Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La “galassia-Destra” in Italia dopo il 1945. Dal revanscismo nostalgico al torysmo incompiuto

di Christian Leone

Il volume di Andrea Ungari e Giuseppe Parlato, Le destre nell’Italia del secondo dopoguerra. Dal qualunquismo ad Alleanza Nazionale (Rubbettino Editore), è uno studio di straordinaria importanza per chiunque voglia analizzare la fisionomia della vasta ed eterogenea galassia della destra italiana. Dal qualunquismo di Giannini al Congresso di Fiuggi, passando per la storia del Movimento Sociale Italiano (MIS) e la lenta, progressiva, inarrestabile, dissoluzione dei partiti monarchici, gli autori ne ricostruiscono, con estrema chiarezza e linearità l’evoluzione e la fisionomia delle molteplici e variegate forze che l’hanno composta.

Sono molte, infatti, le compagini appartenenti a quest’area politica e non tutte hanno, come erroneamente si crede, una matrice neofascista. Ad essere scandagliati non sono soltanto i partiti ma anche quelle rappresentative riviste storiche, nelle quali è possibile riscontrare mentalità e stati d’animo, come il “Candido” di Mosca e Guareschi e “Il Borghese” di Longanesi e Tedeschi. Giuseppe Parlato e Andrea Ungari presentano al lettore un quadro organico in cui vengono messe in risalto le idee, gli uomini, i programmi, i riferimenti culturali di forze politiche non solo tra loro differenti ma che presentano anche grandi divergenze interne. Gli autori riescono, quindi, a trasformare un quadro intrinsecamente disarmonico in un’opera sinergica in cui affinità e differenze si fondono in un lavoro sistematico.

Il titolo del libro è estremamente indicativo e rappresenta al meglio lo scopo predisposto dagli autori. Le destre in Italia, infatti, sono tante: c’è una destra monarchica, una liberale, una conservatrice, una nazionalista, una neo-fascista. Il progetto di creare un’unica grande destra, benché periodicamente ricorrente, resterà sempre e solo sulla carta. Giuseppe Parlato e Andrea Ungari ricostruiscono, con dovizia di particolari e ampia documentazione, la nascita, lo sviluppo e gli esiti di queste molteplici forze politiche.

L’opera dedica inizialmente ampio spazio all’organizzazione delle destre nell’immediato dopoguerra. Il Movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini rappresenta la prima forza politica di destra nella storia repubblicana. Il qualunquismo, fenomeno ancora oggi poco conosciuto e il cui termine viene spesso usato a sproposito, si presenta subito come la «riscossa dell’uomo comune» stanco tanto del fascismo quanto della «dittatura del CNL». Nell’idea di Giannini lo Stato deve semplicemente amministrare, restando così fuori da qualsiasi altro tema di carattere etico, sociale o economico. Il Movimento dell’Uomo qualunque, tuttavia, nonostante gli importanti spunti e un notevole successo iniziale, con la fine del fronte antifascista e la contrapposizione tra i due blocchi, sparì definitivamente dalla scena politica italiana.

È proprio nel clima insanguinato derivante dalla guerra civile che si riorganizzano i reduci di Salò e gli orfani del Re. Nel periodo immediatamente successivo al crollo del fascismo la situazione per i sopravvissuti è estremamente precaria: di quelli rimasti vivi tanti sono in prigione, altri ancora nei campi di concentramento alleati, alcuni alla macchia e molti, privati di ogni bene, sono caduti in rovina. In un clima simile, impossibilitati ad esprimersi, la preoccupazione maggiore per i superstiti del ventennio è la sopravvivenza fisica. Dopo alcune infiltrazioni in altre formazioni politiche tanto i reduci di Salò quanto i monarchici decidono di riorganizzarsi e dar vita a partiti autonomi.

Il testo ripercorre le diverse fasi che connotano la nascita di queste nuove compagini, mettendone in evidenza le problematiche interne ed esterne, le aspirazioni e le divisioni. Gli autori mettono bene in luce i periodi di sviluppo e di stallo dei rispettivi movimenti e i loro rapporti con gli altri partiti politici, specialmente con la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Il ruolo di Togliatti nell’amnistia, il tentativo, effettuato in sordina, di recuperare i giovani fascisti da parte del Pci e della Dc, l’attività della rivista “Il pensiero nazionale” di Ruinas, le diatribe interne dei Congressi, i molteplici partiti monarchici, la funzione del partito liberale, sono tutti argomenti trattati con estrema precisione e che contribuiscono a tracciare un racconto organico delle destre italiane.

Inseriti, dunque, nel contesto del secondo dopoguerra vengono delineati i principali caratteri di quelle organizzazioni politiche che cercarono una legittimazione nel nuovo Stato repubblicano e democratico. Tanto i partiti monarchici quanto le formazioni di carattere neo-fascista si ritrovarono così inseriti in un ambito a loro totalmente estraneo che li vide marginalizzati ed esclusi dal governo.

Il tema della legittimazione, legato inestricabilmente a quello dell’anticomunismo, è sempre presente nell’agenda politica delle destre come dimostra il progetto della «grande destra», l’apporto dell’MSI nella formazione del governo Tambroni o, successivamente, l’investitura di Almirante nei confronti di Gianfranco Fini.

Fallito il disegno di creare un’unica «grande destra», le forze monarchiche e quelle missine, pur non senza discussioni e opposizioni, finirono per confluire nel Movimento Sociale Italiano, ribattezzato per l’occasione come “Movimento Sociale Italiano – Destra nazionale”. L’unione di queste due formazioni politiche ridefinì in qualche modo lo schieramento politico missino, il quale sembrò così intenzionato a emarginare l’opposizione di sinistra interna al partito e ritagliare per l’MSI, come evidenzia bene “Il Borghese”, «quel ruolo di partito law and order che meglio si confaceva alla dirigenza in carica e all’elettorato di riferimento». Quello che si contestava alla sinistra missina era il «legame ideale e politico con la Repubblica Sociale Italiana», «le pulsioni anticapitalistiche e antiborghesi» e, infine, «le resistenze a una completa riabilitazione del Msi e dei neofascisti nel quadro politico nazionale». L’unione delle forze monarchiche e missine stabilì, dunque, una rinnovata linea politica che avrebbe determinato la cifra identitaria del partito fino al Congresso di Fiuggi, marginalizzando, così, definitivamente i cosiddetti “cameragni” (“camerati compagni”) contrari alla fusione delle forze nazionali e anticomuniste.

La stessa segreteria di Gianfranco Fini viene rappresentata come un proseguimento naturale dell’opera almirantiana di sdoganamento del Msi e di storicizzazione del fascismo. Almirante, infatti, designò come suo successore un giovane del tutto estraneo anagraficamente al movimento creato da Mussolini e il cui profilo divergeva completamente dal rivale Pino Rauti. Come scrivono gli autori, Fini avrebbe dovuto proseguire, adeguandosi all’evoluzione storica, l’opera almirantiana di inserimento del neofascismo nelle istituzioni democratiche.

Non che Fini volesse recidere completamente e da allora i legami con le proprie radici ideologiche e storiche, ma sembra possibile enucleare una certa volontà del giovane segretario di prendere le distanze dal “nostalgismo” più retrivo ed ingombrante. In questo quadro, Fini proseguì senz’altro le linee guida del suo predecessore, ma cercò, anche sotto gli stimoli dell’ambiente esterno, di tentare di sconfinare dalle colonne d’Ercole del neofascismo italiano», senza però arrivare a cogliere quel risultato.

(Pubblicato il 10 maggio 2021 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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