Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La rinascita del subcontinente indiano e l’Italia della prima Repubblica

di Luciano Monzali

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un intensificarsi dei rapporti fra l’Italia e i Paesi del subcontinente indiano, intensificazione la cui manifestazione più evidente è stato l’aumento dell’immigrazione da questi Paesi in Italia. Immigrazione non gradita da molti, ma prodotta dai bisogni del capitalismo italiano, che necessita di contadini, operai, camerieri, muratori. Ecco così che in alcune parti d’Italia sono comparse figure per noi inconsuete: contadini e allevatori sikh nelle campagne padane, camerieri e badanti singalesi, venditori bengalesi nelle grandi città, ecc.

In realtà questo processo sociale è anche frutto di una lunga storia di sviluppo delle relazioni politiche fra il nostro Paese e il mondo indo-pakistano, che conosce un’accelerazione progressiva dopo la conquista dell’indipendenza politica dell’India e del Pakistan dal dominio britannico nel 1947. È merito di Giuseppe Spagnulo, giovane storico dell’Università degli studi di Bari Aldo Moro, avere affrontato in un nuovo e avvincente volume (Il Risorgimento dell’Asia. India e Pakistan nella politica estera dell’Italia repubblicana 1946-1980, Firenze, Le Monnier, 2020) per la prima volta un tema finora mai studiato dalla storiografia italiana, quello della politica estera dell’Italia repubblicana verso i principali Paesi del subcontinente indiano, India e Pakistan, nei primi tre decenni dalla fine della seconda guerra mondiale.

L’indipendenza ottenuta nel 1947 dai due Paesi del Subcontinente indiano fu un evento epocale poiché annunciava al mondo intero ciò che si sarebbe in breve tempo realizzato: l’imminente fine dell’imperialismo coloniale europeo e l’avvio di una nuova era della storia mondiale, segnata dal sempre maggior peso dell’Asia nell’agone politico ed economico internazionale. Nei decenni affrontati dal volume di Spagnulo dunque furono il pieno raggiungimento dell’indipendenza e la costruzione dei nuovi Stati indipendenti le prime imprescindibili e faticose tappe di questo percorso di ascesa dell’Asia meridionale e orientale. In ambito di politica estera questi Paesi iniziarono a muoversi con tutto il peso delle proprie difficoltà interne, necessitati spesso a chiedere assistenza economica e materiale alle ex potenze coloniali europee o ai nuovi superpotenti del sistema internazionale, Stati Uniti e Unione Sovietica, talora anche in cambio di collaborazione politico-militare.

Era la Guerra fredda, infatti, il contesto in cui la decolonizzazione si sviluppò e il banco di prova su cui i nuovi Stati asiatici iniziarono a testare l’individuazione e il perseguimento del proprio interesse nazionale, patteggiando con Mosca e Washington la cifra del proprio allineamento nell’uno o nell’altro blocco di alleanze, naturalmente a seconda anche delle proprie necessità e degli specifici equilibri politici e strategici regionali. Alcuni di questi Paesi, e l’India in particolare, tentarono di dar vita ad un movimento politico internazionale equidistante e non-allineato, in gran parte formato da ex colonie e da ex semi-colonie dell’Asia, dell’Africa e del Medio Oriente (con la singolare eccezione europea della Jugoslavia). Tale composita agglomerazione di Stati, unita soprattutto dal fatto di aver vissuto uno stesso passato di subordinazione coloniale e di averne parimenti ereditato una vasta messe di problemi in comune, avrebbe forgiato nella lotta verso ogni forma di colonialismo la propria identità e il proprio prestigio, e puntato a sfuggire a scelte di campo troppo nette nell’ambito della Guerra fredda. Nella versione originaria concepita da Nehru, Sukarno e Nasser tale piattaforma internazionale del cosiddetto “Terzo Mondo” serviva anche per forgiare una solidarietà afro-asiatica, vera o presunta, una sorta di appiglio diplomatico collegiale per rivendicare collettivamente le proprie comuni istanze alle grandi potenze politiche ed economiche, utile soprattutto a quei Paesi che, nonostante ogni debolezza, premevano per mantenere inalterata la propria indipendenza.

Il Risorgimento dell’Asia di Spagnulo, che si fregia anche della bella prefazione di Mario Prayer, docente di Storia e Istituzioni dell’Asia all’Università di Roma “La Sapienza”, dà grande spazio a questi temi e lo fa soprattutto dall’angolo di osservazione del governo italiano e delle rappresentanze diplomatiche in India e in Pakistan. Il Subcontinente indiano costituiva da sempre un’area strategica cruciale, punto di intersezione tra Medio ed Estremo Oriente, tra Asia centrale e Oceano Indiano. Dal XIX secolo fu per la prima volta completamente sottoposto al dominio dell’Impero britannico quale lussuoso presidio coloniale a contenimento dell’espansionismo russo prima e sovietico poi. Si trattava, come sostiene Spagnulo, di «un’area del mondo tradizionalmente considerata periferica dall’Italia e in ogni caso riservata al dominio coloniale britannico». Lo storico pugliese ripercorre nelle pagine iniziali del libro la lunga storia dei contatti tra italiani e indiani, rilevando soprattutto una sorta di progressiva convergenza e di attrazione reciproca: spiccano in particolare la simpatia delle prime schiere dei nazionalisti indiani nei confronti del Risorgimento italiano e in particolare di Mazzini, fonte di ispirazione dello stesso Mahatma Gandhi, nonché i più rilevanti tentativi di agganciamento al nazionalismo indiano promossi da Mussolini. Inoltre l’autore ci mostra come l’Italia si fosse dimostrata già durante la seconda guerra mondiale molto più comprensiva nei confronti del progetto di creare il Pakistan rispetto ai suoi alleati del Tripartito.

Nel primo capitolo si affronta il tema della politica estera in India e Pakistan negli anni di De Gasperi, che dal 1947 al 1951 è coadiuvato a Palazzo Chigi da Carlo Sforza. Sono anni molto duri per l’Italia e davvero l’India è molto lontana dalle priorità dei leader politici e di governo. Vi sono però diplomatici e intellettuali, Pietro Quaroni, Mario Toscano, Giuseppe Tucci, che segnalano ai vertici italiani l’importanza di quanto stava succedendo nel Subcontinente indiano e in Asia meridionale e invitano ad una nuova attenzione e politica verso i popoli asiatici. Normalizzati i rapporti con la Gran Bretagna, l’Italia riesce comunque a far ritornare una presenza diplomatico-consolare in un Raj che vive il suo trapasso. Dopo la spartizione e la nascita di India e Pakistan, l’Italia stabilì regolari rapporti diplomatici con entrambi, iniziando così la sua opera di penetrazione economica in questi due Paesi e il monitoraggio politico di un’area che per Roma diviene molto importante: dapprima «per misurare l’entità del declino imperiale britannico», e poi, soprattutto dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese e lo scoppio della guerra di Corea, per sondare i «sommovimenti asiatici» della Guerra fredda «ed essere capace di calcolare realisticamente e senza alcun pregiudizio il peso relativo di tutti i fattori che avrebbero potuto determinare l’evoluzione di una vita internazionale in via di complessificazione».

A partire dagli anni ’50 cresce l’interesse italiano ad essere più tangibilmente presente in Asia, da Roma vista come un naturale prolungamento del Mediterraneo, specie il tornante indiano. Spagnulo ci descrive il “lungo viaggio in Asia” di Gaetano Martino, la prima visita di un ministro italiano «al di là del canale di Suez», da cui emergeva come l’Italia venisse vista allora come un «Paese atto a svolgere una politica consona alla nuova situazione asiatica, senza posizioni precostituite e senza la necessità – che è invece caratteristica di altri Paesi occidentali – di difendere posizioni coloniali proprie». Spagnulo ci spiega molto bene quanto fosse delicato per l’Italia manovrare per espandere la propria influenza in Asia e Medio Oriente durante le fasi più acute della decolonizzazione. La scelta atlantica ed europeista infatti vedeva Roma al fianco di potenze che lottavano strenuamente per mantenere i propri imperi, mentre la propensione italiana a conquistare mercati, garantirsi materie prime e a ritagliarsi un ruolo autonomo nei Paesi asiatici e mediorientali la portava a guardare più favorevolmente alla fine del colonialismo europeo, che da Roma si iniziò a ritenere anacronistico e controproducente per la stessa Alleanza Atlantica, in quanto avrebbe favorito l’attrazione dei nazionalismi asiatici nell’orbita di Mosca.

L’autore descrive inoltre la fase neoatlantica della politica estera italiana in India, svolta da Fanfani e Mattei, e mostra forse l’apice degli sforzi italiani di agire autonomamente anche in questo settore geopolitico. Seguì negli anni ’60 una fase calante dell’interesse italiano nei confronti dell’India, nonostante lo sviluppo di un dibattito sempre più serrato sulla questione del Terzo Mondo, ma che implicava naturalmente la ridefinizione delle priorità strategiche nell’indirizzare aiuti e investimenti esteri: e l’India che con Nehru aveva intrapreso una politica economica socialista ed autarchica non pareva più garantire agli investimenti italiani gli adeguati ritorni economici precedentemente immaginati. Peraltro la politica collettiva di cooperazione allo sviluppo e di aiuto nei confronti dell’India patrocinata dalle amministrazioni democratiche americane in quegli anni fece intravedere ben pochi benefici all’Italia, che era entrata nel gruppo dei donor essenzialmente per motivi di prestigio. L’Italia sarà sempre presente con le sue principali compagnie industriali in India, ma tornerà ad interessarsene più attivamente a partire dalla fine degli anni ’70 e soprattutto negli anni ’80. Col Pakistan sembrano invece esservi stati rapporti economici più costanti e relativamente prolifici.

Per quanto riguarda la rivalità tra India e Pakistan, dato costante delle relazioni tra questi due Stati, emerso fin dalla Partition e aggravato dalla mancata risoluzione del problema del Kashmir, l’Italia puntò ad evitare prese di posizioni favorevoli all’uno o all’altra, mantenendosi pressocché neutrale, soprattutto per non compromettere le relazioni amichevoli stabilite con entrambi. Si cercò chiaramente di coordinare questo approccio con i tentativi di pacificazione promossi dai principali alleati occidentali, specie per quanto riguarda la risoluzione della questione kashmira. Questa linea rifletteva lo scarso peso specifico del potere politico dell’Italia nel Subcontinente Indiano e l’interesse a privilegiare in quest’area geopolitica – abbastanza lontana dal settore prioritario della politica estera italiana, ossia l’asse euro-mediterraneo – l’ambito delle relazioni economiche.

Molto spazio nel libro è dedicato alla dimensione geopolitica regionale e al ruolo dell’Italia nelle diverse guerre indo-pakistane e in quella indo-cinese del 1962. Inoltre Spagnulo tenta di seguire puntualmente le evoluzioni interne dei due singoli Paesi cercando di riportarne, nei passaggi più importanti, le impressioni trasmesse dai diplomatici italiani al Ministero degli Affari Esteri: particolarmente significativo ci sembra il mix di apprensione e comprensione con cui viene seguita l’acquisizione della bomba atomica negli anni di Indira Gandhi e la successiva involuzione autoritaria indiana negli anni dell’Emergency, comunque destinata a durare pochi anni. Con profonda inquietudine venne invece seguita da Islamabad l’ascesa dell’islamismo radicale specie dopo l’avvento del regime militare di Zia ul-Haq che impose i dettami e le punizioni più retrive della Sharia. Viene spiegato inoltre quanto lo scoppio della guerra in Afghanistan nel 1979 obbligò l’Italia e tutto il mondo occidentale a soprassedere alle generalizzate violazioni dei diritti umani, in quanto il valore geopolitico del Pakistan dinanzi alla svolta che era stata impressa in quel torno di tempo ai destini della Guerra fredda era cresciuto esponenzialmente.

Questo volume, nel quale Giuseppe Spagnulo dimostra di possedere le migliori qualità della storiografia meridionale italiana (solida e vasta cultura umanistica, facilità di scrittura e chiarezza espositiva, apertura internazionale e realismo interpretativo), costituirà una lettura obbligata per coloro che vorranno studiare con rigore la storia della politica estera dell’Italia della Prima Repubblica e dimostra che l’Italia continua ancora a produrre giovani intellettuali capaci di scrivere opere degne della propria grande tradizione storiografica.

(Pubblicato il 2 ottobre 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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