Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

“Italiani brava gente”- La strage di Domenikon, 16 – 17 febbraio 1943

di Marcello Rinaldi

In data 28 febbraio 2021 stampa e telegiornali hanno diramato la notizia della morte degli ultimi due ergastolani nazisti condannati in Italia per tutte quelle uccisioni indiscriminate di militari e civili italiani avvenute a partire dall’8 settembre 1943. Trattasi dell’ex Sergente, inquadrato nella Divisione Corazzata “Hermann Göring” della Wehrmacht, Karl Wilhelm Stark e dell’ex Caporale dei Gebirgsjäger Alfred Stork: al primo, un centenario morto il 14 dicembre 2020, era stata comminata la pena dell’ergastolo per alcuni degli eccidi compiuti dai Tedeschi sull’Appennino tosco-emiliano nella primavera del 1944, in particolare quelli di Civago e Cervarolo; il secondo, morto il 28 ottobre 2018 all’età di novantasette anni, aveva subìto, invece, la medesima condanna per l’uccisione sull’isola di Cefalonia, nel settembre del ’43, di almeno centodiciassette ufficiali italiani della Divisione “Acqui”. Ciononostante, nessuno dei due ha mai scontato un giorno di carcere o di detenzione domiciliare per i crimini commessi, al pari di molti loro commilitoni giudicati responsabili di altre simili atrocità dalla magistratura militare italiana: eccezion fatta per l’ex Capitano delle SS Erich Priebke e per il Caporale Misha Seifer – più noto come “il Boia di Bolzano” –, entrambi condannati all’ergastolo rispettivamente per la strage delle Fosse Ardeatine e per concorso in violenza con omicidio contro privati nemici, aggravato e continuato, mai i tribunali militari della Penisola hanno visto eseguiti tutti quegli ergastoli da loro inflitti a conclusione dei processi celebrati tra il 1999 e il 2013.

Come dichiarato dal Procuratore Militare della Repubblica Marco De Paolis durante un servizio trasmesso dal «TG1» nell’edizione serale di domenica 28 febbraio 2021, «sicuramente questa pagina giudiziaria si poteva chiudere meglio». Vissuta nella più totale indifferenza dai numerosi imputati, essa non è stata solamente caratterizzata dalla «sconfitta» per cui nessuno di questi militari ha varcato la soglia del carcere, ma anche dalla cocente delusione per quelle richieste di estradizione o di esecuzione della pena nei Paesi dei condannati sempre cadute nel vuoto, tanto da aver portato lo stesso De Paolis a reputare «l’aspetto delle esecuzioni penali in Germania e in Austria … sicuramente al di sotto delle aspettative».

Eppure, sia la sconfitta che la delusione, anziché essersi limitate a provocare più che normali sentimenti di rabbia e d’indignazione, hanno lasciato, in realtà, anche un senso di profonda amarezza per una macchina giudiziaria messasi in moto troppo tardi. Solo una volta scoperto, nel 1994, quello passato alle cronache con il nome di “Armadio della Vergogna”, vale a dire quella mole di fascicoli d’inchiesta sulle stragi tedesche in Italia «provvisoriamente archiviate» il 14 gennaio 1960, è stato possibile riaprire le indagini e, quindi, avviare una nuova stagione processuale. Quest’ultima, però, evidentemente tardiva, si è il più delle volte imbattuta in imputati e testimoni ormai morti, determinando, così, sovente il risultato di accrescere proprio quell’amarezza via via diffusasi a partire dal 1996, anno in cui l’opinione pubblica italiana era stata messa al corrente del ritrovamento dello stesso “Armadio della Vergogna” da un clamoroso scoop de «L’Espresso». Da allora, per più di un ventennio, la giustizia ha fatto bene o male i suoi passi, diversamente da governi italiani mostratisi non solo taciturni laddove, invece, sarebbe stato importante alzare la voce – per esempio contro le mancate esecuzioni dei mandati d’arresto europei –, ma addirittura rivelatisi ostili in sede civile; infatti, in varie occasioni, lo Stato italiano si è costituito in giudizio non per sostenere, ma per opporsi alle legittime istanze risarcitorie dei cittadini. Questa condotta, che a una prima impressione può anche sembrare insensata, ha obbedito, in realtà, a una logica ben precisa, a causa della quale quella rabbia, quell’indignazione e poi quell’amarezza citate in precedenza non possono che cedere il passo a un pressoché totale e definitivo sentimento di mortificazione. Si tratta di «una logica che conosciamo bene, vecchia di decenni eppure sempre attuale: così come non andavano processati i criminali di guerra tedeschi per tutelare i criminali di guerra italiani, le stesse ragioni di “opportunità” oggi suggeriscono di lasciar cadere le richieste di risarcimento contro la Germania per non essere poi chiamati a rispondere, dalla Grecia e chissà da chi, delle stragi fasciste».

In queste righe, che tra l’altro spiegano pure perché sia esistito in Italia un “Armadio della Vergogna”, è racchiusa l’essenza del libro Domenikon 1943. Quando ad ammazzare sono gli Italiani, pubblicato da Vincenzo Sinapi per Ugo Mursia Editore.

Caporedattore Aggiunto alle Cronache Italiane dell’Agenzia «ANSA», Vincenzo Sinapi in questo suo volume ha saputo proporre al lettore qualcosa di più di «una storia che nessuno ha finora mai raccontato»; la storia di «una delle peggiori stragi compiute dai militari italiani nei Balcani», avvenuta in Grecia, più precisamente in Tessaglia, nel piccolo villaggio di Domenikon, nell’occasione oltretutto dato alle fiamme. Qui, tra il 16 e il 17 febbraio 1943, tutti gli «uomini validi» sono stati «uccisi come (illegittima) reazione a un’imboscata partigiana», durante la quale nove camicie nere avevano trovato la morte.

Probabilmente frutto di un’esperienza professionale maturata dall’autore prima nell’essersi occupato d’inchieste giudiziarie e di grandi processi e poi, dal 1998, nell’aver scritto di difesa e di sicurezza seguendo da vicino le attività dei militari italiani «fuori area», Domenikon 1943 impone a chi lo legge di riconoscere a Sinapi un duplice merito: egli non ha solo e semplicemente presentato una dettagliata ricostruzione di un crimine turpe, tutt’altro che isolato e storicamente non affatto trascurabile nell’economia dell’occupazione italiana in Grecia, ma ha anche e soprattutto diffusamente e capillarmente argomentato le ragioni e le modalità per le quali Domenikon rappresenta oggi «un caso clamoroso di giustizia negata», «inconfessabilmente legato a quello dell’impunità assicurata ai criminali di guerra nazisti responsabili delle stragi commesse in Italia». Tale legame, incomprensibile senza tenere presente l’ambigua condizione di «vittime e carnefici» in cui si sono trovati gli Italiani dopo l’8 settembre, non ha permesso che si determinasse, come sostenuto a chiare lettere da Sinapi, quel «normale sbocco processuale» secondo il quale i criminali di guerra delle Potenze dell’Asse avrebbero dovuto essere «giudicati dalle autorità dei Paesi dove sono avvenute le stragi, oppure da un organismo terzo»: «L’iter giudiziario si è subito inceppato per l’indisponibilità da parte italiana di consegnare i propri criminali di guerra … ai Paesi ex occupati che ne avevano fatto richiesta», in primis Grecia e Jugoslavia; da qui la successiva decisione della diplomazia e degli esecutivi italiani «di limitare le rivendicazioni nei confronti dei criminali di guerra tedeschi», «anche per paura che un’azione energica» in tal senso si ritorcesse contro l’impegno di Roma nel proteggere i propri, concretizzatosi definitivamente nel bel mezzo dell’estate del 1951.

Il 30 luglio di quell’anno, una sentenza del Giudice Istruttore Militare del Tribunale Militare Territoriale di Roma ha accolto la richiesta del Pubblico Ministero, presentata appena due settimane prima, di prosciogliere dalle accuse di «concorso in uso di mezzi di guerra vietati e concorso in rappresaglie ordinate fuori dei casi consentiti dalla legge» ben trentatré imputati, elencati uno per uno da Sinapi tra le pagine 106 e 108 del libro qui recensito. Tra loro spiccano nomi di personaggi di primo piano e senza dubbio protagonisti durante il periodo di occupazione italiana nei Balcani, tutti volutamente “salvati” dalla decisione politica, già in cantiere nei palazzi del governo almeno dall’estate del 1950, di risolvere la «spinosa questione» per mezzo di «un’eccezione procedurale», successivamente reputata da diversi studiosi e magistrati «un’aberrazione giuridica». Si tratta del ricorso all’applicazione dell’art. 165 del Codice Penale Militare di Guerra, che in sostanza «condizionava la procedibilità per crimini di guerra commessi in altro Stato al presupposto della “reciprocità” di tutela penale». Quest’ultima nella fattispecie è stata dichiarata inesistente, non però a conclusione di un accertamento giudiziario – nonostante nella stessa sentenza fosse stato pure precisato come tale accertamento rientrasse nella funzione giudiziaria –, ma a seguito di una Comunicazione Ufficiale, datata 2 luglio 1951, del Ministero degli Esteri, interessato alla questione da quello della Giustizia. Tanto è bastato al Pubblico Ministero per avanzare al Giudice Istruttore Militare, il 16 dello stesso mese, la richiesta di proscioglimento dalle accuse di tutti gli imputati, accordata in meno di quindici giorni attraverso una sentenza, quella del 30 luglio 1951, definita da Sinapi «l’epilogo naturale, e al tempo stesso la conferma, di quel disegno vòlto a tutelare i criminali di guerra fascisti» perseguito fin dall’immediato dopoguerra, «con le devastanti conseguenze in termini d’impunità dei criminali nazisti».

Senonché, dopo l’11 Settembre, le modifiche apportate dalla Legge n. 6/2002 all’ormai inadeguato Codice Penale Militare di Guerra del 1941, adottate in relazione alla partecipazione dell’Italia all’Operazione Enduring Freedom, hanno consentito di rimettere in discussione quanto “convenuto” in quell’estate del 1951. Più precisamente, riscritto per mezzo dell’art. 2 lettera d) della citata Legge n. 6, secondo cui la legge penale militare di guerra avrebbe trovato applicazione «in ogni caso di conflitto armato, indipendentemente dalla dichiarazione dello stato di guerra», il nuovo testo dell’art. 165 non ammetteva più proprio quella condizione di “reciprocità” di tutela penale presente nella precedente versione; pertanto, da quel momento in avanti, non vi sarebbero più stati ostacoli giuridici tali da impedire di «portare alla sbarra» tutti quei militari italiani prosciolti dalle accuse il 30 luglio 1951.

Eppure, per altri sei anni il corso della giustizia non sarebbe stato affatto riavviato, a dispetto di una contemporanea «stagione di studi che aveva indagato per la prima volta sulla questione della fallita punizione dei criminali di guerra italiani». Nonostante i potenziali stimoli offerti nei primi anni Duemila da diverse pubblicazioni a firma di noti storici, tra l’altro opportunamente citate nella loro Prefazione a Domenikon 1943 da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer, rispettivamente docente presso l’Università di Padova e attuale Vicedirettore dell’Istituto Storico Germanico di Roma, solamente nel marzo del 2008 Sergio Dini, allora Sostituto Procuratore Militare di Padova, avrebbe scritto all’allora Procuratore Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di Roma, Antonino Intelisano, «chiedendogli di indagare sui crimini di guerra italiani in Grecia e nell’ex Jugoslavia» nel periodo tra il 1941 e il 1943. Mossosi in tal senso grazie a un’altra clamorosa iniziativa de «L’Espresso», vale a dire un articolo di Enrico Arosio «dal titolo scioccante», Grecia 1943: quei fascisti stile SS. Domenikon come Marzabotto, pubblicato sul numero del 28 febbraio 2008, Sergio Dini avrebbe visto la sua richiesta accolta da Intelisano in appena tre giorni. Non è da escludere come questa rapidità possa essere stata indotta anche dalla consapevolezza che la faccenda non si sarebbe certamente esaurita con la pubblicazione dell’articolo su «L’Espresso», non essendo esso che un’anticipazione al documentario La guerra sporca di Mussolini.

Presentato il successivo 12 marzo nella Casa del Cinema di Roma, tra l’altro alla presenza dello stesso Sostituto Procuratore Militare di Padova, e poi trasmesso appena due giorni dopo su «History Channel», La guerra sporca di Mussolini, ben introdotto dal servizio di Arosio, oltre ad aver consentito all’opinione pubblica di venire «a conoscenza dell’orrore consumatosi il 16 febbraio 1943 nel piccolo villaggio» della Tessaglia, aveva anche risvegliato una sopita magistratura militare, ora risoluta nel ripartire dall’interruzione del 30 luglio 1951 in forza di crimini di guerra non coperti da alcuna sanatoria o amnistia e del nuovo dettato dell’art. 165 del Codice Penale Militare di Guerra. Purtuttavia, la risolutezza caratterizzante questa «svolta del 2008, ricostruita con maestria da Sinapi attraverso materiali giudiziari inediti» nel terzo dei quattro capitoli del suo Domenikon 1943, non avrebbe prodotto i risultati sperati. Proprio all’inizio dell’estate del 2010, Antonino Intelisano, «a fronte della morte del reo, ossia di chi appare possa aver commesso o preso parte ai fatti di reato», avrebbe chiesto l’archiviazione dell’inchiesta da lui stesso “riaperta” due anni prima, demandando il tutto al lavoro degli storici a suo avviso non impediti a procedere, diversamente dai magistrati, per sopravvenuta morte del reo, «causa di estinzione del reato» ai sensi dell’art. 150 del Codice Penale. La richiesta di archiviazione di Intelisano sarebbe stata accordata in ottobre dal Giudice per le Indagini Preliminari Isacco Giorgio Giustiniani, con l’importante precisazione secondo cui i reati di «concorso in uso di mezzi di guerra vietati e concorso in rappresaglie ordinate fuori dei casi consentiti dalla legge», comportando pena diversa dall’ergastolo, avrebbero comunque dovuto «in ogni caso ritenersi ormai prescritti».

A queste conclusioni non si sarebbe affatto rassegnato il Professore di matematica Efstatios Psomiadis, Presidente dell’Associazione dei Familiari delle Vittime dell’Olocausto di Domenikon, il quale oltretutto aveva già vissuto in patria un’esperienza dagli esiti molto simili all’inizio del nuovo millennio; allora, infatti, il Procuratore di Larissa, avendo ritenuto ormai prescritti i reati, aveva risposto con un’archiviazione alla sollecitazione di Psomiadis di procedere con l’incriminazione di quegli italiani artefici e responsabili di quanto accaduto tra il 16 e il 17 febbraio 1943 presso il piccolo villaggio della Tessaglia. Circa undici anni dopo, nell’ottobre del 2011, recatosi con la figlia presso gli uffici della Procura e del Tribunale Militare di Roma appositamente «per consegnare ai Carabinieri della speciale Sezione “Crimini di guerra” del materiale sulla “strage impunita”» di Domenikon, Psomiadis sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del nuovo Procuratore Militare della Repubblica succeduto a Intelisano, ossia quel Marco De Paolis già «principale protagonista di quella eccezionale stagione di inchieste e processi ai criminali di guerra nazisti derivata dalla scoperta dell’“Armadio della Vergogna”». Forte della documentazione presentata a Viale delle Milizie dal Professore di matematica, naturalmente pure comprensiva delle carte dell’archiviata inchiesta di Larissa, considerata la tutt’altro che trascurabile «importanza del caso e la sua rilevanza internazionale» e, infine, assai poco convinto della «tipologia di argomentazioni utilizzate nella precedente richiesta di archiviazione» da Intelisano, De Paolis avrebbe «formalmente aperto» il 31 maggio 2012 «una nuova inchiesta sui crimini commessi dai militari italiani», sebbene stavolta essenzialmente circoscritta a Domenikon e per una diversa e più grave ipotesi di reato: «Non più Uso di mezzi di guerra vietati e Rappresaglie ordinate fuori dei casi consentiti dalla legge, reati ormai prescritti …, ma Violenza con omicidio contro privati nemici aggravata dall’aver agito con premeditazione, per motivi abietti e futili, e dall’aver adoperato sevizie o aver agito con crudeltà verso le persone».

A quest’inchiesta e al suo evolversi è dedicato l’intero quarto e ultimo capitolo di Domenikon 1943, in cui Sinapi ha saputo ben trasmettere l’indefesso lavoro del Procuratore Militare della Repubblica De Paolis e della sua squadra d’inquirenti e consulenti. Tra questi ultimi l’autore ha opportunamente messo in risalto il contributo dato alle indagini dalla storica Lidia Santarelli, a dir poco esperta di questi temi, la cui consulenza ha permesso di chiarire come tutti, anche a Roma e «fino ai massimi livelli», fossero stati «informati in tempo reale» di quello che stava succedendo in Tessaglia tra il 16 e il 17 febbraio 1943. In particolare, la strage di Domenikon, pur essendo stata «frutto di una decisione improvvisa, un’iniziativa decisa sul momento», aveva comunque coinvolto «i massimi vertici del regime di occupazione italiana in Grecia, la cui priorità in quei giorni … era stata messa nero su bianco dalla Circolare» del Comandante delle Forze Armate italiane nel Paese balcanico, Generale Carlo Geloso. Diramata il 3 febbraio 1943 con l’obiettivo ultimo di eliminare «entro il mese di marzo … tutte le bande ribelli che infesta(va)no il territorio», la “Circolare Geloso” era stata impostata sull’adozione del principio della responsabilità collettiva nelle operazioni di repressione della guerriglia partigiana ellenica, le quali da quel momento in avanti avrebbero assunto «a tutti gli effetti il significato di una guerra ai civili», «in aperta violazione del diritto umanitario».

In ottemperanza a questa Circolare, «molte altre Domenikon», stimate in circa quattrocento in tutta la zona d’occupazione italiana nella Grecia continentale, sarebbero seguite a quella inaugurale raccontata momento per momento da Sinapi nel secondo capitolo del volume qui recensito. Per essa e per i suoi morti, così come per tutti i morti delle altre stragi perpetrate dagli Italiani durante la Seconda Guerra mondiale, «nessuno ha mai pagato»; neanche gli undici iscritti il 28 luglio 2015 da De Paolis nel registro degli indagati con l’imputazione di «Violenza con omicidio contro privati nemici pluriaggravata in danno di circa 140 persone civili greche». Essendo essi risultati tutti «deceduti ovvero … non compiutamente localizzati e individuati», il Procuratore Militare della Repubblica non avrebbe potuto far altro che chiedere, l’8 febbraio 2018, l’archiviazione per la sua inchiesta sui fatti di Domenikon, non prima, però, di aver voluto presentare le proprie scuse «sia come Capo della Procura Militare di Roma e sia personalmente» a Psomiadis e alla sua comunità «per non aver potuto dare … la risposta positiva di giustizia [loro] dovuta». Scritte in una Lettera già il 16 maggio 2016, quindi ben prima della sua richiesta di archiviazione, le scuse di De Paolis avrebbero trovato risposta in una missiva del Professore di matematica, in cui le parole di gratitudine per il lavoro svolto dalla Procura Militare di Roma sembrano disperdersi tra quelle più amare sintetizzate da Sinapi nella quarta di copertina del suo libro: «Questi soldati non sono venuti da soli, li ha mandati lo Stato italiano. Dei loro crimini vi erano le evidenze negli archivi e l’Italia avrebbe dovuto indagare come debito nei confronti della sua storia e del suo popolo che ha sofferto del fascismo e del nazismo».

Entrambe agli atti del procedimento penale sulla strage di Domenikon, tanto la Lettera di De Paolis quanto la risposta di Psomiadis sono state integralmente riportate da Sinapi nel capitolo d’apertura del suo Domenikon 1943. Un volume più che pregevole, se non altro perché avrebbe le caratteristiche per poter arrivare al grande pubblico italiano e metterlo finalmente nella condizione di conoscere davvero e accettare una volta per tutte che anche l’Italia, durante la Seconda Guerra mondiale, si è resa protagonista di azioni atroci, che rendono la sua storia opaca e truce, cioè non più romanzabile mediante il vecchio mito degli “Italiani brava gente”. Senza nulla togliere alla produzione storiografica, comunque oggettivamente cospicua specialmente negli ultimi vent’anni, sembrerebbe proprio che le pubblicazioni degli storici su questi argomenti abbiano avuto poca presa sull’opinione pubblica, diversamente da articoli giornalistici e documentari televisivi – per la verità non molti – dall’impatto mediatico certamente più diretto e, di conseguenza, almeno sufficiente nell’aver stimolato la magistratura militare italiana, seppure troppo tardi, a indagare, come avvenuto per esempio nel 2008 con l’avvio dell’inchiesta di Intelisano.

Peggio di questo inconfutabile ritardo paiono esserci stati solamente i voluti e decennali silenzi della politica, nolente nell’aprire una sana riflessione intorno a uno dei periodi più turpi e disastrosi della storia d’Italia forse anche per non urtare la sensibilità ideologica di alcune frange nostalgico-estremiste dell’elettorato cosiddetto moderato della Penisola. Mostratasi spaccata addirittura sull’affaire dell’“Armadio della Vergogna”, tanto che un’apposita Commissione Parlamentare d’Inchiesta aveva prodotto nel 2006 due Relazioni finali messe opportunamente a confronto da Sinapi nel suo libro, una dell’allora maggioranza di Centro-Destra e l’altra dell’allora minoranza di Centro-Sinistra, la politica è stata – e, ad avviso del sottoscritto, lo è ancora – emblema di quanto e come l’Italia non sia tutt’oggi un Paese in grado di fare i conti con il proprio passato. Ciò lo si può facilmente apprendere leggendo Domenikon 1943. Quando ad ammazzare sono gli Italiani, un’opera grazie alla quale Vincenzo Sinapi potrebbe scuotere la coscienza del lettore meglio di altri addetti ai lavori, non essendosi egli solamente limitato a proporre una pura e semplice ricostruzione storica di un crimine di guerra italiano, ma avendo pure offerto uno studio analitico sui tempi e sui modi con cui gli Italiani contemporanei si sono rapportati alla loro storia più buia. In definitiva, Sinapi ci ha rivelato che quella vecchia, usata frase – “Greco, Italiano. Una faccia, una razza” con cui siamo stati accolti tante volte all’inizio delle nostre vacanze sulla costa e nelle isole dell’Egeo, in quei maledetti giorni del luglio 1943, aveva perso ogni significato.

(Pubblicato il 1° aprile 2021 © «Corriere della Sera») – La nostra storia)

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