Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

2 luglio 1940. I morti senza colpa dell’Arandora Star

di Eugenio Di Rienzo

Pianure del Devon, del Somerset, del Kent. Campagne ordinate, borghi tranquilli. Qui la «dura, carne terribile della vecchia Inghilterra» ha trovato da sempre il suo riposo, dopo tante guerre combattute, in casa d’altri, nei lontani domini coloniali e nella più vicina Europa. Nell’estate del 1940, questo paesaggio idilliaco mutava bruscamente. Il filo spinato recintava il limitare dei campi da golf, dove si addestrava una molto improvvisata milizia territoriale, composta di anziani e riformati alla leva. I segnali stradali venivano rimossi o riorientati in modo da confondere gli spostamenti dell’invasore.

Abbondanti scorte di bombe molotov erano immagazzinate negli scantinati delle dimore gentilizie. Ogni villaggio si trasformava in una posizione fortificata, munita di sacchetti di sabbia, fossati, cavalli di frisia, difeso da formazioni militari femminili, riunite nell’Amazon Defence Corps. La Gran Bretagna era dopo molti secoli nuovamente sotto attacco e si preparava alla lotta per la sopravvivenza. Le armate tedesche, dopo aver conquistato mezza Europa, stavano per spiccare il grande balzo al di là della Manica.

Fu allora che il Regnò unito mostrò il volto di una nazione orgogliosa, determinata, caparbia nell’incrollabile volontà di difendere la sua terra e il proprio sistema di vita, nonostante le lacune di un sistema difensivo, che difficilmente avrebbe potuto reggere all’urto della macchina da guerra nazista, una volta che questa fosse riuscita a toccare le coste dell’isola.  L’esercito inglese, sfuggito dalla morsa di Dunkerque, privo di armi pesanti ed equipaggiamenti, era del tutto impari al compito assegnatogli. L’orgogliosa Royal Navy, tormentata dagli attacchi sottomarini avversari, non era più  lo strumento militare in grado di erigere il muro di navi, in grado di respingere Filippo II e Napoleone. Anche nei cieli, l’esito della battaglia rimase a lungo incerto e fu deciso a favore della Gran Bretagna, solo dopo molte settimane di scontri. Solla alla fine di settembre, Churchill potè tributare il suo commosso elogio ai piloti della Raf, affermando che «mai, nella storia degli uomini, tanti dovettero la propria salvezza all’eroismo di tanti pochi».

Prima di quel momento, il futuro del popolo inglese rimase nero e incertissimo, come testimoniava il diario di un cittadino londinese, che si domandava se fosse preferibile «sopravvivere come suddito del Reich o piuttosto morire come libero cittadino britannico». In quei mesi confusero la loro vita, in uno sforzo comune, aristocratici, piccoli e grandi borghesi, operai, agricoltori, studenti, moltissime donne, che parteciparono allo sforzo bellico in tutte le attività produttive, sostituendosi agli uomini, chiamati a difendere il «fronte di casa. Quella guerra, infatti, non ammetteva diserzioni. Era impegno totalizzante, che doveva mobilitare tutti senza eccezioni di classe, di sesso, di età. Quella guerra fu infatti anche «guerra di bambini», di adolescenti in età scolare, che disciplinatamente abbandonarono le loro famiglie per trovare rifugio verso le regioni non esposte alle incursioni della Luftwaffe.

Fu guerra infine, che coinvolse, contro la loro volontà, tutti coloro, che come fuoriusciti politici, razziali, o come semplici emigranti avevano trovato nell’Inghilterra la loro terra d’asilo e quasi una seconda patria. Sottoposti alle draconiane misure eccezionali, che comportavano la reclusione e il trasferimento verso i territori del Commonwealth, di tutti i maschi adulti appartenenti a nazioni avversarie, semplici emigrati, ebrei tedeschi e oppositori italiani del fascismo venivano imbarcati nei convogli che dovevano raggiungere il Canada e l’Australia.

Quell’esodo avveniva in compagnia di fanatici sostenitori di Hitler, restati intrappolati in Inghilterra, dai quali i primi dovettero soffrire aggressioni e violenze, sotto lo sguardo imperturbabile dei loro carcerieri, poco disposti a distinguere la diversa qualità morale e politica dei detenuti. A quella tragica odissea partecipava anche il giovane Bartolomeo Berni (Barth), un emigrato di seconda generazione, privo, però, di nazionalità britannica, di cui ci narra Caterina Soffici in un romanzo storico palpitante (Nessuno può fermarmi, Feltrinelli, 2017, pp. 256, € 16,00), che incrocia magistralmente analisi del passato e finzione letteraria.

Forse Barth toccò con mano, durante il viaggio trasferimento dal campo di internamento verso il porto d’imbarco, il montare dei sentimenti sciovinisti della comunità, che lo aveva fin lì generosamente accolto, testimoniato dalle vignette dei giornali satirici che rappresentavano gli italiani come un «popolo di lavapiatti, di camerieri, di bruti». Il peggio però doveva ancora venire. Caricato sul vapore Arandora Star, in rotta verso Vancouver, il giovane Berni perse la vita, nei primi giorni del luglio 1940, durante il siluramento dell’imbarcazione a largo della Scozia, quando l’afflusso dei detenuti verso le scialuppe di salvataggio fu colposamente ritardato dalle misure di sicurezza e dall’atteggiamento ostile dell’equipaggio e dei soldati di scorta che li respinsero dai ponti sotto la minaccia delle baionette innestate. Con lui scomparivano nei flutti 450 italiani, vittime senza colpa della guerra di Hitler, di Mussolini, di Chamberlain e di Daladier.

(Pubblicato il 10 aprile 2017 – © «Corriere della Sera»)

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