Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Gioacchino Volpe e Benedetto Croce. Amici per la storia e avversari per la politica

di Gerardo Nicolosi

“La storia ci unisce e la realtà politica ci divide, un poco”. Lettere di Gioacchino Volpe a Benedetto Croce 1900-1927 che compare nella collana Minima Storiografica. Piccola Biblioteca di “Nuova Rivista Storica”, edita dalla Società Editrice Dante Alighieri (acquistabile anche sul sito dell’editore), è il titolo del volume curato da Eugenio Di Rienzo che raccoglie più di ottanta lettere che testimoniano la vicinanza scientifica e la stima umana che legarono per anni due tra i più grandi intellettuali italiani del «Secolo breve». Come si legge nella densa introduzione al volume, si trattò di un’amicizia che però non resse alla prova della politica, quando, dopo il 1925, Croce e Volpe si ritrovarono sugli opposti lidi dell’antifascismo e del fascismo.

Anche nella temperie della Grande Guerra, l’interventista Volpe aveva scritto al neutralista Croce di una realtà politica che li stava dividendo, mentre l’amore per la storia li teneva uniti, ma dopo il delitto Matteotti la frattura diventava insanabile. Come lo stesso Di Rienzo ha ricostruito nel suo recente Benedetto Croce. Gli anni del fascismo (Rubbettino, 2021) dopo aver votato la fiducia al governo Mussolini durante la crisi parlamentare susseguente l’omicidio Matteotti, il filosofo passò decisamente all’opposizione, diventando da quel momento il punto di riferimento per tutto l’antifascismo italiano. Al contrario, Volpe ebbe un percorso tutto interno al regime, svolgendo un importante ruolo intellettuale e rimanendo sicuramente fedele ad esso, e molto spesso non perfettamente allineato con le direttive di Palazzo Venezia soprattutto dopo il 1941.

Lo storico e il filosofo furono su posizioni opposte, in seno a quella vera e propria diaspora che interessò gran parte del mondo della cultura italiana. La tesi di Di Rienzo è che si trattò dunque di frattura sostanzialmente politica, sebbene Croce avesse fatto di tutto per farla passare per un dissidio che interessava due diverse concezioni storiografiche (indicativa è l’ultima lettera di Croce pubblicata, datata 28 agosto 1927), criticando duramente la produzione dell’amico ora divenuto un avversario, da distruggere anche sul piano intellettuale. Il fitto carteggio dimostra proprio una grande disparità di giudizio tra i tempi in cui nasceva la collaborazione, quando Croce riteneva Volpe uno dei migliori storici della sua generazione, e gli anni del fascismo. Una lettera di Croce del 19 gennaio del 1905 è eloquente dell’apprezzamento di Croce:

Caro Volpe, vi rinnovo la preghiera già datavi. La Critica s’intitola rivista di letteratura, filosofia e storia. Ora se alla filosofia e letteratura provvediamo abbastanza il Gentile ed io, la storia è stata finora un po’ trascurata. Né mi è facile trovare collaboratori intonati al nostro modo di pensare. Ma voi siete perfettamente nel nostro ordine d’idee: rappresentate quell’indirizzo di studi storici che bisogna far prevalere in Italia pel decoro del nostro Paese e per la sua posizione scientifica rispetto all’estero. Voi potete dunque aiutare a colmare la lacuna. Basterà che mi mandiate 4 o 5 articoli l’anno, tra recensioni e varietà, concernenti problemi generali di storia, e tutto sarà in regola. Contiamo dunque su di voi.

Come spiega Di Rienzo, Volpe era in quella fase l’unico analista del passato che, sulle orme della Memoria di Croce e del Saggio di Labriola, entrambi del 1896, aveva recepito la revisione del materialismo storico, tramutandolo in «metodo critico», e rifiutandone la trasformazione in «filosofia della storia» (come per un tratto era accaduto a Gentile) o in «semplicismo sociologico» (come era successo ad Achille Loria, Gino Arias, Gaetano Salvemini).

Da parte sua Volpe nel 1907 riconosceva l’apporto fondamentale del direttore de «La Critica» per aver introdotto «il convincimento della imprescindibile necessità di mettere un fondo solido di coltura e di ricerche economiche a base di ogni seria trattazione di fatti sociali: e ciò, indipendentemente da qualunque concezione rigida di materialismo storico che il Labriola, a forza di revisioni e riduzioni e temperamenti, intendeva molto a suo modo», in secca alternativa «alle formule, agli schemi, da qualunque parte venissero, di filosofi, sociologi, storici». Di Rienzo riporta poi un importante passo di Croce risalente al 1920, in cui si esprimeva in questi termini:

La seria opera storiografica si manifestò veramente in alcuni studiosi; che formarono come una scuola, una scuola, chiamata poi “scuola economico giuridica” ed erano giovani educatisi agli studi storici tra il 1890 e il 1900, e tutti o quasi tutti, da più al meno, infervorati pel socialismo, e che tutti ricevettero dalla dottrina del materialismo storico profonda impressione, la quale rimase determinante per la loro vita mentale. Passione politica e una certa tal quale filosofia tra materialistica e dialettica si congiunsero in costoro con l’abito del ricercatore e filologo, e ne venne fuori un tipo nuovo, conforme ai nuovi tempi. Per vigore d’ingegno, calore d’animo e doti di scrittori, il più notevole della scuola è il Volpe. Per egli, ciò che è reale, non è già l’astratto elemento, ma il processo del quale esso è un fluido momento, e nemmeno mai il momento dominante, perché quel che domina davvero è il processo stesso. Onde a ragione il Volpe, pur adoperando la parola “causa”, non vuol sapere di “cause uniche”, ma s’immerge nella varietà considerando il “Comune” medioevale come niente altro che un nome collettivo, che designa forme svariate e modi svariati di formazione, dei quali è perfino arduo dare una classificazione per sussidio all’ordinamento e all’uso della massa dei fatti. Le indagini dell’Einaudi, del Prato e di altri sulla economia, le finanze e la società piemontese al finire del Settecento, gli fanno esclamare con soddisfazione: “Non più ci ronzano all’orecchio le rime obbligate del vecchio sonetto: privilegi della nobiltà e del clero; oppressione della piccola e media proprietà sotto il peso degli oneri feudali ed ecclesiastici; gravezze e sperequazioni tributarie enormi; odiosa politica economica dello Stato; ardore di liberà e desiderio diffuso di radicali innovazioni, e simili”; ma si delinea, alfine, la genuina, la particolareggiata realtà: che le oppressioni, se mai, erano compiute dagli affittuari di terre, e insomma dalla borghesia, a danno non meno della nobiltà che del contadiname, e da ciò il favore che i ceti borghesi dettero presto alla rivoluzione di Francia e il disfavore e la resistenza delle altre due classi. Il quale amore pel particolare e preciso si manifesta nel Volpe anche in forma polemica, nelle critiche che muove alla “geometria” e al “formulario”, al “giuoco delle rigide categorie economiche”, esaminando l’opera dell’Arias sui Comuni, o quella del Caggese.

Il lungo e proficuo sodalizio intellettuale fu messo in crisi dal trionfo del fascismo, nonostante Volpe avesse fornito quel modello di «storia generale» che – sostiene Di Rienzo – dopo il 1945 fu assunto come principio ispiratore non solo dalla storiografia liberale (e qui il riferimento d’obbligo è a Rosario Romeo), ma anche dalla cosiddetta «sinistra storiografica»: Aldo Romano, Luigi Dal Pane, Giorgio Candeloro, Renato Zangheri, Gastone Manacorda, Giorgio Spini, Rosario Villari, Mario Mirri, Marino Berengo e perfino Ernesto Ragionieri.

Nella interpretazione del curatore dunque è solo il fascismo la causa della disparità del giudizio tra il Volpe del 1922, del 1923, del 1924, e il Volpe del 1925, del 1926, del 1927, quando il filosofo prese definitivamente atto del consolidarsi della dittatura. Se il primo giudizio esaltava il Volpe «liberale», sia pure nella versione «nazional-liberale», studioso di punta della nuova storiografia italiana, l’altro, invece, condannava il Volpe «fascista», «considerato poco meno che un vecchio residuo di quella storiografia economico-giuridica, corretta e peggiorata dall’apporto di Heinrich von Treitschke e degli altri teorici tedeschi dello Stato potenza – autori per altro estranei a Volpe con i quali Croce, invece, aveva a lungo flirtato – che il trionfo della storiografia idealistica, nella sua variante etico politica, avrebbe dovuto seppellire nella terra sconsacrata degli pseudoconcetti». In un numero de «La Critica» del 1929, così, infatti, si esprimeva Croce:

Nel Medioevo tanto moto senza posa del Volpe, invece di far sentire la potenza del pensiero e della volontà umana, lascia un’impressione deprimente, come di forza impulsiva e soverchiante. Le medesime osservazioni sarebbero da ripetere per l’altro libro recente del Volpe, la storia dell’Italia dall’ultimo mezzo secolo, nella quale, come dice il titolo, L’Italia cammina; ma non pensa, non sogna, non medita, non si critica, non soffre né gioisce: cammina. Le trasformazioni morali e culturali, i problemi e le soluzioni della filosofia, le espressioni della poesia e della letteratura, le ragioni dei dibattiti circa la politica e le forme politiche, queste, e le altre cose come queste, rimangono estranee all’autore. Lo stesso concetto nazionalistico, al quale par che il Volpe voglia attenersi, non diventa il suo proprio e intimo criterio, e magari il suo fanatismo, nel qual caso, se non una storia, si sarebbe avuta una favola più o meno bella; chi egli prende all’incirca e con temperamenti, e non con l’assolutezza del sistema o della passione. Se il Volpe, che mostrava talune attitudini di storico, sforzandosi di uscire dal materialismo storico e dalla scuola economico-giuridica, si è cacciato in una via che lo rimena sostanzialmente al materialismo storico, non crediamo che ci sia da sperare molto che da uomini educati a quel modo possa venire, per potenziamento o per crisi, la nuova storiografia o la collaborazione alla nuova storiografia: tanto più che essi ricevettero quella dottrina bella e fatta, come un canone da applicare, e non si provarono a ripensarla filosoficamente, aprendo l’adito nelle loro menti ai dubbi e alle eventuali eversioni e sostituzioni. Il nuovo pensiero storico italiano li lascia, dunque, indietro come prove di un indirizzo fallito.

Giudizio «ingiusto e tendenzioso», secondo il curatore, che porta a suffragio della sua tesi anche testimonianze coeve, e che faceva parte di una «strategia demolitoria messa in atto con accanimento da Croce, della quale sarebbe possibile citare molti episodi noti e meno noti».

A riprova della distanza esistente tra i due intellettuali, si legge nell’introduzione che nel 1939, il filosofo prendeva addirittura a pretesto un breve intervento di Volpe nell’ambito dei «Giovedì della Poesia» di Sanremo, poi trascritto forse anche in maniera imprecisa sul «Meridiano di Roma», in cui, oltre a rammentare qualche ricordo di infanzia, si affrontava il tema del rapporto tra poesia e storia – «anche lo storico come il poeta deve avere una visione o un concetto della vita, una interpretazione del mondo» scriveva Volpe – e che si concludeva con un «malaccorto accenno relativo alla rinascenza poetica dell’Italia fascista». Secondo Di Rienzo, difficile non vedere in quell’intervento un riferimento elogiativo alla poesia di Ungaretti, di Montale, alla stagione dell’ermetismo, che, come noto, Croce aveva ignorato e che poi liquiderà in maniera stroncatoria, così come attesta un suo giudizio tratto dai «Quaderni della “Critica”» del 1948, Intorno all’uso e abuso del concetto di “simbolo” nel giudizio della poesia), in cui espressamente Croce scriveva di «ciarlatanesimo» e di «morbosa fissazione» e di «una malattia dei tempi nostri, che è trascorsa dal Rimbaud al Mallarmé, ai quali oggi si unisce un’infilzata di nomi francesi, italiani e tedeschi, che non trascrivo perché non voglio offendere ne irridere uomini che stimo illusi, tra i quali c’è perfino qualche mio amico personale».

Ma il punctum dolens della questione era quanto Volpe aveva scritto sul rapporto tra poesia e storia, così infatti si intitolava la nota apparsa sulla «La Critica» del 1939, in cui Croce si spendeva in un severissimo giudizio, chiedendosi:

se l’autore di questa conferenza sia il medesimo Prof. Volpe, che, in un tempo ancora lontano, ebbi a questa rivista contributore di saggi storici, allora, secondo il tempo, notevoli e pregevoli e ricchi di speranza; e, posto che sia il medesimo, come mai sia avuto il disgregamento di cervello, e persino di eloquio, che da parecchi anni si avverte nel suo stracco lavorare e che si mostra aperto, e direi senza ritegno, nelle pagine che abbiamo esaminate? Ma è una domanda alla quale sarei impacciato a rispondere, perché mi farebbe ravvolgere in congetture. Il fatto resta quello che è, non senza tristezza del riguardante.

Toni accesi che a Di Rienzo ricordano la rottura con Gentile, che a proposito di Croce scriveva nel 1941 della sua inclinazione a considerare gli avversari come «fantocci che hanno perduto ogni carattere di umanità», tanto da essere esposti al ludibrio senza neppure quella «elementare simpatia onde ogni uomo guarda sempre ad un altro uomo».

Nel luglio del 1939 tuttavia Volpe rispondeva a Croce con una lettera inviata al «Meridiano di Roma», lettera, precisa Di Rienzo, «da dove era ormai scomparso ogni rincrescimento per la perdita di un rapporto, ieri forte e di intima intesa, ma ormai finito e malamente finito». Così Volpe:

Potrei chiedere al critico: valeva la pena di sciupare quasi due pagine di una rivista come la Critica, che, così sottile come è, lo spazio non dovrebbe sciuparlo, per menar la ferula su le spalle di un povero untorello come sono io in fatto di poesia, filosofia, critica, estetica? È stato generoso attaccar l’avversario sopra un campo in cui egli è entrato quasi per giuoco, mentre si poteva attaccarlo – e l’occasione non mancava- in altro campo che è a lui più familiare e proprio in quello dove veramente egli potrebbe misurarsi, difendersi e offendendo? Ma preferisco rispondere alla ingenerosità mia: sì, il testo che Croce ha avuto sotto gli occhi, meritava, qua e là, qualche interrogativo ed esclamativo (vuol dire che poi il Croce vi ha aggiunto un po’ di spirito sofistico, un po’ di buona volontà di dimostrare che nell’Italia di oggi ogni nobile attività spirituale è in decadenza, un po’ di gusto di sfottere qualcuno, per esempio me, anzi me più di altri, e ne sono venute fuori le quasi due pagine della Critica). Perciò, ecco, al posto di un testo raffazzonato, il testo vero, salve, naturalmente, le differenze fra ciò che si dice quasi a braccio e ciò che poi si mette in ordine su la carta. Non che io desideri e ancor meno speri con ciò di placare il mio cerbero e indurlo a rallentare la presa. Un critico come lui non si troverà imbarazzato a dimostrare, sì a dimostrare, che l’è pezo el tacon ch’él buso. Ma se sciocchezze hanno proprio da essere, siano sciocchezze mie, veramente dette da me e come le ho dette io. E dopo ciò, non avrei altro da aggiungere: se non ringraziar Voi dell’ospitalità, chiedere perdonanza al Re della critica e dire “non lo faccio più”. Ma prima di chiudere e ringraziarvi, voglio cercar di rispondere a due domande che Croce si fa o fa altrui, suggerite da nobile interessamento per la mia modesta persona: il prof. Volpe che scrive oggi qual che scrive è quello stesso prof. Volpe che, “in tempo lontano”, egli, Croce, ebbe collaboratore della sua rivista? E se è la stessa persona, come si spiega “il disgregamento di cervello, e persino di eloquio” che da tempo si avverte in lui, nel suo “stracco lavorare?”. Facile è la risposta alla prima domanda: sì, è proprio la stessa persona, con in più una certa coscienza di non avere, da allora, perso proprio il suo tempo. Più difficile è rispondere alla seconda. Ma qualche lume può venire da una semplice constatazione di fatto. Il mio “disgregamento” è di data recente. Il “tempo lontano” in cui ero un bravo e promettente figliolo, non è proprio tanto lontano. Ancora nel 1921 o 1922, la mia collaborazione, non che accettata, era gradita e sollecitata. Poi comincia il disgregamento. Quella data può suggerire qualcosa. Il disgregamento cresce – e ne ebbi subito la segnalazione da parte dell’ottimo Croce – dopo il 1928 o 1929, cioè dopo che io consumai quello che i suoi amici – relata refero – giudicarono il mio “tradimento” verso di lui, dopo la critica del resto assai temperata, alla sua Storia d’Italia, intendo dire agli ultimi capitoli, che a me parvero chiusi ad ogni intelligenza dell’Italia di dopo guerra e, per riflesso, di prima guerra. Ed è certo che, col tempo, questo disgregamento crescerà. E crescerà, non c’è da dubitarne, nelle proporzioni stesse in cui crescerà il disfacimento di Croce, del resto assai avanzato, nonostante i grossi tomi.

Un dissidio che trova un momento di parziale, ma solo parziale, ricomposizione nella lezione tenuta da Croce nel 1950 davanti agli allievi dell’Istituto Italiano di Studi Storici di Napoli, in cui spiegava il motivo del suo rifiuto di soffermarsi sulla storia d’Italia degli ultimi vent’anni, un passo che contiene forse l’essenza stessa della storiografia di matrice liberale. Parole di Croce e relativa annotazione a margine di Volpe, che sono tutte da leggere e da meditare.

In quella conferenza, Croce sosteneva, a proposito della sua indisponibilità a redigere una storia d’Italia dell’ultimo ventennio, che: «se a un simile lavoro mi fossi risoluto o se potessi mai risolvermi, si stia tranquilli che non dipingerei mai un quadro tutto in nero, tutto vergogne ed orrori, e poiché la storia è storia di quel che l’uomo ha prodotto di positivo, e non un catalogo di negatività e d’inconcludente pessimismo, toccherei del male solo per accenni necessari al nesso del racconto, e darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo, o alle buone intenzioni e ai tentativi, e altresì renderei giustizia aperta a coloro che si dettero al nuovo regime, mossi non da bassi affetti, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene non sorretti dalla necessaria critica, come accade negli spiriti immaturi e giovanili». In margine al passo di questa lezione (riprodotto nella raccolta Storiografia e idealità morale), Gioacchino Volpe, vergava questa frase: «E’ che altro è “fare la storia”?»

(Pubblicato il 29 novembre 2021 © «Corriere della Sera» - La nostra storia)

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