Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Gli Italiani dimenticati dell’Istria

di Dino Messina

Passeggio per il centro storico di Pola, costeggiando l’Arena Romana, il tempio di Augusto, l’Arco dei Sergi, e i tanti palazzi veneti, con Silvana Mikovilovich, una signora di 88 anni che fino a questa estate ha continuato a dare lezioni di italiano. “Sono nata Micovilli – mi racconta – e mio fratello Ladislao che ha lavorato per tutta la vita a Milano, ha mantenuto quel cognome, noi invece siamo diventati Mikoviloch. Mio padre Giorgio fu investito casualmente da un camion tedesco e morì nel 1944, io rimasi con mia madre che non se la sentì di partire quando ci fu il grande esodo, dopo il trattato di Pace del 10 febbraio 1947. Frequentavo il collegio dei Sacri Cuori di Gesù e Maria e all’improvviso in classe rimanemmo soltanto in due. Camminavo per la città semideserta con le lacrime agli occhi. Un senso di vuoto durato a lungo, che ho cercato di superare con il lavoro, lo studio e la famiglia”.

La professoressa Mikovilovich, che si laureò in lingue, è stata anche l’insegnante e poi collega della scrittrice Nelida Milani, che nel capolavoro a due voci con Anna Maria Mori, “Bora – Istria, il vento dell’esilio” (Marsilio),  ha descritto il trauma dei rimasti che in poche settimane videro partire quasi tutti i polesani, 28 mila su una popolazione di circa 30 mila: “le famiglie bene, molti professionisti, il farmacista, l’ufficiale che ha sposato la cecoslovacca, il dentista che ha sposato l’ungherese[…] Partì il mondo dei mille mestieri, l’operaio e l’artigiano, il contadino inurbato in cerca di fortuna e il manovale, il cantierino e la tabacchina, l’ortolano, il carraio, il bandaio, l’impagliatore, il bottaio, il fornaio, il muratore il veterinario…”.

Tra il 1947 e il 1954, anno del memorandum di Londra con cui passava alla Jugoslavia anche la zona B del cosiddetto Territorio libero di Trieste, e sino al trattato di Osimo del 1975, la popolazione italiana che abitava la costa occidentale dell’Istria, ma era maggioritaria anche a Fiume, nei grandi centri delle isole del Carnaro e a Zara, lasciò la propria casa per approdare nella penisola. Un lungo esodo che vide sradicarsi dalle terre natali 300 mila italiani. Il 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo, istituito con legge del 2004, si parlerà del loro sacrificio e delle violenze subite nel terribile biennio 1943-1945 da parte dei titini. Si calcola che furono almeno cinquemila le vittime delle “foibe”. Una violenza che fu strumentale per svuotare un’intera regione della secolare presenza italiana.

Nel Giorno del Ricordo passerà sotto silenzio il sacrificio della minoranza di italiani che invece restarono e oggi rappresentano l’unica comunità italiana autoctona al di fuori dei nostri confini nazionali.

“In tutta la Jugoslavia eravamo 25.600 nel censimento del 1961 e ci riducemmo al minimo di 15 mila in quello del 1981”, mi racconta Orietta Moscarda, nuova direttrice del Centro di ricerche storiche di Rovigno. “E’ semplicistico dire che quella di rimanere fu una scelta – continua Moscarda – anche perché soltanto una piccola minoranza lo fece per convinzione ideologica, la fede nel comunismo.  Molti furono costretti a restare. Ad esempio, mia nonna materna, madre di cinque figli, che dopo il 1947 aveva ottenuto il nullaosta per partire, rimase perché al nonno era stata respinta la stessa domanda di opzione. Io sono nata nel 1966 e cresciuta negli anni Settanta quando il carattere nazionale non era considerato importante. Foibe, esodo, Goli Otok, l’Isola Calva dove venivano imprigionati e torturati gli oppositori del regime titino, erano parole che non venivano nemmeno sillabate”. Oggi invece di quelle violenze si parla e una delle maggiori ricercatrici sulla stagione di violenza nel biennio ‘43’45, ma anche negli anni successivi sino al Memorandum di Londra, è proprio Orietta Moscarda, che vede criticamente il Giorno del Ricordo: “E’ una ricorrenza in cui noi rimasti veniamo quasi ignorati”.

Non è così pessimista Maurizio Tremul, di Capodistria, la ridente città portuale che contende il primato commerciale a Trieste e a Fiume, che invece sottolinea la collaborazione con le comunità degli esuli in Italia. Tremul è presidente dell’Unione italiana, l’organizzazione che rappresenta la comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia e che conta circa 37 mila iscritti. Sono più di 4600 gli allievi delle scuole italiane: tra Slovenia e Croazia 14 scuole dell’obbligo e 7 licei. Con la dissoluzione della Jugoslavia e la creazione dei nuovi Stati l’ondata di nazionalismo ha contagiato anche la comunità italiana che è riuscita a imporsi. La questione della lingua definisce meglio di ogni altra il diritto degli italiani a essere riconosciuti come tali nelle regioni dove sono presenti da secoli: molte città del litorale occidentale istriano; la regione liburnica con Fiume, Cherso, Lussinpiccolo e Veglia, e anche in Slavonia e Dalmazia, in particolare Spalato e Zara, dove la presenza è però esigua.

Nelle aree vocate, spiega Valentina Petaros, presidente del Comitato Dante Alighieri di Capodistria, “bilinguismo significa entrare in un negozio, in ufficio pubblico, o in uno studio medico e avere diritto di parlare e ottenere una risposta in italiano. Cosa che non sempre avviene. Molto spesso dobbiamo spiegare ai nostri interlocutori per quale motivo ci esprimiamo in italiano. Bilinguismo significa anche avere il documento di identità in due lingue, o una cartellonistica stradale nei due idiomi. Disposizioni di legge non sempre attuate. Bilinguismo sarebbe ricevere il programma in italiano del Nuovo centro culturale nato a Capodistria con i fondi dell’Unione europea. Cosa che è stata puntualmente disattesa”.

Consapevole delle difficoltà, a partire dalla reazione suscitata negli ambienti sloveni e croati dall’istituzione del Giorno del Ricordo, che fu considerato “un colpo in un occhio”, Tremul si concentra sugli aspetti positivi e sul cammino fatto: “Da ragazzo mi chiamavano ‘italiano fascista’ e non capivo perché, poi mi sono reso conto della realtà quando ho cominciato a frequentare l’università di Trieste dal 1981. Oggi una parte degli studiosi comincia a condividere anche il nostro punto di vista e come presidente dell’Unione ho chiesto al ministro dell’istruzione sloveno Jernej Pikalo di inserire nei programmi scolastici anche la storia della comunità italiana, comprese le violenze subite nel secondo Novecento”.

Spostandoci a Fiume, il capoluogo quarnerino che nel 2020 sarà capitale europea della cultura, il quadro sulla nostra comunità, di italiani con doppia cittadinanza, si arricchisce. Mario Simonovich, 70 anni, ha lavorato a lungo nei giornali di lingua italiana: redattore a “La voce del popolo” e caporedattore nel quindicinale “Panorama”: “Noi rientriamo nella categoria di quanti si videro negare il diritto di optare per la nazionalità italiana in base al cognome. Quando Tito si rese conto che l’esodo degli italiani finiva per danneggiare l’economia dello Stato socialista pose un freno. E i cognomi vennero usati come strumenti: quelli in ‘ich’ erano considerati slavi. Siamo così rimasti, parte di quella minoranza nazionale che una volta era maggioranza egemone. E’ un peso che ti porti avanti per tutta la vita, soprattutto quando continui a leggere espressioni come ‘occupazione italiana’ o ‘liberazione jugoslava’. Invece, senza negare i torti e i danni fatti dal fascismo, non c’è dubbio che soprattutto i centri dell’Istria occidentale ma anche città come Fiume e Zara erano territori italiani, con una presenza secolare. Non è un caso se ancora oggi nella politica regionale dello Stato croato l’Istria, nonostante il forte peso economico, viene trattata con diffidenza, a causa del retaggio italiano. E il prossimo evento di Fiume capitale europea della cultura pubblicizzato con lo slogan “porto delle diversità” viene annunciato nei cartelloni cittadini e sugli autobus soltanto in croato: Rijeka, mai Fiume”.

A Fiume vive anche Orietta Marot, che è stata per quattro anni dal 2014 al 2018 presidente del comitato italiano della città, con settemila iscritti su 255 mila abitanti: “Quando lavoravo in banca mi chiamavano l’italianka, ma io ero contenta. Mio padre lavorava al cantiere 3 maggio, il cantiere del porto che impiegava seimila persone e dove oggi sono appena un migliaio, prima di tornare a casa si fermava sempre nella sede della comunità, per leggere i giornali, per avere notizie. Oggi la vita comunitaria si è ridotta, anche se ci sono tanti iscritti ma a mio avviso i numeri non raccontano la realtà. La realtà la raccontano meglio le decine di amici che ancora oggi si dichiarano croati ma in cuor loro sono di sentimenti italiani e le lapidi del cimitero dove il 2 novembre si sente parlare in italiano”.

(Pubblicato il 7 febbraio 2019 © «Sette»)

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