Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Storia del fondamentalismo islamico.
Il vero obiettivo del terrorismo è controllare l’Asia

di Eugenio Di Rienzo

Si parla molto oggi di fondamentalismo islamico e del suo figlio naturale e perverso: il terrorismo globale. Se ne parla troppo e troppo spesso senza reale cognizione di causa delle origini storiche di questo fenomeno che, come un agente patogeno dormiente per molti decenni, ha rivelato dopo l’attentato dell’11 settembre tutta la sua virulenza e l’insospettata estensione del suo contagio ormai propagatosi dal medio e all’estremo Oriente, all’Africa sahariana e tropicale, all’Asia centrale, all’Europa, trovando il suo terreno di coltura nel miliardo di mussulmani residenti in oltre sessanta nazioni. Della genesi di questa «pandemia islamista» ci offre invece un’analisi accurata Il fondamentalismo islamico dal 1945 (Salerno Editrice, pp. 220, € 18,00) di Beverley Milton-Edwards, docente di Politica e Relazioni Internazionali presso la School of Politics della Queen’s University di Belfast.

Nel suo saggio, Milton-Edwards sceglie un approccio volutamente freddo, rifiutando l’analogia tra il nuovo fondamentalismo le grandi ondate di proselitismo armato che, nel nome della Jihad, si riversarono sull’Europa e sull’India nei secoli passati e il risveglio dell’Islam guerriero che si verificò nella prima metà del Novecento, realizzando l’adulterina alleanza tra Mezzaluna, Svastica, Fascio littorio schierate nella lotta comune contro le «potenze pluto-demo-giudaiche». E’ dell’oggi, infatti, che Milton-Edwards ci vuole parlare. Di un «qui e ora» che prese vita subito dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, quando il crollo dell’equilibrio geopolitico anteriore al 1939 fornì ampio spazio di manovra alla predicazione di leaders come il pakistano Abdul Ala Maududi, gli egiziani Hassan-al-Banna e Sayd Qutb, fortemente influenzati dalla teologia radicale del wahabismo saudita e dell’ortodossia salafita. Furono questi i «profeti armati» che concepirono il progetto di mobilitare le masse musulmane in una guerra santa che avrebbe dovuto portare alla rinascita spirituale di tutto il mondo islamico, per restituirgli «un’identità coesa e separata in grado di rispondere alla sfida economica, politica, culturale del mondo occidentale».

Proprio allora, sostiene Milton-Edwards, l’Europa e gli Stati Uniti persero l’occasione di neutralizzare questo movimento, concedendo il loro sostegno a regimi mussulmani moderati che, pur disposti ad adottare una politica di riformismo modernizzatore, mantennero in vita un sistema di autocrazia familista, di nepotismo, di corruzione diffusa. In questo modo il processo di secolarizzazione e di laicizzazione in quelle regioni venne avvertito dai loro abitanti soltanto come «uno strumento per reintrodurre il colonialismo occidentale sotto mentite spoglie». Il precipitare della situazione internazionale, tra 1979 e 1995, permise poi al fondamentalismo di operare un ulteriore salto di qualità e di trasformarsi in un movimento a base internazionale, in una sorta di Komintern islamico. La rivoluzione khomeynista a Tehrān, il conflitto afgano, la ripresa delle guerra balcaniche, dopo il tracollo della Jugoslavia, con l’afflusso di volontari provenienti dai più diversi paesi islamici nelle fila dei mujahedinn afgani e dei mussulmani bosniaci, impegnati in una disperata lotta per la sopravvivenza contro serbi e croati, fornì l’occasione per la nascita delle grandi centrali terroristiche di Al-Qaeda, della  Fath al-Islam libanesi, della Jamaa al-Islamia algerina. Tutti questi gruppi, continua Milton-Edwards, trovarono infine il terreno più propizio per estendere il loro radicamento nei disastrosi effetti della globalizzazione economica, che l’autrice presenta come «la fase suprema dell’imperialismo economico occidentale».

In quest’ultimo punto la lucidità dell’analisi della studiosa britannica rischia però di appannarsi, specie se si pensa alle conclusioni di un altro suo saggio (Islam and Violence in the Modern Era, Palgrave, 2006) dove si arriva addirittura a dare una ragione alla violenza indiscriminata dell’islamismo, compresi gli stessi attentati suicidi, sostenendo che «per molti mussulmani non è possibile mutare con altri mezzi un mondo in cui si rifiutano di vivere». Presentare il terrorismo fondamentalista, come l’«ultima e più progredita fase della lotta delle plebi del Terzo Mondo contro i loro sfruttatori», non fornisce una spiegazione sufficiente. Più giusto sarebbe forse inserire questo fenomeno nella dinamica del New Great Game, la cui posta è il controllo economico e strategico del Medio Oriente e dell’Asia centrale post-sovietica da parte di Russia, Stati Uniti, Cina e delle nuove grandi e medie Potenze emergenti di Iran, India, Pakistan. In quel conflitto puntiforme e delocalizzato svolgono un ruolo primario confraternite terroristiche, estese e ramificate organizzazioni della criminalità internazionale jihadista, rami deviati dei servizi di intelligence, milizie islamiste reclutate su basi etniche e tribali, spesso tenute insieme soltanto dalle finalità del brigantaggio e della razzia, che non hanno nulla da spartire con la rappresentazione mitologica del «guerrigliero» otto-novecentesco e che meglio si assimilano invece alla tipologia antichissima del «pirata».

Come gli antichi scorridori dei mari, il terrorista che oggi naviga il mare magnun della globalizzazione e che si rivela in grado di sfruttarne con sapienza tutte le opportunità culturali, finanziarie, tecnologiche, trova i suoi santuari in nuovi Rough-States, di cui la Siria, il Libano, in parte controllato dalla struttura politico-militare del partito hezbollah e soprattutto l’Iran, sottoposto alla dittatura religiosa degli Āyatollāh, costituiscono un perfetto esempio. Un esempio che forse potrebbe essere seguito, in tempi brevissimi, anche dal Pakistan oscillante tra la duplice fedeltà agli impegni della war on terror decretata dalla Nato e il sostegno che alcuni centri di potere del governo di Islamabad hanno concesso e continuano concedere ad Al-Qaeda e alla soi disante «resistenza afgana». All’interno di questa vera e propria «guerra delle ombre», priva dei tradizionali connotati del confronto militare che un tempo opponeva Stati territorialmente sovrani, l’Occidente rischierebbero di perdere una volta per tutte la sua partita, una volta che venisse meno il fondamentale ruolo fondamentale di argine costituito dal regime di Ankara, oggi teatro di una battaglia a coltello dagli esiti incertissimi tra i valori della democrazia laica del cosiddetto «euro-Islam» e quelli dell’Islam della shari’a, che è stata puntualmente analizzata nel volume di Bassam Tibi, Con il velo in Europa. La grande sfida della Turchia (Salerno Editrice, 2008, pp. 290, € 24,00).

(Pubblicato il 28 febbraio 2010 – © «il Giornale»)

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