Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Galasso e il laboratorio della storia

Nel nuovo saggio la metodologia italiana in rapporto organico con politica, società e mondo globale


di Corrado Ocone

Bisogna forse partire dalle ultime pagine per capire tutta l’importanza, e il senso, di quest’ultimo, preziosissimo lavoro, di Giuseppe Galasso: Storia della storiografia italiana. Un profilo (Laterza, pagine 224, € 20,00). È in esse, infatti, quelle dedicate all’oggi, e alle prospettive future della storiografia, che, con rapidi ma incisivi tratti, l’autore evidenzia, da par suo, il problema che più dovrebbe starci a cuore, a tutti e non solo agli storici di professione. Anche se la storiografia nazionale ha fatto progressi rilevanti in ogni campo, aprendosi anche a nuove tematiche e a nuove metodologie, come il libro documenta, non è dubbio che oggi viviamo un periodo di crisi radicale: «non tanto dello storicismo, che aveva da tempo primeggiato nel pensiero europeo, quanto del concetto di storia e della categoria stessa della storicità nella teoria e nella prassi di quel pensiero». Si è passato da quello che, a torto o a ragione, fu chiamato «l’imperialismo della storia» nelle discipline umanistiche, che caratterizzò l’Ottocento, ad una crisi che investe l’idea stessa della possibilità di ricondurre le nostre identità alla ricostruzione, sempre in progress, del percorso storico che ci ha portato ad essere quel che siamo.

La crisi della storia così intesa si riverbera sul ruolo che alla stessa viene dato nella nostra società, così come nei programmi scolastici ecc. (né bisogna lasciarsi ingannare dalla mediatizzazione della storia concernente in modo particolare certi periodi come la seconda guerra mondiale). È che tutti siamo più poveri, e privi di quel necessario spirito critico che deve muoverci nell’affrontare il passato e le sue tracce nel presente, se viene meno la consapevolezza della nostra storicità. Piuttosto che imprecare, o esultare, per il semplicistico «illuminismo di massa» che caratterizza oggi generalmente il nostro approccio alle cose del mondo, compito dello studioso è, come sempre, e prima di tutto, quello di capire: considerando direttamente le grandi opere storiografiche del passato, osservando come attraverso di esse si sia nel tempo sempre più affinata la nostra conoscenza e la nostra consapevolezza. Essenziale, per farlo, è avere davanti agli occhi un attendibile, seppur rapido, quadro sinottico del pensiero storiografico passato. Un quadro che soddisfi l’uomo di cultura in generale, così come lo storico di professione. Che è quello che Galasso ci offre in questo libro che sicuramente diventerà un riferimento bibliografico imprescindibile per chi si occupa di queste tematiche.

Il libro è diviso in due parti, che presentano una evidente e voluta asimmetria. Pur sviluppandosi per un numero non troppo dissimile di pagine, la prima parte abbraccia, infatti,«una tradizione di quindici secoli», mentre la seconda parte («Dalla tradizione alla ricerca di altre dimensioni») concerne il mezzo secolo successivo alla seconda guerra mondiale. Il fatto è che quest’ultima, inedita al contrario della prima che riproduce una delle Appendici della Enciclopedia Italiana (Treccani), è stata concepita da Galasso sia come una sorta di completamento del profilo delineato in precedenza sia anche come una trattazione sintetica di temi e protagonisti che sono ancora oggi al centro del dibattito intellettuale. Ovviamente, non è possibile menzionare in questa sede nemmeno i principali degli autori e dei problemi che compaiono nell’ excursus storico presentatoci da Galasso. Anche perché la sua idea di storiografia è ampia, e, oltre ad incrociarsi (come è proprio della tradizione italiana) con gli studi di politica e di metodologia della storiografia (di cui Machiavelli e Vico sono stati i riconosciuti maestri), finisce per abbracciare anche le storie particolari: dalla storia della letteratura a quelle del diritto, dell’ arte, ecc. Per fare solo un esempio, in rapidi e incisivi tratti, nel volume di Galasso si trovano i profili, fra gli altri, di Francesco Guicciardini, Ludovico Antonio Muratori, Giannone, Cuoco, Francesco De Sanctis, Benedetto Croce, Gioacchino Volpe, Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Delio Cantimori, Rosario Romeo, Renzo De Felice. Fino a delineare le caratteristiche delle storie generali e locali di cui il nostro Paese si è dotato soprattutto negli ultimi settanta anni.

Temi come il contributo italiano alla modernità, il senso del Medioevo, il carattere del Risorgimento e dell’Italia unita, la Resistenza e la Repubblica, la nostra identità, il giudizio sul fascismo («parentesi» o «autobiografia della nazione»?), trovano qui una trattazione spesso molto suggestiva e quasi sempre condivisibile. Così come si valutano nella loro reale portata le aperture ultime alla storia sociale, alla «microstoria» o alla «storia globale». Ciò che di sicuro può dirsi, alla fine, è che, pur attraverso alterne vicende, la storiografia italiana, con la sua cifra peculiare, ha giocato un ruolo importante nell’evoluzione del pensiero europeo. Che non sempre l’ha però correttamente valorizzata, tanto che già Croce aveva sentito l’esigenza di scrivere una sua Storia della storiografia italiana nel secolo XIX per colmare le lacune che sull’ Italia erano presenti nella grande storia della storiografia moderna che Eduard Fueter aveva pubblicato in tedesco nel 1911. Proprio questa non adeguata considerazione negli studi internazionali della nostra storiografia è il fattore che impone a tutti noi di riconsiderarne il valore e, soprattutto, di preservarne lo spirito pur nei mutati contesti della più recente contemporaneità.

(Pubblicato il 6 novembre 2017 – © «il Mattino»)

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