Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

9 Maggio 1938. La «primavera di bellezza» di Hitler a Firenze

di Eugenio Di Rienzo

Nel maggio del 1938 il Cancelliere del Reich, Adolf Hitler, contraccambiò la visita di Stato fatta in Germania nel settembre dell’anno precedente. Allora il Duce era rimasto profondamente colpito dal perfetto funzionamento dell’apparato militare e industriale del regime nazista che mentre riproponeva la tradizionale efficienza organizzativa tedesca, diminuiva, per contrappasso, i successi dell’assertiva politica dell’Italia fascista, suggellati dalla conquista dell’Etiopia e dal massiccio intervento del Corpo Truppe Volontarie, delle squadriglie dell’Aviazione Legionaria e delle nostre unità navali nel conflitto civile spagnolo, mettendo a nudo lo sbilanciamento di forze all’interno dell’Asse.

Per mostrare, al mondo, che il nostro Paese non era da meno, in armi, officine e ferrea volontà, del suo futuro alleato, occorreva quindi organizzare un evento di grande portata mediatica. E con questo presupposto fu progettato il viaggio in Italia del Cancelliere tedesco, con la quale si doveva mostrare la nostra nerboruta preparazione bellica con un serie di eventi si alta scenografia. Eventi che culminarono, il 5 maggio, con la sfilata nel golfo di Napoli, di una poderosa squadra della Regia Marina, ignorando forse che per il Führer, che assistette al «titanico spettacolo» a bordo del transatlantico Rex, corazzate e incrociatori erano solo «giocattoli inutili e costosi», che non valevano il prezzo con cui si poteva mettere in campo una ben attrezzata Panzerdivision.

Per mostrare la grandeur della nuova Italia fascista non si rinunciò, tuttavia, a puntare su una carta più sicura, quella del suo patrimonio artistico che doveva affascinare Hitler, artista mancato, ex mediocre pittore di scialbi acquarelli per lo più dedicati a ritrarre  stucchevoli panorami delle Alpi bavaresi, ma aspirante architetto impegnato a delineare, insieme al fido Albert Speer, il progetto della nuova Berlino, da edificare in puro stile dorico-nazista.

Roma, Napoli, Firenze che avrebbero segnato le tappe del grand tour hitleriano si misero in gran spolvero per accogliere, il 3 maggio, l’ospite germanico e subirono un accurato quanto posticcio restyling.  Fu l’Urbe naturalmente, la prima a prepararsi per tempo al fatale appuntamento con il camerata tedesco.

«L’Illustrazione Italiana» del 19 marzo 1937 informava, infatti, che tutta Roma aveva lavorato ai preparativi per lo storico appuntamento, e che anche il più umile cittadino aveva offerto il suo contributo per assicurarne il successo.

Nessun artigiano si può dire si è mai trovato a lavorare senza essere coscientemente sorvegliato da qualcuno della folla. L’uomo della strada ha creduto suo dovere non trascurare nulla, nemmeno un chiodo, nemmeno una bandiera, nemmeno una pietra.

Si alzarono pennoni, si issarono bandiere, si sistemarono le strade, si migliorarono le prospettive E naturalmente furono rimodernati i vecchi scali ferroviari, in particolare quello Ostiense che, il 3 settembre, avrebbe accolto il duce della Nazione tedesca.

I lavori iniziarono nel febbraio del 1937 (senza mai, tuttavia, essere completati) e i maggiori quotidiani nazionali, in particolare il «Corriere della Sera» con i suoi martellanti servizi, ne seguirono puntualmente l’evoluzione con cadenza almeno quindicinale.

Sono in corso i lavori per la nuova stazione Ostiense dove scenderà il Fuhrer al suo arrivo a Roma. Il padiglione, in corso di costruzione, sorgerà poco distante dall’attuale stazione. Il monumentale edificio è costituito da un’ampia sala da ricevimento dalla quale si accede al portico d’onore, sarà costruito tutto in travertino romano e avrà una linea nobilmente moderna con sapore classico. In tre mesi la vecchia stazioncina di campagna si è dileguato sotto i colpi del piccone per far posto a un complesso monumentale, a un immenso piazzale che verrà battezzato piazzale Adolfo Hitler, al cui centro sarà posto, a ricordo della fresca gloria delle armi italiane, l’obelisco di Axum.

E per tema che il treno speciale proveniente da Berlino potesse essere dirottato, per qualche inconveniente tecnico alla Stazione Termini, ci si premurò di riattare anche quello scalo ferroviario.

Un rapidissimo lavoro di addobbo ne ha trasformato la maggior galleria di accesso ai treni in una unica, vastissima sala decorata per un ricevimento di gala. I marciapiedi e le rotaie sono stati ricoperti, dalla parete di fondo fino alla fine delle pensiline, con un vasto tavolato e su questo sarà disposto un gigantesco tappeto rosso di circa tremila metri quadrati.

Fu Firenze, però, meta finale della visita, ad aver naturalmente la meglio nel compito di rappresentare la supremazia italiana nel campo delle Belle Arti. E della «primavera di bellezza» della città gigliata, preparata, per il Reichskanzler, ci parla ora un libro, recentemente edito da il Mulino, storiograficamente impeccabile, ricco di dettagli, ma soprattutto provvisto di grande forza narrativa, opera di Franco Cardini e Roberto Mancini: Hitler in Italia. Dal Walhalla al Ponte Vecchio, maggio 1938.

Per quell’occasione irrepetibile, alla capitale della cultura fu cucita addosso una rappresentazione della sua storia dai colori cupi e irreali (un Medioevo, interpretato, in chiave neogotica, come archetipo della Nazione italiana e come precorrimento di un Rinascimento simbolo del primato culturale italico), ottenuta con  largo uso di gesso, tela, cartoni, tessuti più o meno pregiati, e non di mattoni e altri laterizi.

A Firenze, infatti, si  tennero necessariamente stretti i cordoni della borsa perché le ingenti spese (si arrivò a parlare di quasi 3 milioni di lire), necessarie per il riassetto architettonico della capitale, avevano ulteriormente dissestato un bilancio statale già terremotato dal dissanguamento dell’erario provocato del conflitto italo-etiopico e dal nostro intervento militare a sostegno dei nazionalisti spagnoli. E il risultato fu quello che poteva essere, nonostante la maestria degli artigiani fiorentini e l’inventiva degli scenografi che si erano fatti le ossa nella realizzazione dei colossal storici di Giovanni Pastrone, Carmine Gallone e Alessandro Blasetti. Fu una Firenze in cartapesta, di gusto, per così dire fantasy, quella che  l’«Ufficio Festeggiamenti» gestito dall’ingegnere Alessandro Giuntoli,  messo sotto stretto controllo, per ordine di Ciano, dal futuro ministro della Cultura Popolare, Alessandro Pavolini, riuscì alla fine ad offrire al magnetico sguardo di Hitler. Nel progetto, presentato da Giuntoli al Podestà fiorentino, buona parte degli edifici moderni del centro cittadino, da Piazza Duomo a Piazza Santa Trinita, dovevano essere nascosti alla vista dell’inclito visitatore con camuffamenti, fortunatamente posticci, che rimandavano alla Firenze di Dante, Boccaccio, Lorenzo de’ Medici, mentre da via Tornabuoni al Lungarno,  avrebbero dovuto aggirarsi, con studiata disinvoltura, gruppi di figuranti in costume.

Nonostante, le buone intenzioni degli organizzatori e delle maestranze (di cui è sempre lastricata la via dell’inferno), l’esito finale dell’operazione fu quella di trasformare provvisoriamente il cuore della città di Brunelleschi in una versione ingigantita del villaggetto in foggia vetero-elvetica di Gruyère,  dove tutto salvo l’omonimo formaggio, era ed è restato autenticamente falso. Eppure, quella Firenze bric-à-brac, deliziò (e non c’era da stupirsene) il «piccolo caporale boemo», che, confidandosi con i suoi accompagnatori proclamò che «il giorno passato a Firenze è stato il più bello di tutta la mia vita».

Chi non era stato, affatto, deliziato, invece, dal soggiorno di Hitler, era Vittorio Emanuele III che aveva dovuto ospitare al Quirinale l’uomo che considerava «un pericoloso fanatico, pazzo e degenerato». Né trasse soddisfazione dai 7 giorni italiani del camerata Adolf, Mussolini che era stato obbligato, per rispetto del protocollo diplomatico, ad assumere, in tutte le manifestazioni ufficiali, il ruolo di gregario, sempre un passo indietro al detestato monarca e al Capo di Stato tedesco, della cui arroganza, fra l’altro, il sanguigno Benito, da buon romagnolo di antica stirpe contadina, aveva cominciato ad averne piene le tasche.

Quello che il Duce aveva trovato insopportabile, come Ciano annotava nel suo giornale di bordo, era di aver costretto il suo popolo «a provare la grande delusione nel vedere che il fondatore della potenza politica italiana non era al fianco del Führer». E traccia di quel disappunto, per usare un eufemismo, si ritrovava anche nel diario di Claretta Petacci (che da parte sua, con raro fiuto umano e politico, aveva trovato «Goebbels simpaticissimo e Hitler un ragazzone, alla buona, soprattutto quando è con me»), dove l’«amante di regime» raccoglieva uno sfogo del suo Ben.

Avevo le lune la mattina della rivista ai Fori Imperiali.  Ho dovuto stare mezz’ora ad attendere dietro la siepe che (il re ed Hitler) giungessero. Il pubblico mi aveva visto, gridava, pretendeva che mi mostrassi e io dovevo nascondermi. Ad un tratto è venuto da me Starace, e mi ha detto: “Sono furioso.  Si deve vedere il fondatore dell’Impero nascondersi dietro la siepe? E’ il colmo. E’ il colmo. “Calmatevi”-  gli ho detto –  e aiutatemi a portare questa croce che da 16 anni mi devo portare in collo.

La croce in questione era quella dell’insopprimibile diarchia Quirinale-Palazzo Venezia che aveva impedito (con buona pace di Emilio Gentile) di trasformare l’Italia in un regime totalitario analogo a quello sovietico e nazionalsocialista. E che avrebbe determinato, come sostenne proprio Mussolini in un anonimo articolo pubblicato sul «Corriere della sera» durante i 600 giorni di Salò, la caduta del fascismo nella notta del 25 luglio 1943. Pur corroso e mutilato il potere di Casa Savoia restava una non scavalcabile pietra d’intralcio per realizzare quel progetto e di questo l’Italienische Reise del dittatore germanico aveva offerto una plastica rappresentazione.

In quell’occasione, il seguito del Führer non risparmiò distruttivi giudizi sull’istituto monarchico, definendolo «un’ingombrante inutilità», la cui natura intimamente reazionaria era incompatibile con le rivoluzioni nazionali del 1922 e del 1933. Una comunicazione riservata redatta alla fine del 1940 dal responsabile dell’ufficio informazioni del ministro degli Esteri tedesco,  l’SS-Standartenführer, Rudolf Likus, ritornava su quegli avvenimenti, sostenendo che a quel coro di taglienti critiche non era rimasto estraneo Ciano.

Nel rapporto, quasi interamente basato su fonti interne al PNF, si sosteneva anzi che era stato il Ministro degli Esteri a suggerire ai vertici nazionalsocialisti di lanciarsi in queste irrituali esternazioni che arrivarono al punto di sostenere la necessità «di espellere la Santa Sede da Roma, di abbattere la monarchia, di proclamare Cancelliere Mussolini e nominare il genero capo dell’esecutivo».

I contenuti dell’informativa di Likus trovano conferma in un passo del diario di Bottai del 12-13 settembre 1938, dove si registrava che «il viaggio di Hitler in Italia ha avuto ripercussioni dirette sulla nostra politica interna», perché «le reciproche posizioni di Führer e Duce hanno riacceso negli zelatori le smanie per la posizione di Mussolini, sminuita, dicono, dal contatto tra il Hitler, quale Capo del Reich, e il Re, Capo dello Stato».

La corte del Führer  aveva assecondato questa deriva, gettando benzina sul fuoco delle «riserve antidinastiche di Ciano». Il «ghignante Goebbels», Hess, Himmler e il futuro Governatore generale della Polonia e «boia di Varsavia», Hans Frank, proprio sulle rive dell’Arno, «parlarono allo scoperto di anacronismi dinastici, beffeggiando la Corte, la sua etichetta, il suo cerimoniale».

Quello sguaiato vociferare fu, però, un segnale di grande importanza. Era «intorno alla Germania», continuava Bottai, che si articolava «il gioco delle tendenze e delle controtendenze» che animavano la competizione interna alla classe dirigente del fascismo. L’appoggio di Berlino sembrava rappresentare «la carta vincente per gerarchi e sotto-gerarchi in cerca di fortuna».

Soprattutto, però, quella carta costituiva la variabile in grado di determinare la vittoria nella guerra di successione che si era riaccesa attorno alla scrivania di Mussolini. Nel momento in cui la notizia del duello, per occupare le sale di Palazzo Venezia, ingaggiato da Galeazzo, Bottai e il ministro della Cultura Popolare, Dino Alfieri, soprannominato «il secondo Ciano», era stata ripresa da buona parte della stampa europea.

Il tour italiano del Cancelliere del Reich, continuava Bottai, era stato il pretesto atteso da Galeazzo per rilanciare il «suo gioco antimonarchico». Il «generissimo», dinanzi allo stesso Ministro dell’Educazione Nazionale, al deferente Starace, ad Alfieri, diviso tra riluttanza e acquiescenza, aveva affermato che il nodo gordiano della diarchia andava reciso con la spada, «al più tardi dopo la morte del vecchio sovrano».

Tutta l’insofferenza del consorte di Edda per la monarchia e le sue simpatie, per quei tratti del modello politico germanico che potevano secondare la sua scalata al vertice della dittatura, erano, infine, venute alla luce, subito dopo la partenza del Führer e della sua banda di Lanzichenecchi dalla città gigliata, «quando aveva elogiato il Nazismo per aver rotto ogni legame con gli Hohenzollern, picchiando con la voce dura e fredda sul beneficio di tale rottura». E fu, forse proprio per quell’esternazione al cianuro che la «primavera di bellezza» di Hitler a Firenze uscì dal folklore storiografico per entrare nella grande storia, come Franco Cardini e Roberto Mancini ci hanno magistralmente mostrato.

(Pubblicato il 14 luglio 2020 © «Corriere della Sera»)

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