Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

L’erica di Culloden e il papavero di Pontelandolfo. Ancora su Mezzogiorno e Risorgimento

di Eugenio Di Rienzo

Ai cittadini di Edimburgo è concesso, ogni 16 aprile, di inalberare un ramoscello d’erica, per ricordare i morti caduti sotto la falce della repressione, perpetrata da “Billy il Macellaio” (Guglielmo Augusto di Hannover), dopo la battaglia del Culloden, dove nel 1764 furono annientati i clan scozzesi che si battevano contro il dominio inglese. Non godranno, invece, di simile privilegio i cittadini meridionali, cui è stato fatto divieto di ricordare, magari con l’omaggio di un umile papavero (il fiore dei “cafoni” delle nostre “terre basse”),  le vittime civili della rappresaglia di Pontelandolfo e Casalduni del 14 agosto 1861 cadute sotto i colpi della campagna contro la guerriglia anti-unitaria che insanguinò il Meridione dal 1861 al 1870, quando i comandi del Regio Esercito decisero di applicare alla lettera i metodi di controguerriglia sperimentati in Algeria dalle truppe francesi.

Quel divieto non è stato, però, emanato dall’autorità repubblicana ma dal ceto dei colti, o meglio da una minoranza rumorosa di esso. All’iniziativa di alcune amministrazioni meridionali di voler celebrare una giornata della memoria in ricordo delle vittime dell’Unità d’Italia, «promuovendo convegni ed eventi atti a rammentare i fatti in oggetto, coinvolgendo anche istituti scolastici di ogni ordine e grado», è scattata la reazione indignata di alcune Società storiche e di analisti  del passato di area partenopea o limitrofi ad essa, e solo di loro, perché occorre ricordare che la polemica, fortunatamente, non ha varcato il tracciato viario di Porta Capuana.

Di questa reazione spiacciono il merito e il metodo. Spiace il primo perché esso configura un indebito uso politico della storia. Tanta indignazione si è levata principalmente in ragione del fatto che l’iniziativa della giornata della memoria è stata promossa o appoggiata dal Movimento 5 Stelle e dall’attuale sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Da quelle forze, cioè, responsabili di aver spazzato via, per il momento, le élite politiche meridionali che avevano costituito il punto di riferimento di molti intellettuali che ora agitano lo spauracchio della rinascita borbonica.  E spiace il secondo perché per confutare gli stralunati argomenti di alcuni imbonitori storiografici, che molto successo riscuotono presso i numerosi nostalgici della monarchia delle Due Sicilie (parlando, a vanvera, di primato economico del Regno di Napoli rispetto alla Francia, al Belgio, alle province settentrionali della Germania, alla stessa Inghilterra) si è replicato utilizzando lo stesso stanco mantra della vecchia storiografia risorgimentista.  Un settore di studi che secondo Gioachino Volpe sarebbe dovuto essere escluso da ogni dignità e accademica e da ogni riconoscimento scientifico.

Si è così ricantata, rispetto al tema liberazione e/o conquista del Sud, l’abusata “canzuoncella” del “tutto andò bene Madama la Marchesa”, parlando di una “Sabaudia” prospera e economicamente felix, accorsa generosamente a redimere una “Borbonia” impoverita e desolatamente infelix, e del concorso entusiasta dell’intera classe intellettuale meridionale verso la soluzione unitaria dopo il 1848 (due assunti indimostrati relegati nell’antiquariato storiografico dai lavori dell’ultimo quindicennio). Si sono ricantate le lodi del genio diplomatico di Cavour, dimenticando che per Adolfo Omodeo (dico Adolfo Omodeo, autore del volume Difesa del Risorgimento), quella genialità confinava troppo spesso con «la politica dell’avventura». Si è insistito sulle esclusive ragioni interiori del crollo dello Stato borbonico, che certo non mancarono, non ricordando, però, che proprio Benedetto Croce (dico Benedetto Croce) scrisse che «il Regno di Napoli non si dissolse per un moto interno, ma fu abbattuto da un urto esterno (sia pure dall’urto di una forza italiana), che incontrò consenzienti nel Paese, ma anche non pochi dissenzienti e repugnanti».

Nella calda estate del 2017 alcuni intellettuali meridionali si sono indefessamente affaticati su questa materia, arrivando persino a rivalutare la memoria del generale Enrico Cialdini (“macellaio di Pontelandolfo” e massimo responsabile della sconfitta del 1866) che insieme a Badoglio e Visconti Prasca (con le loro belle gesta a Caporetto e nella Campagna di Grecia del 1940), ha personificato una delle più tristi figure della nostra storia militare. Nessuno di quelli intellettuali, forse, ha invece scorso, anche distrattamente, il recentissimo rapporto della Banca d’Italia del luglio 2016 sul crescente e forse ormai incolmabile «divario tra Nord e Sud per ricchezza pubblica, benessere privato, contesto socio-economico (disoccupazione, criminalità,  qualità dei servizi sanitari e per l’infanzia, condizioni di accesso a nodi urbani e logistici)».  Eppure è proprio in quelle aride ma dolenti cifre e nel fallimento delle classi dirigenti meridionali e non nei libelli di Pino Aprile e Giordano Bruno Guerri, non nelle furbesche trovate propagandistiche de “O Sinnaco ‘e Napule”  e dei seguaci di Beppe Grillo che va cercata la causa della rinascita del borbonismo.  Almeno, se si vi vuole davvero trovare la causa vera di quel fenomeno e non abusare del nostro passato magari per fare dimenticare i troppi errori commessi e per troppo tempo passati sotto silenzio.

(Pubblicato il 7 settembre 2017 – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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