Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Nord e Sud, il divario incolmabile. Un saggio di Guido Pescosolido

di Eugenio Di Rienzo

Con il saggio, La questione meridionale in breve. Centocinquant’anni di storia, edito da Donzelli, Guido Pescosolido traccia un profilo di quella “questione meridionale” che da oltre 150 anni impegna opinione pubblica, governi e partiti di ogni stagione e colore politico, senza che se ne sia raggiunta una soluzione definitiva. Per questione meridionale, ricorda preliminarmente l’autore, “si indica generalmente quell’insieme di problemi posti dall’esistenza all’interno dello Stato italiano di una vasta area corrispondente grosso modo alle regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie, la quale ha presentato sin dalla nascita dello Stato unitario e presenta tutt’ora rispetto al Centro-nord un più debole sviluppo economico, uno svolgimento meno avanzato dell’insieme delle relazioni sociali, un più basso livello di importanti aspetti della vita civile”. La sua origine risale all’atto stesso della nascita dello Stato unitario, insieme alla “questione romana”, quella “veneta”, quella dell’arretratezza industriale dell’Italia nel suo complesso rispetto all’Europa. Con la sola differenza rispetto a queste ultime che quella meridionale, ad oggi, resta l’unica a non essere stata risolta.

Secondo Pescosolido, le differenze di reddito pro-capite tra Nord e Sud al momento dell’Unità si aggirava intorno al 10% e un forte divario si registrava invece nella dotazione infrastrutturale, nei tassi di analfabetismo e nel sistema creditizio. Poi, il Mezzogiorno in 150 di vita dello Stato italiano ha fatto registrare in termini assoluti progressi considerevoli (il reddito pro-capite reale del Sud tra il 1861 e il 2010 si è moltiplicato per più di nove volte). Inoltre, se il divario dal 10% del 1861 è passato a oltre il 45% degli ultimi anni ciò è stato dovuto al fatto che nel frattempo il reddito pro-capite del Centro-Nord si è moltiplicato di circa 15 volte.

Detto questo l’autore individua nella storia del dualismo Nord-Sud due periodi omogenei. Il primo, che va dal 1861 al 1887, fu contrassegnato da un regime di politica doganale con l’estero liberista, e vide le due macro aree della Penisola realizzare una crescita complessiva di reddito per abitante grosso modo equivalente, un recupero del Sud nella dotazione pro-capite di strade ferrate.

E’ vero che nel 1861, con l’adozione del libero scambio nel commercio con l’estero, le poche industrie meridionali, specie quelle siderurgiche e meccaniche, ma anche tessili, entrarono in crisi, con esiti in alcuni casi esiziali; ma è vero anche che l’agricoltura meridionale nel contempo si avvantaggiò della possibilità di collocare più facilmente all’estero i propri prodotti specializzati (vino, olio, seta, agrumi), i quali ebbero uno sviluppo vertiginoso, compensando in termini di reddito le perdite subite nelle attività manifatturiere.

La seconda fase, caratterizzata da una crescente propensione dello stato a intervenire nell’economia e da una politica doganale protezionista, va dal 1887 alla seconda guerra mondiale. Fu allora che il divario Nord-Sud nel PIL per abitante cominciò costantemente a crescere, giungendo nel primo decennio del Novecento a più che raddoppiarsi rispetto al 1861, e all’inizio degli anni Cinquanta superò il 40% con un PIL pro capite del Sud pari a circa il 55% di quello del Centro-Nord. Ciò avvenne tuttavia non a causa di una recessione dell’economia agricola meridionale, che continuò, di là dei due conflitti mondiali, a crescere, bensì per la formazione nel Nord di una struttura industriale di livello europeo. Nel contempo l’economia del Sud restava marcatamente e persistentemente agricola, anche se ben più dinamica che in passato.

Devo confessare, però, di non potermi riconoscere in questa narrazione, soprattutto per quello che riguarda i primi decenni unitari. Se le differenze tra il PIL delle provincie più avanzate del Regno delle Due Sicilie e quelle del futuro triangolo industriale (Piemonte, Lombardia, Liguria) furono del tutto inesistenti fino al 1860, come è largamente dimostrato dalla recente letteratura storiografica, l’aprirsi del divario economico tra le “due Italie” va imputato, infatti, anche ad altre cause. La perdita della sovranità monetaria, fiscale, e di quella decisionale in materia economica e finanziaria, di un organismo politico costretto forzosamente ad accorparsi con un altro Stato, senza nessun tipo di preparazione preliminare. Evento, questo, che configura un caso assolutamente diverso dalla lenta e progressiva unificazione economica della Germania bismarckiana rispetto dell’improvvisata unificazione della Penisola realizzato da Cavour e dai suoi successori.

Il disastroso impatto del sistema fiscale sabaudo che fu imposto all’ex Regno borbonico senza nessun tipo di perequazione. Il prelievo di ricchezza dal Meridione al Settentrione che si realizzò automaticamente con l’accorpamento del debito statale degli antichi Stati italiani a quello sabaudo e che fu soprattutto funzionale ad evitare la bancarotta del Regno sardo, dissanguato dall’emorragia finanziaria della Guerra di Crimea e del conflitto con l’Austria. Le grandi scelte, fatte, dopo il 1861, prima a Torino e poi a Firenze, guardando sempre alla nuova “Lotaringia” economica (Belgio, Francia, Stati germanici) e troppo poco allo spazio economico mediterraneo e ai consolidati partner commerciali del Mezzogiorno: Russia, Inghilterra, Levante ottomano, Africa settentrionale. Le stesse aree, per paradosso, che proprio Cavour riconobbe, al termine della sua esistenza, essere le naturali regioni di sfogo del lavoro e delle energie produttive degli ex domini di Francesco II.

Con Pescosolido, si deve riconoscere, comunque, che dopo il secondo conflitto mondiale ebbe avvio la fase di più grande sviluppo economico che l’Italia unita abbia mai avuto e contestualmente anche il più determinato e finanziariamente imponente sforzo di dirottamento di risorse a favore del Mezzogiorno grazie alla riforma agraria e all’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno. Allora anche nel Meridione nacquero numerosi nuclei industriali e l’agricoltura, pure in accelerata fase di ammodernamento, perse decisamente terreno di fronte all’avanzata dell’industria e soprattutto delle attività terziarie. Scomparve quasi completamente la società contadina meridionale esistente nel 1861. Quella meridionale divenne un’economia prevalentemente terziaria con consistente presenza anche di attività secondarie e un’agricoltura prevalentemente capitalistica. Per la prima volta dall’Unità il divario del Pil pro capite decrebbe.

Col 1973 prese avvio una quarta fase, protrattasi fino al 2014, nel corso della quale si arrestò definitivamente il boom industriale degli anni Sessanta e il divario Nord-Sud riprese a crescere tornando ai livelli degli anni Cinquanta e causando una ripresa dell’emigrazione dal Sud verso il Nord e soprattutto verso l’estero, che si era arrestata a fine anni Sessanta. Pescosolido ritiene giustamente che in 150 anni di storia ci sia stato un solo momento in cui sarebbe stato possibile risolvere il problema del riequilibrio territoriale: quello di fine anni Sessanta-primi Settanta del Novecento, quando l’Italia era diventata una delle maggiori potenze industriali del mondo, un apparato di infrastrutture terrestri tra i migliori d’Europa, aveva una finanza pubblica sana, un rapporto debito pubblico/PIL di circa il 30% contro l’oltre 130% di oggi.  Sarebbe stato allora possibile, sulla base di una politica dei redditi e di una programmazione nazionale rigorosa, puntare al consolidamento della produttività dell’apparato produttivo nazionale e a un deciso abbattimento del divario Nord-Sud.

Avvenne invece esattamente il contrario e a partire dal 1969 a livello nazionale si determinò quella svolta nelle relazioni tra movimento sindacale, mondo imprenditoriale e Stato che puntò a un aumento generalizzato dei salari e dei consumi assolutamente superiori agli aumenti di produttività. Nel giro di pochi anni si ebbe una inevitabile conseguente inflazione a due cifre accentuata dalle crisi petrolifere. Nel contempo dilagò la degenerazione del sistema delle partecipazioni statali e fu avviata la costruzione di un Welfare assolutamente al di sopra delle possibilità della finanza pubblica e dell’economia nazionale, che diede un contributo fortissimo a quella galoppata dell’indebitamento delle pubbliche amministrazioni che ha portato il rapporto debito pubblico/PIL ai pericolosi livelli odierni. A ciò si aggiunse il fallimento del ceto politico delle Regioni meridionali, istituite negli anni Settanta, che dopo aver contribuito indirettamente alla soppressione della Cassa per il Mezzogiorno, non seppero raccogliere l’eredità di quel che di positivo essa aveva saputo realizzare.

“Dal 2015 ad oggi l’economia italiana è tornata a progredire e quella meridionale forse più di quella del Centro-Nord”(?), sostiene Pescosolido, nel finale, esprimendo quasi un wishful thinking, considerata la modestissima entità della ripresa, ammesso che questa si sia davvero realizzata. Il baratro che separa l’Italia tagliata in due, dopo il 1861, è invece, a mio avviso, ancora in aumento costante e l’incapacità delle nostre classi dirigenti a colmarlo è sotto gli occhi di tutti. E per capire l’entità di questa tragedia nazionale credo sia sufficiente dare anche una distratta lettura al rapporto della Banca d’Italia del luglio 2017 sul crescente e forse ormai irrecuperabile «divario tra Nord e Sud per ricchezza pubblica, benessere privato, contesto socio-economico (disoccupazione, criminalità, qualità dei servizi sanitari e per l’infanzia, condizioni di accesso a nodi urbani e logistici)».

Infine, proprio dal 2015, i laureati nel Mezzogiorno, già ai minimi in Europa, sono in calo verticale, come diretta conseguenza delle scellerate politiche universitarie portate avanti da MIUR e ANVUR degli ultimi anni, ottemperando agli ukase degli ultimi esecutivi, non scelti dalla volontà popolare ma nominati. L’Università italiane è all’agonia, e con questo il Sud perde uno dei pochi volani di mobilità socialità, messi a sua disposizione. Un ultimo dato, questo che dovrebbe far riflettere amaramente chi ha scelto la professione (missione) di docente universitario.

(Pubblicato il 25 novembre 2017 – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

Inizio pagina


Condividi:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Twitter
  • Wikio IT
Stampa articolo
Segnala ad un amico