Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Giulio Andreotti, la Libia di Gheddafi e la stabilità del Mediterraneo

di Eugenio Di Rienzo

Le special partnership con la Libia rivoluzionaria di Gheddafi è stata uno degli aspetti più importanti della politica estera dell’Italia repubblicana, ora analizzato nel volume, curato da Massimo Bucarelli e Luca Micheletta: Andreotti, Gheddafi e le relazioni italo-libiche, Edizioni Studium. Geopolitica, sicurezza reciproca, approvvigionamento energetico, interscambio commerciale, passato coloniale e, infine, migrazioni, hanno costituito la trama di una relazione che ha avuto in Giulio Andreotti uno dei principali protagonisti. Come presidente del consiglio o ministro degli esteri, lo statista democristiano coltivò sempre con impegno e lungimiranza il dialogo con i paesi arabi e un rapporto privilegiato con Gheddafi, che considerò sempre un interlocutore indispensabile per creare condizioni di pace e di stabilità del Mediterraneo.

Andreotti seguì i difficili e controversi rapporti con il regime guidato dal colonnello libico fin dalla sua ascesa al potere con il colpo di stato del 1969, condividendo la linea del dialogo perseguita dai governi italiani dell’epoca, nonostante il trauma della cacciata della consistente comunità italiana in Libia, nella convinzione che fosse l’unico strumento per la tutela dei rilevanti interessi economici ed energetici, ma anche per l’alleggerimento delle tensioni e la conservazione della pace nel Mediterraneo. Presidente del Consiglio nel 1972-73, ministro della Difesa nel 1974, ancora presidente del Consiglio nel 1976-79, lo statista democristiano tornò a guidare un dicastero nel 1983 come ministro degli Esteri di un governo pentapartito guidato da Bettino Craxi. Rimase in questa carica fino al 1989 quando, sostenuto dalla stessa formula pentapartito, riassunse la carica di presidente del Consiglio, affidando il portafoglio degli Esteri al socialista Gianni De Michelis. Quando si dimise, nel 1992, Andreotti era riuscito ad avviare il superamento dei maggiori scogli politici che impedivano una definitiva intesa con il governo di Gheddafi e a gettare le basi di un nuovo e proficuo rapporto con la Libia, che sarebbe lentamente maturato negli anni a venire.

Numerosi furono gli ostacoli che lo statista romano e i governi italiani si trovarono ad affrontare in quegli anni: la salvaguardia degli interessi strategici ed economici, il bisogno di tutelare le migliaia di lavoratori italiani in Libia e l’esigenza di gestire la complicata eredità coloniale, con l’insistente richiesta di Gheddafi di condannare l’esperienza coloniale e di risarcire la popolazione libica, a cui faceva da contrappeso la domanda di maggiori attenzioni e tutele avanzata dalle migliaia di italiani di Libia cacciati dalle loro case e dalla loro terre nel 1970. Ad essi si aggiunsero difficoltà esogene, conseguenza del sostegno di Tripoli al terrorismo internazionale e del progressivo isolamento del paese nordafricano voluto dagli Stati Uniti, che da anni erano impegnati nell’attuazione di ritorsioni politiche, economiche e militari contro il regime di Gheddafi.

Nonostante il tentativo di Andreotti di rasserenare i rapporti tra Gheddafi e Reagan aprendo un canale segreto e diretto di dialogo, e la sua ostinata azione politica per frenare l’escalation militare, la crisi del 1986, culminata nel bombardamento americano di Tripoli e Bengasi e nella reazione libica con il lancio di missili su Lampedusa, rese impossibile per l’Italia rimanere in equilibrio tra la solidarietà nei confronti dell’alleato statunitense e la politica del dialogo con Gheddafi, anche perché, all’interno dello stesso governo italiano, guidato all’epoca da Bettino Craxi, emersero posizioni non sempre concordanti con quelle del leader democristiano volte alla continua ricerca della mediazione. Ne seguirono un temporaneo raffreddamento delle relazioni con Tripoli a livello politico e una serie di complicazioni in campo economico e commerciale. Ma Andreotti continuò a considerare Gheddafi un interlocutore indispensabile per la stabilità del Mediterraneo e per riuscire a risolvere il conflitto arabo-israeliano. Riannodò pazientemente e instancabilmente le fila del negoziato fino ad arrivare nel 1991 a un’intesa complessiva con Tripoli, in grado di superare gli elementi di contrasto e rilanciare i rapporti di amicizia e collaborazione in ogni settore della cooperazione bilaterale. L’accordo non poté produrre risultati a causa delle sanzioni che sarebbero state comminate alla Libia, ma pose le basi per i successivi importanti passi sulla via della piena riconciliazione: il Comunicato congiunto sottoscritto dai ministri degli Esteri, Lamberto Dini e Omar Muntasser, nel 1998, e il Trattato di Amicizia, Parteneriato e Cooperazione, firmato nel 2008 da Gheddafi e dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, con i quali, oltre a dare ampia e completa sistemazione ai vari problemi presenti nelle relazioni bilaterali, si consolidavano definitivamente le relazioni politiche ed economiche tra l’Italia e la Libia di Gheddafi.

Questo è il quadro complessivo delle relazioni italo-libiche, che emerge dai saggi raccolti nel volume curato da Bucarelli e Micheletta. La complicata ricerca del dialogo e della mediazione al fine della pace e della sicurezza nel Mediterraneo, la necessità di salvaguardare l’ingente massa di interessi economici ed energetici, le tensioni interne e internazionali cui fu sottoposto il governo italiano a causa della crisi libico-statunitense, nonché l’apertura al dialogo interreligioso con il mondo arabo, sono i temi affrontati e approfonditi dai curatori e dagli autori (Viviana Bianchi, Augusto D’Angelo, Silvio Labbate e Luigi Scoppola Iacopini). Gli studiosi hanno potuto lavorare su documentazione inedita, in particolare sulle carte conservate nell’Archivio di Giulio Andreotti presso l’Istituto Luigi Sturzo. Grazie all’apporto di questo inedito materiale documentario si sono potute delineare con maggiore precisione le tante questioni presenti nell’agenda politica delle relazioni tra Roma e Tripoli e restituire, a parte intera, una pagina fondamentale della politica estera della Prima Repubblica che, con l’eccezione dei governi Berlusconi, dopo la caduta del sistema dei partiti, nati nel dopoguerra, l’attuale ceto politico ha del tutto accantonato.

(Pubblicato il 16 maggio 2018  – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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