Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Una purga staliniana nell’Italia degli anni Cinquanta. Il PCI e l’eresia “Magnacucchi”

di Luigi Morrone

Fino all’inizio degli anni 70 del secolo scorso, il Comunismo fu una dottrina politica del tutto equiparabile ad una religione monoteista. Ebbe i suoi “libri sacri” (le opere di Marx ed Engels), la sua Chiesa (il partito), i suoi concili (i congressi del partito o il plenum del Comitato Centrale), che stabilivano la Verità della Fede, i suoi teologi (i filosofi marxisti) i suoi scismi. L’espulsione dal partito era parallela alla scomunica ferendæ sententiæ, così come era parallela alla scomunica latæ sententiæ la condanna di una dottrina da parte del congresso di partito o del plenum del Comitato Centrale (ad esempio, la condanna del trotskismo è tranquillamente paragonabile alla condanna dell’arianesimo a Nicea).

E c’era la persecuzione degli eretici. È appunto un caso di persecuzione degli eretici preceduto da una scomunica ferendæ sententiæ che viene esaminato da Paolo Buchignani nel primo fascicolo dell’annata 2019 di “Nuova Rivista Storica”.

Gli eretici sono i reggiani Aldo Cucchi e Valdo Magnani, espulsi dal PCI negli anni 50 del secolo scorso. Quasi coetanei, si frequentano fin da ragazzi, condividendo non solo le passioni giovanili, ma anche l’avversione al Fascismo. Abbracciato il credo marxista, entrambi nel 1936 si iscrivono al Partito Comunista clandestino.

Entrambi partecipano alla guerra civile. Cucchi, noto nelle Brigate Garibaldi con il nome di battaglia di “comandante Jacopo”, merita la medaglia d’oro della resistenza e con tali credenziali nel 1948 viene eletto deputato nelle file del PCI. Magnani, medaglia di bronzo quale membro dell’esercito titino, dopo la guerra viene nominato segretario della Federazione Reggiana del PCI ed anch’egli viene eletto alla Camera nel 1948. Dopo l’attentato a Togliatti del 1948, Cucchi diventa guardia del corpo del Segretario. Magnani è anche cugino di Nilde Jotti ed assiduo frequentatore della casa di Togliatti. Al congresso della Federazione Reggiana del 1951, si consuma l’eresia.

I due, criticano l’eccessivo appiattimento del PCI sul Cominform (e, conseguentemente, sul PCUS guidato con mano ferrea da Stalin), che reputano in contrasto con lo storicismo gramsciano e con l’idea della via nazionale al socialismo di cui alla svolta togliattiana di Salerno.

La reazione del partito è durissima. Non consentono ai due “eretici” di dimettersi. Dal PCI di quegli anni, come dirà Silone, non si esce come da una bocciofila. Chi si dimette è colpevole di indegnità politica e morale, è un disertore in guerra, un traditore che abbandona il suo esercito per passare al nemico.

Così il partito procede all’espulsione dei due “eretici”, con un linguaggio durissimo, che ne fa dimenticare i meriti resistenziali. Anzi: l’ANPI rincara la dose con parole forse ancora più dure di quelle usate dal partito. Anche il PSI, all’epoca sulla linea stalinista dei comunisti di cui è alleato nel Fronte Popolare, partecipa al linciaggio degli “eretici”.

Del mitico comandante Jacopo il documento di espulsione dice: «Il Partito della classe operaia e del popolo italiano caccia dalle sue file il traditore e lo addita al disprezzo di tutti i compagni e di tutti i lavoratori». E l’ANPI addita i due ex comandanti partigiani al «disprezzo dei volontari della libertà e di tutto il popolo italiano». Una vera e propria “purga staliniana”, annota Buchignani, riallacciandosi alle parole della vedova di Magnani: «Nell’Italia degli anni Cinquanta ho provato lo stalinismo in un Paese democratico, lo stalinismo senza Stalin».

Al linciaggio morale dei due, accomunati nel dileggiante epiteto “Magnacucchi”, partecipa l’intero establishment del partito, compreso il ceto intellettuale: si uniscono al coro Pietro Secchia, Luigi Longo, Mario Montagnana, Arturo Colombi, Ambrogio Donini, Concetto Marchesi, Davide Lajolo. Lo stesso Togliatti, pur impegnato come dirigente del Cominform, ha parole sprezzanti nei confronti dei due, paragonati a pidocchi nella criniera di un cavallo da corsa. Violenza verbale che, restando in tema di similitudine con le vicende teologiche, è in modo impressionante assimilabile a quella dei rabbini olandesi nei confronti di Spinoza.

Buchignani affronta il tema del contesto internazionale in cui s’inquadra la scomunica, che consegue alla scelta del PCI di abbandonare la “via nazionale” per allinearsi al dominio del PCUS, già al VI congresso del gennaio 1948. L’atmosfera è castrense. Le associazioni di partigiani vengono utilizzate quali “riserve” per la Rivoluzione che s’immagina imminente. È di quegli anni la condanna dello “scisma” titino, nonché i processi di popolo contro i comunisti che tentano di intraprendere strade nazionali (Rajk in Ungheria, Kostov in Bulgaria, Dzoze in Albania).

E lo scisma titino pesa non poco nella brutalità dei compagni nei confronti dei “Magnacucchi”, accusati di essere agenti di Tito, esplicitamente da Edoardo D’Onofrio, responsabile nazionale dell’Ufficio Quadri. Gli “eretici”, nei paesi oltrecortina, sono passati per le armi. Ma, come dimostra Buchignani, il pericolo che i “Magnacucchi” facciano la stessa fine è concreto.

Infine, per Buchignani la violenza nei confronti dei “Magnacucchi” ha anche una spiegazione nelle lotte intestine al PCI. Secchia è fautore di una linea insurrezionale, contrapposta alla linea parlamentare di Togliatti e spera di trovare una sponda nel PCUS, ma il referente di Stalin è sempre Togliatti, e lo resterà. La parentela di Magnani con la Jotti, lo stretto rapporto di entrambi con Togliatti sul piano personale, fanno della loro eresia un’arma in mano ai nemici interni di Togliatti, che hanno premuto per il suo trasferimento in URSS sperando di tenerlo lontano dalle vicende italiane.

(Pubblicato il 2 maggio 2019 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

Top page


Condividi:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Twitter
  • Wikio IT
Stampa articolo
Segnala ad un amico