Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Lo stile del Presidente. Nel quadro delle prerogative costituzionali, la storia ci insegna che ogni Capo dello Stato colora l’istituzione della sua cultura, delle sue inclinazioni, della sua personalità

di Guido Alpa

Questa approfondita e originale ricerca è affidata a due densi volumi editi da il Mulino (I Presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia della democrazia italiana), che si articolano in più parti: l’introduzione in cui Alberto Melloni firma la prefazione, il saggio di Giuseppe Galasso sul ruolo del Presidente nella storia della Repubblica, il saggio di Sabino Cassese sul ruolo del Presidente nello sviluppo della democrazia, e poi le biografie, tredici medaglioni scritti da storici e politologi di vaglia, una galleria fotografica, i “processi”, cioè i modi di eleggere, rappresentare , operare e di esprimersi dei Presidenti, e poi i poteri e le strutture.

Il sottotitolo, «il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia della democrazia italiana» spiega il taglio storico, politico e giuridico seguito in modo coerente e uniforme dai diversi contributi, tutti segnati da grande equilibrio, competenza e fascino. Uno stile e un metodo che, senza cadere nell’agiografia, pare calibrato sull’altissima funzione di questo organo costituzionale, che al tempo stesso impersona lo Stato, la Repubblica italiana, ma anche il popolo che nel Presidente vede il simbolo della Nazione. Sono i “due corpi del re”, il corpo mistico e il corpo politico di cui parlava Kantorowicz, che si ripropongono con diverse forme negli Stati democratici, laici, post-moderni. Qui poi il Presidente non è visto solo come figura individuale, ma nell’ambito della sua organizzazione, sia del personale che lo coadiuva, sia dei luoghi in cui espleta la sua funzione.

La prima prospettiva. Che cosa ci insegna la storia? Occorre muovere dall’Assemblea costituente, che deve inventare una funzione del “Capo dello Stato” diversa da quella dei Re savoiardi e ignota fino a quel momento, atteso che, salve le effimere Repubbliche risorgimentali, gli Stati preunitari e poi quello unitario erano stati retti da monarchi, viceré, principi, duchi, e finanche da papi che assommavano al potere spirituale il potere temporale assimilato a quello regale. Di qui la formula, assai elastica e colma di sottintesi, secondo la quale il Presidente della Repubblica «è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale» (art. 87 Cost.). Di qui anche i limiti al suo potere e alla sua responsabilità, che l’Assemblea voleva bilanciati con quelli assegnati al Parlamento, all’Esecutivo e alla Magistratura, per non ricalcare il ruolo del Re come definito dallo Statuto.

In ogni caso, non si sarebbe potuta ripetere la vicenda storica della diarchia come era avvenuto sotto il passato regime, posto che la durezza della nostra Costituzione non avrebbe potuto consentire lo stravolgimento dello Statuto con legge ordinaria, come avvenne all’inizio del 1926, e lo svuotamento dei poteri della Camera e del Senato ad opera del Gran Consiglio del Fascismo con la fioritura di altri organi e istituzioni non previsti dalla normativa costituzionale. La storia però ci insegna – e qui la galleria di medaglioni sui Presidenti è assai istruttiva – che ogni Presidente colora l’istituzione della sua cultura, delle sue inclinazioni, della sua personalità; che il rapporto tra il Presidente e gli altri organi costituzionali, o le altre istituzioni, non si può raffigurare come un cielo di stelle fisse, ma piuttosto che, nel rispetto dei vincoli formali, il contenuto dei poteri, l’uso di quei poteri, così come la loro esternazione, mutano sia in virtù delle caratteristiche soggettive di chi è chiamato ad assumerli, sia in virtù della situazione oggettiva, cioè lo stato della democrazia esistente al momento in cui quei poteri sono esercitati.

La seconda prospettiva. La dimensione politica oscilla tra la tesi estrema che considera il Presidente come un organo simbolico e decorativo e l’altra tesi che gli attribuisce un ruolo risolutivo nelle grandi decisioni che segnano la storia del Paese, nella risoluzione delle crisi, nella definizione dei governi. Gli studiosi si soffermano soprattutto sul cuore delle funzioni descritte dall’art. 87 della Costituzione. Sono però tutti d’accordo nel ritenere che, salva la duttilità della figura, che entro i limiti costituzionali può variamente modellare il suo potere, il Presidente rappresenti gli ideali di civiltà, libertà e giustizia propri di una costituzione democratica destinata a durare solidamente nel tempo (Baldassarre, Associazione Italiana Costituzionalisti, AIC,1/2011). In questo senso il rapporto tra la carica e l’organizzazione democratica è essenziale, si incarna nella forma di governo, nel nostro caso il governo parlamentare, e il Capo dello Stato contribuisce – certo non determina da solo – a orientare l’indirizzo politico sia per l’interno sia per l’esterno.

La terza è la prospettiva più coltivata nella letteratura esistente in materia, e per questo meno presente nei due volumi , che cercano di offrire una indagine a tutto tondo dell’augusto ruolo presidenziale. Proprio intorno alla enumerazione delle funzioni descritte dagli artt. 87 a 91 della Costituzione, e dalla formula magica collegata con lo Stato e con l’unità nazionale si è costruito giuridicamente, da parte di Esposito, Mortati, Galeotti, e poi dai costituzionalisti di oggi, un ruolo complesso, che alcuni descrivono in termini di garanzia e controllo, altri in termini di imperiumpotestas ma soprattutto di auctoritas. Certamente non si tratta di un potere neutro, né marginale, come avrebbe preteso Schmitt, ma autorevole, prestigioso, essenziale, come teorizzava Kelsen.

I due volumi vanno al di là di queste, pur apprezzabili, posizioni e prospettive. Si avvicinano all’umanità dei Presidenti, alle loro tecniche di comunicazione, al modo in cui incarnano la Nazione, al modo in cui sono visti, al modo in cui si esprimono, al modo in cui hanno gestito e gestiscono il potere nel quadro delle prerogative costituzionali. Non trascurano neppure i luoghi in cui la funzione viene esercitata, in particolare il Quirinale, che oggi, proprio per sottolineare il rapporto diretto con i cittadini, anzi, con il popolo, è aperto a tutti, a dimostrare che il Presidente tutti ci rappresenta e di tutti è un paziente e solidale ascoltatore. Che poi su tredici Presidenti ben nove abbiano avuto una formazione giuridica, oltre che una militanza politica, non è un dettaglio trascurabile: è proprio attraverso il diritto che si comprendono i problemi della società e si possono far valere gli ideali della democrazia.

(Pubblicato l’8 luglio 2018  – © «Il Sole 24 Ore»)

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