Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Studiare la storia delle colonie senza preconcetti

di Giampietro Berti

È possibile scrivere una storia del colonialismo italiano senza preconcetti ideologici? È quello che si è proposto di fare in modo egregio Luciano Monzali con un’analisi riguardante l’intera vicenda coloniale: Il colonialismo nella politica estera italiana 1878-1948. Momenti e protagonisti, Società Editrice Dante Alighieri – Biblioteca di Nuova Rivista Storica, 2017, pagg. 189, € 20,00.

Monzali sintetizza, in un’unica ricostruzione storica, i passaggi più importanti della storia coloniale italiana dimostrando come il problema abbia costituito dal Risorgimento al secondo Dopoguerra il tema centrale della politica estera italiana. Con una grande attenzione alla documentazione originale, che spiazza l’inesattezza di tanti stereotipi, Monzali indaga il ruolo svolto da alcune personalità politiche quali Sidney Sonnino, Tommaso Tittoni, Gaspare Colosimo, Alcide De Gasperi, Carlo Sforza, e alcuni diplomatici, come Pietro Quaroni e Vittorio Zoppi.

Sotto il profilo geopolitico, Monzali mette in luce che la scelta colonialista, sebbene sia stata il frutto di una ponderata decisione politica quale risultato di un lungo dibattito svoltosi a livello governativo, fu sostanzialmente inevitabile, in quanto provocata e condizionata dall’evoluzione del sistema delle relazioni internazionali e dal mutare degli equilibri di potere nell’area mediterranea e nel Vicino Oriente. In un continente come quello europeo, dominato sempre più dagli Stati dell’Europa settentrionale che in quel periodo avviavano un prorompente sviluppo industriale conquistando vasti territori e mercati extraeuropei, la posizione dell’Italia, Paese in gran parte agricolo e privo di risorse naturali, risultava marginale. È in questo contesto che va spiegata, a suo giudizio, la volontà della classe dirigente di dare una risposta politica, militare e commerciale al mutamento degli equilibri strategici e territoriali provocato dalle sfide poste dall’imperialismo belga, inglese, francese e portoghese, specialmente dopo il congresso di Berlino del 1878, che sancì l’attacco russo contro l’Impero turco e le conquiste asburgiche e britanniche (Bosnia-Erzegovina, Cipro) a spese di Costantinopoli.

Monzali sottolinea come le logiche e i meccanismi della gestione del potere coloniale da parte dei governanti italiani si siano presentate in concorrenza con le esperienze degli altri imperi coloniali europei, in un rapporto allo stesso tempo di omologazione e di conflittualità. Ciò non toglie naturalmente l’esistenza di alcune peculiarità, quali, ad esempio, l’attenzione del fascismo al tema della colonizzazione demografica, peraltro deludente, e l’impatto delle sue ambizioni totalitarie nelle colonie. Fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento il nostro Paese si cimentò in alcuni conflitti finalizzati alla conquista o alla difesa di vari possedimenti: precisamente in Eritrea, in Somalia, nella Tripolitania e Cirenaica, ma anche nel Dodecaneso, come ad esempio, Rodi.

La storia coloniale italiana finisce di fatto nel 1949 quando Alcide De Gasperi, dopo il fallimento del progetto di spartizione delle ex colonie italiane ideato dal ministro degli Esteri Sforza e da quello britannico Bevin, sposò pubblicamente la causa dell’autodeterminazione nazionale delle popolazioni libica e eritrea e iniziò una nuova fase della politica estera del nostro Paese, fondata sulla ricerca del dialogo e della collaborazione paritaria con i nuovi Stati africani e asiatici sorti dalla decolonizzazione europea.

(Pubblicato il 2 agosto 2017 – © «il Giornale» – News)

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