Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Paolo Prodi considerava l’Islam un’eresia cristiana

di Antonio Carioti

Un messaggio colmo di preoccupazione per l’equilibrio spirituale e il futuro del mondo in cui viviamo quello che lo storico Paolo Prodi, scomparso il 16 dicembre scorso, aveva affidato al suo ultimo intervento pubblico, pronunciato a Trento durante un convegno dell’Istituto storico italo-germanico organizzato per il cinquecentesimo anniversario della Riforma protestante. Quella relazione, in una forma rielaborata dall’autore, compare sul nuovo numero del «Mulino»: la rivista diretta da Michele Salvati che è espressione dell’omonima associazione culturale, di cui Prodi era uno dei membri più autorevoli. Lo scritto di Paolo Prodi parte dagli eventi di cinque secoli fa. La sfida di Martin Lutero, a suo avviso, innescò un processo di «confessionalizzazione» che vide il passaggio da un unico credo cristiano condiviso a «professioni di fede diverse fra di loro nelle varie regioni d’Europa». Ad avviare il processo furono ovviamente i protestanti, ma anche la Chiesa di Roma, dopo il Concilio di Trento, finì per battere una strada analoga. Ne conseguirono, secondo Prodi, la fioritura del pluralismo religioso e la progressiva secolarizzazione: la politica moderna affonda le sue radici in quella svolta. A tal proposito lo storico emiliano avanza un’altra tesi originale. Centrale, a suo avviso, non è tanto la secolarizzazione del pensiero teologico, su cui insisteva per esempio il politologo e giurista tedesco Cari Schmitt, quanto il processo di osmosi tra la dimensione temporale e quella spirituale. Da una parte, «la Chiesa tende a politicizzarsi»: sviluppa rapporti diplomatici con gli Stati sovrani, attraverso i concordati e le nunziature, e ne adotta alcuni strumenti, come avviene con il Codice di diritto canonico emanato un secolo fa, nel 1917, da Benedetto XV. Dall’altra, lo Stato comincia «ad assumere le funzioni, prima riservate alla Chiesa, di formazione-modellamento del cittadino suddito dalla nascita alla morte»: sorge la «religione della patria».

Di questa dialettica l’Occidente è vissuto, nel bene e nel male, fino a tempi recenti: basti pensare alla distinzione classica tra peccato e reato. Ma adesso, secondo Prodi, l’antico equilibrio è venuto meno, con il tramonto dell’epoca tridentina per la Chiesa cattolica e la diffusa scristianizzazione dell’Europa (si pensi agli edifici di culto venduti per essere adibiti a scopi profani). Lo stesso Vaticano II, visto con gli occhi di oggi, appare un punto di arrivo più che di partenza. Il risultato è il «vuoto di futuro» in cui vivono le nuove generazioni, denunciato da Prodi nelle conclusioni dell’intervento. A suo avviso è illusorio pensare che, finito il tempo della «confessionalizzazione», ora «tutto l’edificio della civiltà europea si possa reggere sull’unica piattaforma costruita in corso d’opera con la secolarizzazione nell’età dell’Illuminismo, lo Stato costituzionale di diritto». Un sintomo evidente della crisi è il fallimento del multiculturalismo, reso evidente dalle difficoltà nei rapporti con le comunità musulmane. Lo storico bolognese interpreta l’Islam come «un’eresia germinata all’interno del cristianesimo» che «ha al suo centro il rifiuto della Chiesa come istituzione»: un dato che priva gli Stati europei d’interlocutori affidabili in campo musulmano proprio nel momento in cui, con il dilagare del jihadismo, ce ne sarebbe un disperato bisogno. Prodi, nel lanciare l’allarme per il crollo dell’Occidente, non ha soluzioni da offrire, ma avverte che «senza una traccia che unisca il passato al futuro non possiamo sopravvivere». E insiste, riecheggiando Lutero, sul «richiamo alla coscienza» come eredità preziosa da non disperdere.

(Pubblicato il 3 marzo 2017 – © «Corriere della Sera»)

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