Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

I fantasmi dei due Imperi eredi di Roma

di Silvia Ronchey

Secondo una profezia che ha circolato ininterrottamente dalla caduta dell’impero bizantino nel 1453 a quella dell’impero ottomano nel 1922, Costantinopoli-Istanbul sarà riconquistata e restituita al suo credo e al suo ruolo da “genti bionde”: i russi, nell’interpretazione data già da un testimone oculare della conquista turca, Nestor-Iskander, con gioco sulle parole rusyj, “biondo”, e ruskyj, “russo”. Questa profezia oggi è tornata a circolare nei siti internet e nei blog del fondamentalismo panortodosso, e non a caso. Nello scacchiere politico attuale, da molti accostato a quello della prima guerra mondiale, sono tornati a confrontarsi il sultano e lo zar, come annuncia il titolo dell’ultimo libro di Franco Cardini (Il sultano e lo zar. Due imperi a confronto, Salerno Editrice). Non si tratta tanto, o non solo, dei due “autocrati”, Erdogan e Putin, che oggi perpetuano, in qualche modo e sotto nomi diversi, i due antichi ruoli.

Ad affrontarsi, e a mettersi in crisi a vicenda, sono i fantasmi dei due imperi eredi, dopo la caduta di Bisanzio, della sua tradizione politica, erede a sua volta di quella romana. Capitolata in mano ai turchi quella che per undici secoli era stata chiamata la Seconda Roma, il gran principe di Mosca Ivan III — che già si fregiava del titolo bizantino di “cesare”, dal greco kaisar, da cui czar — legittimerà il nome di Terza Roma dato alla sua capitale non solo in chiave ideologica, propugnandola unica ammissibile erede dell’ortodossia, ma anche per diritto dinastico, sposando, con geniale mediazione del Realpolitiker bizantino Bessarione, l’ultima erede della famiglia imperiale costantinopolitana, Zoe/Sofija Paleologhina, e rivendicando così la successione giuridica dell’estinto impero di Bisanzio. Il nipote di Zoe sarà Ivan IV Groznyj, il “Grande”, meglio conosciuto come Ivan il Terribile, che formalizzerà l’imprinting bizantino dell’impero zarista nelle celebri lettere al principe Andrej Kurbskij, rifonderà la dottrina dell’autocrazia universale, soffocherà il potere dei boiari, riorganizzerà l’amministrazione imperiale secondo i princìpi dello statalismo centralista di Bisanzio e farà così nascere la Russia moderna.

A lui si ispirerà Stalin, che riattualizzerà l’ideologia e le radici bizantine del nuovo impero sovietico, insieme esaltate e stigmatizzate da Sergej Ejzenstejn nella trilogia cinematografica che gli costerà la vita. Dal canto suo, sempre a partire dal XV secolo, il conquistatore ottomano continuerà a fregiarsi del titolo di “sultano di Roma” e nel suo impero la sopravvivenza della cultura romano-bizantina sarà apertamente assicurata (ancora oggi, quando i proclami dell’Isis parlano di conquistare Rûm, non è certo alla Roma dei papi che si riferiscono, ma alla Turchia, detentrice dell’ultimo titolo califfale). Mehmet II Fatîh il “Conquistatore” e i suoi eredi non soltanto applicheranno il diritto romano in quanto diritto consuetudinario dei popoli cristiani soggiogati, ma mutueranno con rispetto e precisione strutture amministrative e fiscali dell’impero di Bisanzio. Se nel 1453 venne meno l’osmosi culturale con l’Europa occidentale, non si estinse dunque, in quelle due propaggini nord e sud-orientali, la vocazione imperiale di mediazione tra le etnie. Nel suo prorompente libro Cardini non solo ricostruisce le origini ma ripercorre con storiografica minuzia le vicissitudini della lunga lotta euroasiatica per il controllo dei grandi spazi ingaggiata tra impero zarista e islam sultaniale per mezzo millennio e protratta ancora oggi nell’esplicito o implicito duello tra Russia e Turchia senza considerare il quale non si decifra lo scenario bellico del nuovo secolo. «Gli eventi degli ultimi anni», scrive Cardini, «ci hanno insegnato che una partita straordinariamente importante si sta giocando in un quadrante compreso tra Mediterraneo Orientale, Mar Rosso, Golfo Persico, area delle sorgenti del Tigri e dell’Eufrate, Iran, repubbliche turco-mongole transcaucasiche ex sovietiche, Russia e Caucaso». Ora, va segnalato che si tratta dello stesso quadrante in cui un grande intellettuale francese, Fernand Braudel, ha individuato l’entità geostorica che ha chiamato Mediterraneo Maggiore: la «zona spaziodinamica, che rievoca un campo di forze magnetico o elettrico», ha scritto Braudel, estesa alle pianure della Sogdiana e della Battriana, al Mar Rosso, al Golfo Persico, all’Oceano Indiano da un lato, al Caucaso, alla Transcaucasia e all’antica Rus’ dall’altro, in cui la civiltà mediterranea si è irradiata, dopo esserne stata in precedenza irradiata a sua volta. Una civiltà che, secondo Braudel, si misura da questi irradiamenti, poiché «il destino della civiltà mediterranea è più facile a leggersi nei suoi margini esterni che non al centro».

È una nozione utile da tenere presente quando parliamo oggi, a proposito dei conflitti in corso, di “scontro di civiltà” tra oriente islamico e occidente cristiano. È piuttosto il frantumarsi di un’unica e sola civiltà imperiale transconfessionale, di derivazione romano-bizantina, a ridestare gli scontri fra etnie che hanno segnato il turbolento esordio del ventunesimo secolo nello spazio che Cardini chiama il “cuore geopolitico del mondo”, in cui si è svolto fin dal Seicento il Grande Gioco degli imperi, in cui si è consumata la lotta per l’egemonia della massa continentale euroasiatica tra il sultanato ottomano e l’impero zarista: l’immensa ricchezza energetica di gas e petrolio rende lo “spazio dinamico” del Mediterraneo Maggiore di Braudel se possibile ancora più strategico oggi per l’occidente. Afghanistan, Caucaso, Balcani; Iraq, Anatolia, Siria, Nordafrica. La disgregazione dei due eredi di Bisanzio, ottomano e russo-sovietico, rispettivamente all’inizio e alla fine del Secolo Breve, ha revocato la composizione, da loro garantita quando non imposta, dei conflitti etnici. Ha creato “un mondo senza più imperatori”, come lo definisce Cardini, dove a trovarsi contrapposti non sono quindi tanto i rappresentanti della tradizione bimillenaria che innalza, per usare la definizione di James Hillman, “l’unicità sopra la molteplicità”, quanto i fantasmi della pluralità. Faglie di attrito antichissime, preromane e prebizantine, hanno ricominciato a entrare in moto complesso, provocando un unico macroscopico sussulto tellurico nella geografia postcoloniale. È uno sciame sismico di conflitti asimmetrici quello che la psiche occidentale tenta di interpretare come un “unico” scontro frontale.

È come se la comprensione della reale e plurale natura del conflitto, delle sue cause prime, fosse preclusa alla memoria dell’occidente dal riaffiorare di antichi complessi o traumi collettivi: i sensi di colpa del colonialismo, certo, ma prima ancora le contraddizioni e le violenze del processo di formazione delle identità nazionali europee, e prima ancora di questo, forse, la memoria “infantile” della multietnicità perduta, dei suoi antichi tabù, degli attriti di sepolte identità tribali, complesse e multiple.Riconquisteranno le “genti bionde” quel che resta dell’impero ottomano? Difficile che l’antica profezia si avveri. Ma la mezzaluna, “arcano segno protettore di Costantinopoli passato a Istanbul e ai sultani-califfi ottomani” ancora oggi fieramente accampato al centro dello sventolio di bandiere della repubblica di Erdogan, e l’aquila bicipite bizantina adottata ufficialmente dal gran principe di Mosca al momento del transfert tra Seconda e Terza Roma, simbolo del potere russo che ancora oggi campeggia al centro del volante della limousine di Putin, continuano a contendersi, dal quindicesimo secolo al nostro, la custodia di quell’istmo, reale o figurato, che divide, o unisce, oriente e occidente.

(Pubblicato il 2 giugno 2018  – © «La Repubblica»)

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