Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Perché Aleksandr Dugin non è l’«ideologo di Putin»

di Eugenio Di Rienzo

Molto spazio ha avuto nel circuito mediatico la recente visita in Italia del politologo russo, Aleksandr Dugin, che durante il suo soggiorno si è incontrato con il leader della Lega Matteo Salvini e che è stato sbrigativamente etichettato dalla nostra stampa come l’«ideologo di Putin». Etichetta questa che ritorna anche in una recente, per certi versi interessante raccolta di studi (Rinascita di un Impero. La Russia di Vladimir Putin), pubblicata dalle edizioni “Circolo Proudhon”, con la prefazione del fondatore del movimento «Nouvelle Droite», Alain de Benoist. Conviene, dunque, cercare di sapere di più e meglio su questo personaggio che pare destinato ad assumere nell’opinione pubblica mondiale, complice la superficialità e la tendenziosità dell’informazione, il ruolo di un “nuovo Rasputin” guida spirituale del risveglio imperiale della Russia e “eminenza grigia” del “nuovo zar Vladimir I”.

In estrema sintesi si può dire che il pensiero di Dugin rappresenta l’aggiornamento e la modernizzazione della “dottrina eurasista” sviluppatasi, in Russia, a pochi anni di distanza dalla presa di potere del partito bolscevico. Tra 1920 e 1921 comparvero alcuni volumi, opera di esponenti dell’emigrazione intellettuale russa, che si rifacevamo alla categoria di Evrasijstvo («Eurasismo»). L’Europa e l’umanità, Esodo verso Oriente, Sulla via, Russia e latinità costituivano i manifesti dell’Eurasismo conservatore che faceva capo al gruppo costituito da Nikolaj Trubeckoj e dai suoi seguaci: Roman Jakobson, Georgij Florovskij, Dmitrij Svjatopolsk‐Mirskij, Georgij Vernadskij, Petr Savickij. Si trattava di un movimento avverso alla Rivoluzione d’ottobre, considerata da questi studiosi il culmine del processo di occidentalizzazione che aveva investito la Russia dopo le riforme di Pietro il Grande ma non pregiudizialmente ostile al bolscevismo che questi stessi intellettuali vedevano come una reazione nazionale e popolare contro lo scandalo e l’eresia della «Russia-Europa».

Il saggio Smena Vech, pubblicato a Praga nel 1921, sotto l’egida del cenacolo guidato da Nikolaj Ustrjalov, si distingueva invece per l’aperta simpatia verso il terremoto politico del 1917. Ambedue i rami del movimento eurasista insistevano sulla necessità di enfatizzare il carattere peculiare della cultura russa, di preservarla dall’abbraccio mortale del «cosmopolitismo europeo» e dello «sciovinismo romano-germanico», di riscoprirne e valorizzarne le radici orientali (bizantine, uralo-altaiche, mongole).  Il primo si limitava, tuttavia, a esprimere la volontà di comprendere il significato della catastrofe politica del 1917 nella storia russa, mentre il secondo partiva dall’assunto che il sistema sovietico, forte, autoritario, dispotico, s’inseriva pienamente nel solco della tradizione del loro Paese ed era in grado di realizzare gli obiettivi mancati dal regime zarista.

Gli Eurasisti di sinistra consideravano la rivoluzione come una nuova affermazione del carattere e antioccidentale della cultura politica nazionale e auspicavano che la Russia iniziasse un nuovo «esodo verso Oriente non più sotto l’egida dell’autocrazia zarista, ma sotto il palladio della ideocrazia sovietica», poiché il bolscevismo era l’unica forza in grado di ristabilire  la Velikaja Derzhava («Grande Potenza») russa e di restaurarne il prestigio.  Ustrjalov gettava, in questo modo, le basi del nazional-bolscevismo russo, sostenendo che la rivoluzione bolscevica era «nazionale», perché, dopo aver oltrepassato gli obiettivi dell’utopia comunista, aveva instaurato un potere statale forte e aveva cercato di ripristinare l’integrità territoriale del sistema imperiale dei Romanov, cercando di rinnovarne la spinta propulsiva verso l’Asia. Per Ustrjalov i bolscevichi, «rossi fuori e bianchi dentro», erano solo degli slavofili di nuova generazione che avevano affermato una sorta di etnocentrismo rivoluzionario al fine di ricostituire l’unità dell’Eurasia.

Gli Smenovechovcy, con un passato politico, che li aveva visti militare nell’estrema destra del Partito Costituzionale Democratico, invitavano gli emigrati a riconoscere il regime dei Soviet con l’obiettivo di far nascere una nuova Russia sviluppata economicamente, grazie alla nascita di un moderno capitalismo di Stato e di un sistema sociale che avrebbe dovuto ispirarsi al corporativismo dell’Italia mussoliniana. Il carattere spurio e contraddittorio di questo connubio tra Eurasisti di sinistra e bolscevismo emerse con abbacinante evidenza quando Ustrjalov e una parte dei suoi accoliti aderirono al movimento fascista russo, fondato alla metà degli anni Venti da Konstantin Rodzaevskij tra gli emigrati russi di Harbin in Manciuria, adottando il concetto  pseudo hegeliano di «post-rivoluzione» secondo il quale se alla tesi (Impero zarista) era seguita l’antitesi (Unione Sovietica) non poteva non svilupparsi una sintesi  rappresentata dall’«Impero nazional-socialista».

Che il pensiero di Dugin «discenda per li rami» dalla lezione di Ustrjalov appare chiaramente non solo dalla lettura delle sue opere (e in particolare dal pamphlet del 1997, Fascismo, senza frontiere e rosso), ma  dalla sua attività politica che nel 1993 lo vide fondare contro Boris El’cin il Partito Nazional-Bolscevico, di chiara ispirazione nazista,  insieme allo scrittore  Eduard Limonov,  e dalle sue esternazioni dove si  auspicava l’avvento in Russia di «un fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente, combinazione del naturale conservatorismo nazionale con un appassionato desiderio di veri cambiamenti».

Avvicinatosi alla cerchia di Putin, da lui dipinto come una reincarnazione di Ivan il Terribile, in grado di rinnovare lo status imperiale della Russia come Potenza eurasiatica e di respingere le minacce  provenienti da occidente, nel 2005 Dugin cambiò radicalmente idea sull’inquilino del Cremlino, dopo averlo accusato di essere il profeta di un «falso eurasiatismo vuoto di contenuti». Nulla, infatti, lega l’ideologia di Dugin ai principi ispiratori della politica dell’attuale premier della Federazione Russa. Né, sicuramente, il giudizio storico su fascismo e nazismo. Né il civettare di Dugin con le frange islamiste del mondo arabo, turco e iraniano.  Né, tantomeno, la sua idiosincrasia antioccidentale, il suo progetto di arrivare al definitivo distacco della Russia dall’Europa e di perseguire, allo stesso tempo, l’umiliazione dell’Impero statunitense. Né, soprattutto, le aperte simpatie per il modello autocratico zarista o nazi-stalinista che nulla ha a che vedere con quello della «democrazia governante» propugnato da Putin e dal gruppo liberale di Grigorij Javlinskij. Un modello naturalmente osteggiato da Dugin, dai nazionalisti di Vladimir Zhirinovskij, dai neo-comunisti di Gennadij Zjuganov e da altri ancora più inquietanti attori della scena politica moscovita.

Il migliore testimone di questo stato di cose è d’altra parte proprio Dugin, che, in una serie di dichiarazioni rilasciate al settimanale tedesco «Der Spiegel», ha accusato il Presidente della Federazione Russa «di aver perduto l’Ucraina, per la sua ignavia, di essere troppo accondiscendente con Unione Europea e Stati Uniti, di aver adottato nel conflitto ucraino una politica “debole” e sempre soltanto “reattiva”», per poi confessare «di non aver mai conosciuto Putin personalmente, di non aver nessuna influenza su di lui, di avergli spesso scritto appelli che non hanno mai ricevuto risposta, di aver perduto il suo posto di professore universitario per responsabilità del Cremlino e di temere attualmente per la sua vita». Purtroppo invece, nel mondo occidentale, la leggenda di Dugin «cervello di Putin» è divenuta moneta corrente, per tendenziosità russofoba o per semplice ignoranza di politici e di addetti del mondo dell’informazione, nessuno dei quali, evidentemente, ha mai letto l’intervista, apparsa alla fine dello scorso anno sul sito «Lugrar.net», dove l’intellettuale russo paragonava Putin a un «traditore della patria russa» e gli augurava di  «fare la stessa fine di Gheddafi».

Quale è allora la morale della favola? Credo sia quella che ci raccomanda di usare la massima cautela in un momento di così grave tensione internazionale, quando le parole si possono trasformare, troppo facilmente, in pietre affilate. Nel bene e nel male, con le sue virtù e i suoi difetti, con i suoi valori e le sue contraddizioni, con le sue grandezze e le sue miserie, la galassia Russia va conosciuta profondamente prima di poterla giudicare, se non si vogliono recidere i legami con un popolo che per il suo passato e per il suo avvenire è stato e sarà sempre parte integrante della storia europea. Questo è l’auspicio di alcuni autorevoli studiosi francesi che hanno firmato l’appello pubblicato da «Le Monde», Il est temps de refonder une école française de pensée stratégique sur la Russie. Un richiamo, indirizzato alla comunità intellettuale francese, dove si sosteneva che «se dopo l’insorgere della crisi ucraina la demonizzazione della Russia ha relegato l’opinione pubblica, il sistema mediatico e persino i più influenti circoli politici e finanziari in un vicolo cieco culturale, ora è tempo che a tutti coloro cui sono delegate le grandi scelte strategiche siamo messe a disposizione analisi obiettive, diverse da quelle faziose, elaborate da gruppi di pressione che si sono moltiplicati negli ultimi anni e che cercano di manipolare la nostra percezione del presente per condizionare il nostro futuro».

Consigli di lettura

M. Agurskij, La Terza Roma. Il nazionalbolscevismo in Unione Sovietica, Bologna, il Mulino, 1989

S. Kulešov-V. Strada, Il fascismo russo, Venezia, Marsilio, 1998

A. Ingram, Alexander Dugin: Geopolitics and Neo-Fascism in Post-Soviet Russia, in «Political Geography», 20, 2001, 8, pp. 1029-1051

M. Laruelle (ed.), Russian Nationalism and the National Reassertion of Russia, New York, Routledge, 2009

H. Carrère d’Encausse, La Russia tra due mondi, Roma, Salerno Editrice, 2011

A. Ferrari, La foresta e la steppa. Il mito dell’Eurasia nella cultura russa, Milano-Udine, Mimesis, 2012

E. Carrère, Limonov, Milano, Adelphi, 2012

P. Borgognone, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Padova, Zambon Editore, 2015

Il est temps de refonder une école française de pensée stratégique sur la Russie, 2 juin 2016

M. Boffa, La vera forza di Putin. Qualcuno spieghi all’Occidente perché i Russi continuano a sostenere il loro Presidente, «Il Foglio Quotidiano», 8 giugno 2015

(Pubblicato il 30 giugno 2015 – © «Il Corriere della Sera» – La nostra storia)

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