Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Quando il passato non passa. Le cause (non) perse della storia

di Eugenio Di Rienzo

Complici le prescrizioni di un’analisi del passato «mainstream» che si arroga la presunzione di collocarsi sempre dalla parte giusta del tavolo (o piuttosto da quella del vincitore) e un’interpretazione massimalista e fideista dello storicismo, molti, anche tra gli storici professionisti, sono convinti che movimenti ideologici e sistemi geopolitici, una volta sbaragliati dalla forza degli eventi, siano destinati a gravitare nell’orbita morta della storia senza avere più nessun contatto con il presente. Molti esempi, lontani e più vicini a noi, ci convincono invece che questa interpretazione non deve essere accettata come moneta sonante.

Chi avrebbe ipotizzato che dopo la cacciata di Carlo X di Borbone da Parigi, nel luglio 1830, la causa legittimista sarebbe rimasta una forza politica determinante nella Francia del Secondo Impero e della Terza Repubblica e che dall’opera di un uomo, uscito da una famiglia fedele seguace di quella causa, (Charles de Gaulle) avrebbe preso forma la «restaurazione monarchica» della Cinquième République? Chi avrebbe potuto supporre che il Carlismo, il movimento che riuniva i difensori del diritto al trono del ramo maschile dei Borboni-Spagna, sconfitto sul campo di battaglia nel febbraio 1876, sarebbe divenuto una delle forze maggioritarie della destra nazionalista e tradizionalista spagnola per buona parte del Novecento, prima, durante e dopo la «Guerra Civil», capace di far udire la sua voce persino in questi ultimi mesi, quando, di fronte alla minaccia delle secessione catalana, alcuni sparuti gruppi di manifestanti hanno intonato, nelle vie di Madrid, i vecchi inni di quel partito osannanti alla grandezza e all’indivisibilità della Spagna?

Chi avrebbe potuto congetturare che, negli Stati Uniti, il mito del «Sud confederato e ribelle» sarebbe trapassato dal nostalgico folklore cinematografico della pellicola «Gone with the Wind» al campo dell’opinione pubblica militante, che avrebbe fatto di quella «Lost Cause» un serbatoio di valori concorrenti con quelli della causa, che fu vittoriosa, il 9 aprile 1865, tanto da costringere, ora, il governo di Washington a proibire la pubblica esposizione delle bandiere confederate? Chi avrebbe azzardato prevedere, infine, che a cento anni dalla fine della Grande Guerra, quando s’impose definitivamente un sistema internazionale basato sul principio di nazionalità, avremo visto rinascere, con mutato nome e con mutata forma, i grandi sistemi imperiali del passato in Russia, in Cina, Iran, in Turchia, pronti a impegnarsi in un serrato conflitto di potenza con la «Repubblica imperiale» statunitense?

Eppure tutto questo è accaduto. E bene ha fatto la rivista «Meridiana» (Viella Editore) a dedicare un ricco inserto monografico, coordinato da Eduardo González Calleja e Carmine Pinto, a queste cause, forse sconfitte, ma non dimenticate e, in qualche caso, ancora viventi, che con colpevole leggerezza gli analisti del passato si sono affrettati seppellire nel cimitero sconsacrato della storia e della memoria, chiamando a raccolta un eccellente manipolo di studiosi italiani e stranieri (Pedro Rùjula Lopez, Jordi Canal, Antonello Venturi, Angelo Ventrone).

Attenzione, però. L’inserto di «Meridiana» parla anche di noi, della nostra Italia, del suo passato e del suo presente. Lo fa col saggio di Carmine Pinto, dedicato alla letteratura neo-borbonica tra 1867 e 1911, che allude, però, anche agli epigoni di questa tendenza storiografica: da Pino Aprile a Giordano Bruno Guerri, il cui successo di pubblico, se non di critica, è sotto gli occhi di tutti. Lo fa con il lavoro di Angelo Ventrone, «Il fascismo non è una causa perduta. Ricordi e rimozioni nei vinti della Repubblica Sociale Italiana», di cui dovremo ricordarci quando vedremo ricomparire nelle edicole l’ennesimo calendario fotografico dedicato a Benito Mussolini. E lo fa per dirci che, molto spesso, il presente è fatto di un passato che, seppure sconfitto, non è destinato a passare. Se a esso non si contrappone un’analisi storica non di parte o di partito, «giustificatrice» e non «giustiziera», per dirla con Benedetto Croce. Se a esso non fa barriera una risposta politica adeguata a non far germinare i semi di una nostalgia rancorosa e recriminatoria che spesso tinge indebitamente di rosa quello che è stato, comparandolo al demoralizzante spettacolo della nostra vita civile che ogni giorno, sempre più sconfortati, siamo obbligati a contemplare.

(Pubblicato il 29 dicembre 2017 – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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