di “La nostra storia” di Dino Messina, ovvero da un pulpito di rilievo nazionale, merita alcune riflessione. Parafrasando Nietzsche, non esiste più un’utilità e un danno della Storia per la vita, ma esiste, ed è sempre esistito, un uso politico della Storia. Uso, e abuso, che purtroppo hanno spesso impedito la realizzazione del sogno di Leopold von Ranke, ovvero lo scoprire, e il narrare, di conseguenza, “wie es eigentlich gewesen ist”, ovvero, “che cosa davvero sia accaduto”, nel passato. Le questioni che si aprono sono molteplici, perfino ontologiche: siamo sicuri che il passato sia semplicemente stato come “il presente”, un presente che non è più? E’ ontologicamente legittimo trattarlo come tale? O si tratta di dimensioni dell’essere diverse, cosa che – tra l’altro – rende assai difficile lo stesso mestiere dello storico? Nel concetto di “Wesen” vi è quello di “essenza”, che mostra bene come Ranke credesse ad una identità ontologica tra passato e presente, identità che ora però i filosofi mettono in discussione. Aldilà di questo, l’uso politico della Storia condanna la Storia stessa alla peggiore delle dimensioni ancillari. Innanzi tutto, per tornare a Nietzsche, esiste certo una dimensione “erudita”. A cui personalmente, dal punto di vista del filologo, credo moltissimo. Ma esiste una dimensione “interpretativa”, ed è un vero peccato che il termine “revisione” – e il suo correlato soggettivo, “revisionista” – abbiano assunto connotati negativi.

Tutta la storiografia più valida, è revisione di quella fatta in precedenza. “Ri-vede” il passato attraverso nuove lenti, lenti che assumono viepiù valore, se guardano a nuovi documenti. Certamente, in un momento in cui le tensioni tra centro e periferia, in Italia, mostrano bene le tensioni, che nascono con l’Unità, tra centralismo e federalismo, e poi tra centralismo e indipendentismo, si corre il rischio di perdere la dimensione “scientifica” del far Storia, o meglio, del far Storiografia. La neutralità è al centro della Storiografia che ambisca allo status di scienza. Nel passato italiano – ma ovviamente non solo italiano – la lettura parziale di episodi può far inclinare per un loro “uso” che rende poco onore ai protagonisti (e vittime) di quelle che sono tragedie, di solito. Prendiamo Pontelandolfo, la strage sabauda del 14 agosto 1861; chi è anti-centralista – il sottoscritto tra questi – potrebbe facilmente utilizzarla evidenziando gli orrori compiuti dai soldati piemontesi ai danni della popolazione civile; mentre un centralista giustificherebbe la rappresaglia sulla base degli orrori compiuti dai patrioti (“briganti”) locali in precedenza verso le truppe sabaude. Ma alla fine, cosa sappiamo di più di questo episodio? Ben poco. Ma alla fine, è necessario davvero saperne di più? In politica, sarebbe bene che valesse il principio secondo cui i morti devono riposare in pace, principio che noi storici non applichiamo per nulla, altrimenti verrebbe meno il nostro mestiere.

Detto altrimenti: se vi fossero rivendicazioni indipendentistiche nel Meridione, Sicilia o Napoli, poco veramente importerebbe di Bronte e Pontelandolfo; anche se i soldati sabaudi avessero offerto ai locali gianduiotti (anziché bruciarli vivi), i movimenti scissionistici del Sud potrebbero dormire sonni tranquilli; per quanto la politica talora si arrampichi sugli specchi del passato – che riflettono immagini di orrori – essa deve rivolgersi per prima cosa al presente, e poi al futuro; un futuro cui poco cale, a fortiori rispetto al presente, di cosa veramente sia accaduto a Bronte e Pontelandolfo. La Storiografia deve far proprie le categorie di “a-valutatività” di Weber, alla fine. Proprio perché non può far altro. Nel momento in cui si impegna nel discorso politico, o lo fa in un’arena politico-ideologica, come il sottoscritto, e non in quella scientifica, o se lo fa in quest’ultima, rischia il ridicolo, proprio perché si illude che una manipolazione del passato possa davvero condizionare il presente.

Per fortuna i morti generalmente non influiscono sui vivi. Ad esempio, se una società di storici contemporaneisti che si chiama SISSCO, si lamenta che istituire una giornata della memoria per le vittime sabaude in meridione rischi di co-onestare una visione dell’unificazione nazionale come “conquista sabauda”, entra nel ridicolo. Che cosa fu, se non una “conquista sabauda”? Le annessioni di territori si hanno o per conquista militare, o per dedizione, o devoluzione: non risulta che vi sia stata né dedizione, né devoluzione, per quel che riguarda la conquista, appunto, sabauda, del regno delle due Sicilie. Ma ripeto, fosse stata pure una dedizione (come per i territori veneti nei riguardi della Serenissima) o di una devoluzione (come per Mantova estinti i Gonzaga nei confronti dell’Impero) – e una sorta di “dedizione” riguardò la Toscana in età risorgimentale, e non solo quella, ovviamente – non potrebbe condizionare il presente: se la Sicilia volesse diventare indipendente, il peso del passato sarebbe davvero leggero rispetto alle aspettative per l’avvenire, e ai cambiamenti per il presente. Questa presa di posizione ricorda quella degli storici che rifiutarono di chiamare il periodo tra il settembre 1943 e il maggio 1945 (per fermarci a questa data), una guerra civile. E cosa fu se non una guerra civile? Poi arrivò Claudio Pavone e la terribile locuzione “guerra civile”, che coglieva perfettamente la realtà, venne sdoganata; ma siamo nel 1992! Sottacere delle stragi rosse dell’Italia repubblicana per decenni ha portato all’esplosione del fenomeno Pansa, e alla fine, sommersi dal successo di opere non scientifiche, ma evidentemente basate su documenti, non abbiamo neanche ben chiaro, di nuovo, “che cosa sia veramente successo”. Povero Ranke, decano degli Storici tedeschi, e non solo di quelli.

La politica si deve nutrire del presente. Il passato – così mi pare – è sempre un cibo indigesto. La contingenza – il presente – e la speranza – il futuro, sono il sale della politica. Solo che quando storici si prestano a co-onestare visioni, o centralistiche, o indipendentistiche, in modo parziale, suscitano reazioni uguale e contrarie. Per questo non dovrebbero farlo. Si vuole istituire un giorno della memoria per tutti i “briganti”? Si cominci a non chiamarli più briganti, ma alla fine, nemmeno patrioti. Proviamo a chiamarli “individui”, in omaggio a questo semplice concetto liberale.

Poi agli storici sia lecito glossare: ad esempio, la contrapposizione tra Veneto e Roma sui vaccini. Mentre le nuove, giovani e belle star della politica – totalmente ignoranti, sia del passato, sia del presente – invitano il Veneto a conformarsi “alle leggi nazionali” – la questione porta la mente dello storico al Settecento. E’ vero che le truppe francesi introdussero la vaccinazione sistematica, causando molte vittime; ma forse salvando anche molti. Ma in Veneto si sperimentò, già ad inizio Settecento, l’inoculazione del vaiolo. La Serenissima, patria di ogni avanguardia. Certamente. Ma dovesse ricrearsi una repubblica veneta, sarebbe al presente, e al futuro, che i leader dovranno guardare. Il passato è un paese straniero. Gli storici devono essere le guide in questo paese. E nient’altro. Se poi entrano nell’agone politico, meglio dismettano gli ingombranti panni dello Storico. Come quando il mio idolo calcistico Gianni Rivera entrò in Parlamento. Appese, per sempre, le scarpette al chiodo. E dire che nella nazionale dei parlamentari non avrebbe sfigurato…

(Pubblicato il 7 settembre 2017 – © «Corriere della Sera»)

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