Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Ciano, Mussolini e il «gioco delle parti»

di Marcello Rinaldi

Da una nuova biografia di Ciano apprendiamo le autentiche dinamiche che spinsero l’Italia a entrare nel secondo conflitto mondiale

Per la penna di Eugenio Di Rienzo esce nella collana “Profili” della Salerno Editrice la prima biografia scientifica di Galeazzo Ciano. Siamo di fronte a una ricostruzione che si basa su una ricca documentazione inedita proveniente dagli archivi italiani, vaticani, inglesi, francesi, giapponesi, tedeschi, statunitensi, e dalle testimonianze delle maggiori personalità politiche, italiane e straniere, entrate in rapporto con quello che fu soprannominato ironicamente, eppure non senza ragione, il “quasi Duce”.

Si tratta di un’opera corale – nella migliore tradizione della storiografia di Renzo De Felice e Rosario Romeo – che non analizza solo la vita privata del «genero di regime», ma anche la costruzione della sua straordinaria e mal acquisita fortuna finanziaria. E non a caso, a questo riguardo, Di Rienzo parla esplicitamente di «tangentopoli in camicia nera».

Da questo monumentale (quasi 700 pagine), puntuale, minuzioso studio emerge il complesso rapporto di Galeazzo con il padre Costanzo, massimo eroe della Grande Guerra e poi notabile fascista di grande levatura e spregiudicato affarista.  Si enucleano le deferenti e poi contrastate relazioni con il suocero, «padre padrone», Mussolini; la storia d’amore con Edda, intessuta di tradimenti reciproci ma allo stesso tempo basata su un’infrangibile, quasi fraterna, solidarietà; infine le tante avventure sessuali che guadagnarono a Ciano la fama, meritata, di compulsivo seduttore seriale.

Il Ciano di Di Rienzo è però, anche e forse soprattutto, una biografia dell’Italia del Ventennio nero, delle classi dirigenti fasciste o fascistizzate, delle lotte di potere e degli intrighi sviluppatisi all’interno del PNF, nei saloni del Quirinale, nelle segrete stanze della Santa Sede, nei circoli affaristici del regime e nei Palazzi della grande industria e della grande finanza. Con ancora maggiore attenzione l’autore di questo volume analizza la strategia internazionale del nostro Paese, illusosi, dopo la Guerra d’Etiopia, di potersi presentare sul palcoscenico della storia nelle vesti di Grande Potenza, salvo poi rimanere stritolato, dopo il giugno 1940, nella morsa stretta attorno a esso da un malfido alleato, la Germania hitleriana, e dai veri Major Powers: Regno Unito, Stati Uniti e Unione Sovietica.

La vera novità di questo contributo consiste, comunque, nell’aver dimostrato, per la prima volta in maniera compiuta, la sostanziale inautenticità del Diario del conte Galeazzo Ciano (ministro degli Esteri dal 1936 al 1943), finora ritenuto come fonte veridica e inoppugnabile, per tracciare la storia del fascismo e del secondo conflitto mondiale. Quel documento, invece, si rivela, grazie a una più attenta analisi, una semplice deposizione a discolpa, redatta da Ciano a uso dei contemporanei e dei posteri per giustificare il suo operato, quando un putsch, una congiura di palazzo o le inflessibili leggi della guerra avessero sbalzato il suocero dal posto di comando di Palazzo Venezia.

Dal lavoro del direttore di «Nuova Rivista Storica» viene meno anche la plausibilità del cosiddetto “piano Ciano”, attraverso il quale il «generissimo», contro il volere del Duce, avrebbe tentato prima di sganciare l’Italia dalla morsa del Patto d’Acciaio e poi di stringerla in alleanza con le Potenze occidentali. In realtà tra Mussolini e il titolare di Palazzo Chigi mai vi fu disparità di vedute su questo punto, ma solo una ben congegnata commedia recitata a uso e consumo di Parigi, Londra e Berlino, il cui copione fu sempre redatto dal Capo del Governo italiano.

Mai la barra della politica estera del nostro Paese fu affidata, dal settembre del 1939 al giugno del 1940, alla guida di due diversi timonieri intenzionati a percorrere rotte differenti e contrastanti. Fu sempre “one man and one man alone”, per usare l’espressione di Churchill nel discorso radiofonico del 23 dicembre 1940, e cioè Mussolini, a restare sul ponte di comando. Eppure alcuni in Italia e molti fuori del nostro Paese, continua Di Rienzo, non compresero il “gioco delle parti” simulato da suocero e genero, non rendendosi conto che la patria di Pirandello poteva eccellere nella messa in scena di simili rappresentazioni.  Non lo compresero i Paesi neutrali dell’Europa Sud-orientale eccetto la Turchia, dove il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri, Numan Menemencioðlu, ricordò più volte che “l’Italia, dopo l’invasione dell’Albania, era divenuta un elemento perturbatore della pace nei Balcani”.

Non lo comprese il Vaticano. Non penetrò quell’inganno il governo francese soprattutto a causa delle insistenze dell’ambasciatore a Roma. François-Poncet, il quale cercò di persuadere, fino alla fine di aprile del 1940, Daladier e poi il nuovo premier, Paul Reynaud, della buona fede di Ciano. Nemmeno l’amministrazione americana seppe comprendere un simile inganno. Non riuscirono a farlo, il “personal envoy” di Roosevelt, presso Pio XII, Myron Taylor, né l’ambasciatore statunitense William Phillips, che addirittura, il 1° settembre 1939, si dimostrò così convinto dalle assicurazioni di Ciano da riferire al Nunzio Borgongini Duca “che l’Italia non sarebbe mai scesa in guerra a fianco di Hitler e che anzi in un secondo tempo sarebbe andata a braccetto con Inghilterra e Francia”.

Anche il Primo Ministro britannico Chamberlain e il Segretario agli Esteri Halifax non arrivarono a decifrare il senso della partita di tennis da tavolo che si giocava tra il padre e il marito di Edda e che si protrasse, poi, almeno fino a fine aprile 1940. Nelle riunioni del War Cabinet, Ciano fu ripetutamente definito come “undoubtedly pro-British” (così Halifax nella seduta del 7 dicembre 1939) e, di conseguenza, considerato come un interlocutore del tutto affidabile. Alla luce di ciò, le sue prese di posizione “anti-guerra”, “anti-Asse” e, più o meno, velatamente “anti-Mussolini” dovevano ritenersi assolutamente sincere. E non a caso, per tutto il periodo della “non belligeranza”, il responsabile di Palazzo Chigi si presentò, a Halifax, come l’informatore in grado di decrittare gli umori delle gerarchie economiche e politiche italiane e i sempre più ambigui ed enigmatici progetti di Mussolini.

Di quei programmi, comunque, Ciano fece trapelare, con insistenza,  il disegno del Duce di arrivare, durante bello, a un Congresso delle Grandi Potenze, al cui termine, grazie all’azione dell’Italia, si sarebbe dovuto costruire un nuovo assetto politico europeo alternativo sia alla «pax franco-britannica» del 1919 sia soprattutto ai progetti di revanche e di espansione di Berlino. In questo caso però, Ciano – è sempre Di Rienzo a sostenerlo – non mentiva. Più di ogni altra cosa, infatti, Palazzo Venezia temeva lo squagliamento militare dell’intesa franco-britannica sul fronte occidentale. Il che avrebbe reso Hitler padrone dell’Europa e trasformato il nostro Paese in uno Stato vassallo del Terzo Reich amministrato, per conto terzi, da un Mussolini ridotto al rango di “Gauleiter per l’Italia”.

Ancora nel febbraio 1939, il Duce era persuaso che non ci sarebbe stata guerra fino almeno al 1943, e che se si fosse arrivato prima allo scontro, questo si sarebbe avuto con la sola Francia, impegnando l’Italia in battaglie di contenimento sul fronte alpino, con ristretto dispendio di mezzi e scarsa effusione di sangue, e in limitati scontri aereo-navali nel Mediterraneo che non avrebbero interessato il territorio nazionale. Quell’intervallo temporale avrebbe consentito all’Italia di rafforzarsi sul piano economico e finanziario e di ricostituire il suo apparato militare logorato dal conflitto italo-etiopico e dall’oneroso intervento nel bellum intestinum spagnolo. Dopo il tuono dei cannoni di settembre, quella presunzione venne meno e ciò, si è detto, indusse il Duce a dichiarare la “non belligeranza” per tentare di realizzare in poco meno di un anno quello che si sarebbe dovuto fare nell’arco di un quinquennio.

La verità, come sostiene Di Rienzo, è invece diversa. Mussolini e Ciano impiegarono i mesi dal settembre 1939 al giugno 1940, non per riarmare Aeronautica e Regio Esercito o almeno per accumulare sufficienti scorte di materiali strategici, ma piuttosto per preparare una nuova Conferenza di Monaco (29-30 settembre 1938), nella quale, cedendo alle richieste di Hitler, Chamberlain, Daladier e il Duce si erano illusi di aver «salvato la pace». Ciano, il 22 maggio 1939, aveva sì siglato il Patto d’Acciaio, ma prima di quella fatale firma, insieme al suocero, aveva considerato l’occupazione della Cecoslovacchia, come la testimonianza dell’inesauribile libido dominandi del Führer e l’accordo russo-tedesco del 23 agosto 1939 non solo e non tanto come un’alterazione del substrato ideologico dell’alleanza nazi-fascista, quanto come una manovra che mirava a estromettere l’Italia dalla regione balcanico-danubiana.

Tutte le mosse di Hitler, successive alla sigla dello Stahlpakt, furono lette, a Roma, come una minaccia verso Francia e Inghilterra ma anche contro l’Italia. E addirittura la dichiarazione di guerra alla Polonia del settembre 1939 fu valutata come la prova provata della slealtà del socio di maggioranza dell’Asse, tanto che Ciano riuscì ad accreditare, presso le cancellerie occidentali, quelle dei Paesi neutrali e le aule della Santa Sede, la possibilità che non soltanto Mussolini fosse contrario a “slacciare i mastini della guerra”, ma anche che alla fine egli avrebbe potuto passare dall’altra parte della barricata, affiancandosi a Londra e a Parigi in una replica dell’Intesa del 1915.

Certo, scrive Di Rienzo, l’entrata in guerra della Germania pose, a Palazzo Venezia e a Palazzo Chigi, un dilemma di non facile soluzione. Dopo il voltafaccia della Grande Guerra, l’Italia aveva fama di non rispettare i patti giurati. E quando Mussolini dichiarò la “non belligeranza”, la Germania, seppur non ufficialmente, considerò questa presa di posizione come la premessa di un nuovo tradimento, pur sapendo che l’impreparazione delle Forze Armate italiane, ben conosciuta da Hitler e dalle alte sfere della Wehrmacht, poteva largamente giustificare quella decisione.  Quello che è certo, comunque, è che a Berlino, allora, si subodorò che il Duce e il suo ministro degli Esteri avessero pianificato una strategia politica e militare ostile all’alleato del 22 maggio.

Come attesta Di Rienzo, questi timori non erano infondati. Ciano e Mussolini erano, infatti, convinti che gli Anglo-Francesi erano prossimi a sferrare un attacco preventivo contro l’Unione Sovietica, divenuta de facto se nonde iure, alleata del Reich. Cosa effettivamente prevista dalla cosiddetta “Operazione Pike”, pianificata dal marzo 1940, con la quale gli Alleati intendevano bombardare i giacimenti petroliferi del Caucaso e i porti del Mar Nero e contemporaneamente fornire supporto logistico e copertura aerea a una puntata offensiva dell’esercito turco verso i confini russi. Se questo fosse accaduto, Berlino e Mosca non avrebbero tardato a siglare un vero e proprio patto militare e il Duce avrebbe trovato la giustificazione adeguata per non onorare l’alleanza con la Germania che lo avrebbe costretto a tradire la tavola dei valori del fascismo, combattendo a fianco della Russia e del bolscevismo internazionale.

In realtà, continua Di Rienzo, suocero e genero fecero molto di più. Mussolini diede, infatti, mandato a Ciano di fornire larga assistenza militare alla Finlandia, con armamenti, materiali, velivoli da caccia, invio di specialisti, per contrastare l’aggressione sovietica del 30 novembre 1939. Negli stessi mesi, Ciano forniva a Bucarest l’assicurazione che l’Italia non avrebbe tollerato l’usurpazione sovietica della Bessarabia e aggiungeva: “Qualora Stalin ne avesse rivendicato il possesso con la forza, la Romania avrebbe potuto contare su un sostegno addirittura maggiore di quello concesso da Mussolini ai Nazionalisti spagnoli”. Ancora Ciano, poi, su ordine di Mussolini, cercò di formare una «Lega dei Neutri», a trazione italiana (comprensiva di Romania, Ungheria, Bulgaria e, in prospettiva, di Grecia e Iugoslavia), per contrastare le minacce provenienti da Mosca e da Berlino. E sempre da Palazzo Chigi, il 1° ottobre, partì la proposta, inoltrata a Hitler e da questi naturalmente respinta, di ricostituire uno «Stato polacco sovrano», epurato dall’elemento ebraico e ristretto in frontiere tali da assicurare il ritorno nel Reich di tutte le minoranze germaniche, la cui esistenza, comunque, avrebbe potuto facilitare un futuro processo di pace con le democrazie occidentali.

Infine, ancora Ciano, evidenzia Di Rienzo, operò per sabotare le trattative per la firma del patto di non aggressione russo-nipponico, che nei piani della diplomazia tedesca avrebbe dovuto porre le basi di un’alleanza planetaria dei “Paesi revisionisti”, rivolta a distruggere l’ordine mondiale edificato nel 1920 dalle Potenze plutocratiche. Nelle prime settimane del settembre 1939, Ciano, infatti, tentò con ogni mezzo di ostacolare l’appeasement tra Mosca e Tokyo, puntando sui circoli militari anti-sovietici attivi nella capitale nipponica nel tentativo di convincerli a scommettere, invece, su un accordo globale con Stati Uniti, Regno Unito e Francia, favorito dal governo di Roma.

Insomma, durante il periodo della nostra neutralità, Ciano, ligio al foglio d’ordini del Duce, finalizzò la sua azione a far saltare il maggiore caposaldo della strategia di Hitler: quell’intensa russo-sovietica che liberava il Reich dall’incubo strategico di combattere su due fronti, come era accaduto nella Grande Guerra, e che gli consentiva di aggirare il blocco navale franco-britannico, approvvigionandosi, senza limitazioni, dalla Russia di derrate alimentari e delle materie prime necessarie allo sforzo bellico.

Inoltre, afferma Di Rienzo, Mussolini e Ciano sperarono fino all’ultimo che la Francia resistesse alla pressione nazista con una strenua resistenza sulla Marna, come avvenne nel settembre 1914 e ancora nel luglio-agosto 1918. E per assicurare almeno una vittoria ai punti alle Potenze occidentali,  il Duce non esitò a ordinare a Ciano d’informare la Segreteria di Stato vaticana del piano di sfondamento delle linee alleate, elaborato dal Comando supremo delle Forze Armate tedesche, permettendo alla Santa Sede di inviare, il 3 maggio 1940, un dispaccio confidenziale indirizzato ai Nunzi, a Bruxelles e all’Aia, dove si annunciava “una prossima offensiva germanica oltre il confine della Francia, che avrebbe colpito anche Belgio e Olanda e forse la Svizzera”.

Lo stesso annuncio era pervenuto, da parte di Pio XII (informato direttamente da Ciano tramite Giovanni Battista Montini), a Umberto e Maria José, durante l’udienza del 7 maggio, per metterli in grado di comunicare tempestivamente ai sovrani di Belgio, Olanda, Lussemburgo, e di conseguenza anche ai governi alleati, che, “nonostante le ripetute smentite tedesche”, l’invasione dei loro Paesi, di lì a pochi giorni, era data per certa dal governo italiano. Questi avvertimenti, di cui fu indirettamente informata anche l’ambasciata francese a Roma, non ottennero però, come sappiamo, l’effetto (sperato da Mussolini) di arrestare o almeno di contenere l’impeto del Blitzkrieg tedesco, che prese inizio il 10 maggio.

Da ultimo c’è poi da considerare, insiste Di Rienzo, che il Duce aveva ordinato, subito dopo la firma del Patto d’Acciaio, di affrettare la costruzione del Vallo Alpino Settentrionale (poi battezzato ”Vallo del Littorio”): la cosiddetta “Linea non mi fido” che, grazie alla spesa preventivata di circa un miliardo di lire, doveva sigillare ermeticamente il vecchio confine con l’Austria. Un’iniziativa, questa, che Ciano avrebbe commentato, in un colloquio con l’incaricato d’affari russo, Lev Borisovič Helfand, sostenendo che “anche avendo dei fratelli come vicini, era opportuno essere in grado di chiudere loro la porta di casa se si fossero verificati disaccordi o malintesi”.

Insomma, da questa nuova biografia di Ciano emerge una radicale “revisione” della diffusa vulgata secondo la quale, dal 1936, anno d’inizio della Guerra di Spagna, l’Italia fascista si fosse legata indissolubilmente alla Germania hitleriana. Come Di Rienzo ha dimostrato anche nei suoi precedenti lavori (dedicati alle conseguenze diplomatiche del conflitto italo-etiopico e ai rapporti tra l’Unione Sovietica e le Potenze dell’Asse dal 1939 al 1945) questa versione dei fatti non coglie la complessa strategia della diplomazia italiana dopo la proclamazione dell’Impero. Sia il conflitto spagnolo che la conquista dell’Albania dell’aprile 1939 (a torto considerate come le “guerre di Ciano”), furono pianificate da Mussolini per ragioni squisitamente politiche e geostrategiche, che non configuravano, assolutamente, la volontà di arrivare a una definitiva rottura con gli alleati del 1915.

Nel primo caso si trattava di rafforzare la posizione italiana del Mediterraneo, di bloccare l’ingresso, in forze, della flotta russa nei “mari caldi”, di gonfiare i muscoli dinanzi al partner dell’Asse, dimostrando la possanza dell’apparato militare italiano ma anche di carezzare il tetragono anticomunismo delle classi dirigenti britanniche e quello dell’“internazionale cattolica” facente capo al Vaticano. Nel secondo, l’obiettivo era di bloccare il Drang nach Osten germanico, perché, come Ciano avrebbe confidato a Bottai, la «formula politica» dell’impresa albanese, non prevedeva una competizione con Parigi per l’egemonia sulla riva orientale dell’Adriatico, né mirava a costituire una minaccia contro Iugoslavia e Grecia, ma era “la creazione di un antimurale italiano al Reich nella sua marcia verso Balcani e Danubio”.

Si trattava, in altri termini, dello stesso obiettivo, così assicura Di Rienzo, che portò Mussolini a dare il via alla disastrosa invasione della Grecia nonostante il ferreo veto comunicato a Ciano da Ribbentrop, e, infine, a trasferire sul fronte russo, tra l’agosto 1941 e il luglio 1942, ben tre Corpi d’Armata, un numero considerevole di squadriglie della Regia Aeronautica e persino mezzi leggeri della Regia Marina da dislocare sul Mar Nero e sul lago Ladoga, per un totale di quasi 300.000 uomini.

A questo punto l’ovvia domanda da porsi è perché Mussolini e Ciano (entrambi egualmente germanofobi) abbiano respinto, a fine maggio 1940, le offerte franco-britanniche garantite da Roosevelt, le quali, in cambio del mantenimento della neutralità italiana e di una posizione favorevole del Duce verso gli Alleati nelle future trattative di pace, contenevano ampie concessioni coloniali (Tunisia e Algeria comprese), la partecipazione del nostro Paese all’amministrazione del Canale di Suez e forse addirittura la trasformazione di Gibilterra da dominio britannico a “citta internazionale”, secondo il modello adottato per Tangeri la cui governance era stata affidata, nel 1923, a una commissione internazionale composta da Francia, Gran Bretagna e Spagna, cui si aggiunsero, tra il 1928 e il 1929, Stati Uniti, Italia, e altri Paesi europei restati estranei alla Grande Guerra.

Di Rienzo scrive che la rinuncia di Mussolini a prendere in considerazione quelle proposte obbediva a calcolo razionale e non a infatuazione bellicista. Difficilmente, infatti, il Duce avrebbe potuto partecipare ai colloqui di pace, accanto a un Hitler trionfante, su semplice pressione del Regno Unito e di una Francia non solo malamente sconfitta ma di fatto annientata. Persino se Londra e Parigi avessero potuto strappare alla Germania quella concessione (cosa di cui era più che lecito dubitare), la posizione del premier italiano sarebbe stata irrituale, debolissima, del tutto ininfluente, al cospetto del Führer, divenuto padrone assoluto del gioco.

Solo dopo aver partecipato al conflitto, al “modico” prezzo “di alcune migliaia di morti” (secondo la frase riferita da Badoglio), che gli avrebbe assicurato la possibilità di “sedersi al tavolo della pace quale belligerante”, Mussolini poteva far sentire la sua voce con la fondata speranza di essere ascoltato. Insomma, alla luce di un calcolo realistico, la strada che poteva condurre alla pace passava, ineluttabilmente, sullo stretto cammino tracciato dal filo della spada. Come, il 28 maggio, Ciano comunicò all’ambasciatore britannico Percy Loraine, non esisteva, infatti, «altra via d’uscita» dalla guerra scatenata dal Reich se non la partecipazione italiana alla contesa europea. Una decisione, questa, che Di Rienzo definisce “tragica e rovinosa ma anche inevitabile”.

Ma dalla biografia di Ciano si ricava anche un altro dato di verità. Non solo Vittorio Emanuele III, i quadri della diplomazia italiana, i maggiori centri di potere industriali e finanziari, ma anche tutti i principali gerarchi, anche quelli più ostili alla Germania, condivisero la necessità della presa d’armi. Grandi, che poco prima della firma del Patto d’Acciaio aveva definito, con rara miopia, quel trattato come lo strumento “che accresce le nostre possibilità d’azione in campo internazionale e fa dell’Italia fascista l’arbitra della pace e della guerra”, scrisse sì a Mussolini, ancora il 21 aprile 1940, per spingerlo a non affiancarsi al Reich per poi ribaltare completamente la sua posizione nei primi di giugno. Lo stesso fece l’antitedesco Bottai che, a un mese dal nostro ingresso nel conflitto, inoltrava a Ciano un dossier in cui, dando scontata la sconfitta del Regno Unito, tracciava un piano di riorganizzazione politica e sociale dell’Europa ormai caduta nelle mani dell’Asse.

Per usare le parole di Di Rienzo, se tra settembre 1939 e giugno 1940 ci fu in Italia “un partito della pace”, esso non lasciò davvero nessuna traccia della sua azione, tanto da far pensare che quel partito sia esistito solo nell’immaginazione di qualche storico tratto in inganno dal Diario di Ciano e dalle memorie di quei gerarchi che, a un passo dalla caduta del regime, il Foreign Secretary, Anthony Eden aveva insignito dello sprezzante titolo di “opportunist Fascists”.

(Pubblicato il 5 dicembre 2018 © «Corriere della Sera – La nostra storia)

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