Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Fine di un regno. Il collasso delle Due Sicilie e la «guerra per il Mezzogiorno»

Carmine Pinto non ha dubbi: il regime borbonico fu travolto dai suoi problemi interni e dalla conseguente impopolarità della dinastia napoletana. Garibaldi e Cavour diedero solo l’ultima spallata a un sistema morente. Dal primo capitolo dell’ultimo importante libro dello studioso salernitano


di Marco Vigna

Il saggio del professor Carmine Pinto uscito in questo 2019 per i tipi della Laterza, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, è un testo complesso ed articolato, che riunisce in un insieme coerente ed armonioso una molteplicità di tematiche.

Sarebbe riduttivo interpretarlo unicamente quale uno studio sul brigantaggio postunitario, poiché questo argomento, nonostante abbia un peso preponderante nell’economia della ricerca, viene ad essere collocato in un contesto storico e sociale molto più ampio, abbracciando tutto il periodo 1799-1870, estendendo l’analisi trasversalmente alle diverse classi e ceti, integrando l’interpretazione con categorie tratte dalla storiografia politica e da quella culturale, assieme alle possibilità offerte dal metodo comparativo.

Il lavoro di Pinto apre così una serie di spunti d’indagine su temi diversi fra di loro, come l’esame del processo di costruzione dello stato nazionale al Mezzogiorno, il contrasto intestino tra fazioni opposte al Sud, il ruolo della simbologia, della letteratura e del giornalismo nella politicizzazione delle masse e via discorrendo.

La guerra per il Mezzogiorno approfondisce anche le cause ed il modo con cui il Regno delle Due Sicilie collassò con facilità nel 1860, che è poi il tema che costituisce l’introduzione dell’opera nel capitolo Rivoluzione nazionale e crisi di regime. Un motivo basilare fu l’ostilità compatta e quasi unanime dei siciliani nei confronti del dominio borbonico sull’isola. Lo sbarco di Garibaldi incendiò la Sicilia, che si levò in armi contro l’odiato governo napoletano. Ciò che seguì non fu una guerra civile fra siciliani, ma un conflitto collettivo degli isolani contro i borbonici. Anche se non mancavano tra i siciliani i partigiani di Francesco II, si trattava di una minoranza insignificante. La terza rivoluzione siciliana contro i Borboni, dopo quelle del 1820 e del 1848-1849, fu determinante, perché impose «l’egemonia politica e ideologica del movimento unitario intorno alla monarchia sabauda, rendendo irreversibile la rottura dell’equilibrio nella penisola. Ai borbonici invece annunciò una novità più radicale e sconvolgente del passato, la minaccia del superamento definitivo del Regno».

La vittoria della causa nazionale in Sicilia e l’avanzata di Garibaldi provocarono uno spostamento tellurico nel Mezzogiorno continentale. La società meridionale era stata divisa fin dal 1799 fra gli assolutisti, clericali e legittimisti, da una parte, i costituzionali liberali, dall’altra. Questa dicotomia fondamentale tagliava in due trasversalmente le classi e lo stesso ceto dirigente, intrecciandosi con rivalità familiari, di fazione, d’interesse, personali. L’antica e radicata aspirazione ad una riforma costituzionale che mettesse fine al regime assolutistico pervadeva buona parte della società. Inoltre ad essa si era aggiunto l’ideale nazionale italiano, per cui la rivoluzione si proponeva il superamento definitivo dello Stato autonomo delle Due Sicilie e l’affermazione ultima del nuovo Stato unitario di tutti gli italiani.

Fu di rilievo inoltre l’immensa popolarità di cui godeva Giuseppe Garibaldi nell’opinione pubblica italiana, inclusa quella meridionale, come testimoniò anche la trionfale accoglienza che fu riservata dagli abitanti di Napoli al suo ingresso in città. L’Eroe dei Due Mondi, «simbolo patriottico e uomo capace di stimolare entusiasmo popolare», fu non soltanto un condottiero militare dotato, ma anche un personaggio carismatico atto a trascinare le popolazioni. Il grande regista del conflitto fu però il conte di Cavour, che agì da intelligente scacchista sapendo accompagnare l’azione militare a quella politica, sia interna in direzione delle classi dirigenti meridionali, sia esterna con la diplomazia. Al contrario, il gruppo dirigente borbonico mancò d’intelligenza e d’energia, prendendo decisioni incoerenti ed autodistruttive, nonché agendo con debolezza oppure rimanendo in stato d’inerzia.

I patrioti liberali furono in grado di allargare la propria area di consenso conquistandosi le adesioni di coloro che formavano la cosiddetta area grigia tra liberali e borbonici e che, dinanzi alla prospettiva del cambio di regime, decisero di passare sotto le bandiere di chi appariva il probabile vincitore e che offriva precise garanzie a tutela del mantenimento dell’ordine legale e sociale. Ciò che avvenne fu una «rivoluzione disciplinata», come la definisce il professor Pinto. «Gli unitari rivendicarono una propria legalità rivoluzionaria nel gestire i passaggi di consegna dell’impalcatura istituzionale (sindaci, giudici regi, magistratura e uffici provinciali) e furono inflessibili nel difendere i diritti di proprietà per evitare le tensioni del 1848.»

La prospettiva di salvaguardare le proprie personali posizioni od anche di migliorarle, la tutela dei beni personali, l’assenza di minacce di vendette da parte dei garibaldini e dei liberali, facilitarono il passaggio in massa d’interi settori dello Stato e del ceto dirigente alla causa nazionale. I soldati, i sottufficiali, gli ufficiali inferiori delle Due Sicilie presero a sbandarsi o a passare al nemico: «L’effetto delle diserzioni e degli abbandoni, quasi del tutto assenti nel campo rivoluzionario e garibaldino, fu devastante per il morale e la capacità bellica delle truppe borboniche». Le insurrezioni locali, sparse in tutto il Sud, furono accompagnate o seguite dalla partecipazione dei funzionari locali delle Due Sicilie. I latifondisti fecero lo stesso.

Cavour e Garibaldi furono concordi nello scegliere una politica ispirata alla massima moderazione e nell’accogliere favorevolmente tutti gli ex borbonici che erano disposti ad abbracciare il loro progetto politico, evitando al contempo d’infierire sulle persone e sui beni dei vinti. Un esempio di questo fu «l’assoluto rispetto nei confronti dei prigionieri, che i garibaldini spesso rilasciarono sulla parola.»

I liberali, con un’organizzazione ramificata in tutto il Mezzogiorno, un’efficace e martellante propaganda, la capacità di convincere o per ideale o per interesse il notabilato, assicurando la protezione dell’ordinamento sociale, portarono alla rapida disgregazione interna dell’apparato statale delle Due Sicilie. La marina passò in massa dalla parte dei nazionali; interi reparti dell’esercito si sbandarono o si arresero dopo debole resistenza; magistrati, funzionari, ecclesiastici, grandi proprietari abbandonarono un regime moribondo per associarsi al movimento nazionale. Addirittura alte personalità del regno lasciarono Francesco II. Tra questi, il generale Alessandro Nunziante, comandante di prestigio nell’esercito borbonico e figlio del generale che aveva fucilato Gioacchino Murat: il ministro dell’Interno, Liborio Romano; addirittura il conte di Siracusa, fratello del defunto re Ferdinando II e zio del re, che giunse a scrivere un appello al nipote, distribuito a Napoli, con cui gli chiedeva di farsi da parte in nome della causa unitaria.

I borbonici, sempre più minoritari, divisi internamente e litigiosi anche per rivalità personali, sconcertati dalla rapida dissoluzione del Regno, rimasero come paralizzati. «All’inizio di settembre la “rivoluzione disciplinata” aveva vinto, neutralizzando a basso costo i sostenitori del regime borbonico, cementando un blocco molto più ampio di quello originario, consentendo la massiccia adesione del notabilato meridionale al progetto unitario».

La sconfitta del Regno delle Due Sicilie aveva richiesto ben poco sangue ed era stata indotta da fattori tanto militari quanto, se non più, politici. Il peso dell’intervento esterno di Garibaldi e del Regno di Sardegna fu decisivo, ma consisté in una spallata con cui s’abbatté un edificio statale internamente corroso e debole, quindi ormai caduco e destinato a sfasciarsi al primo urto.

La totale ostilità della Sicilia al dominio borbonico e napoletano, il fortissimo partito liberale e nazionale radicato anche nel Meridione continentale, l’opportunismo di buona parte del ceto dirigente meridionale, la partecipazione di parte almeno delle classi popolari portarono nel volgere di pochi mesi alla disintegrazione interna dello Stato duosiciliano. L’impopolarità del regime dei Borboni fu alla fine la causa principale del collasso del reame, che si dissolse progressivamente e velocemente dopo aver opposto scarsa e fiacca resistenza.

(Pubblicato il 14 settembre 2019 © «L’INDYGESTO» - INDYBOOKS)

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