Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La solitudine dei filoamericani d’antan

di Dino Cofrancesco

Il 6 gennaio dello scorso anno l’attacco al Congresso degli Stati Uniti promosso o, comunque, ispirato da Donald Trump, diede a molti liberali che avevano visto nell’America il baluardo della democrazia occidentale un colpo da cui non si sarebbero più ripresi. Era la prima volta che un leader politico sconfitto metteva in discussione il verdetto delle urne accusando il partito vincitore di aver manipolato le schede, ribaltando il risultato della competizione elettorale. Accusa gravissima che delegittimava non solo un governo ma le intere istituzioni cadute nelle mani di un branco di complottisti. In realtà, le elezioni si erano svolte in un clima molto teso (anche per colpa di Trump) ma in completa libertà e anche se, periodo ipotetico dell’irrealtà, ci fossero state delle zone di ombra nel conteggio dei voti dare a poco meno della metà degli americani la sensazione di essere stati truffati, significava attestare che la democrazia era morta e che solo un’insurrezione avrebbe potuto ridare al popolo la sovranità scippata. Un’irresponsabilità criminale che ricorda, e contrario, l’atteggiamento di Umberto II (‘un galantuomo’, lo definì Sandro Pertini) all’indomani del referendum istituzionale. La Repubblica aveva vinto ma tra gli aventi diritti al voto mancavano intere, e significative, categorie di cittadini. Il ‘Re di maggio’, davanti allo spettro della guerra civile e della delegittimazione dello Stato nazionale eretto dai suoi antenati, preferì rinunciare a ogni contenzioso giudiziario, scegliendo dignitosamente la via dell’esilio. Erano tempi in cui si nutriva ancora un profondo senso della res publica, paurosamente assente in un politico come Trump, nel cui animo non albergano né nobili tradizioni, né tanto meno le qualità che Max Weber esigeva dal politico:” L’aspirazione al potere è lo strumento indispensabile del suo lavoro. L’’istinto della potenza’, secondo l’espressione in uso — appartiene perciò di fatto alle sue qualità normali. Ma nella sua professione il peccato contro lo spirito santo comincia quando tale aspirazione al potere smarrisce la ‘causa’ per cui esiste e diviene un oggetto di autoesaltazione puramente personale invece di porsi esclusivamente al servizio della ‘causa’. Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una ‘causa’ giustificatrice e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre), coincidente con la prima.”

Tyler Merbler, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons“La democrazia resta a rischio” ha scritto Charles Kupchan. “Trump è una minaccia” è il grido di allarme di Moises Naìm. Francis Fukuyama sul ‘New York Times’ del 5 gennaio u.s. ha rilevato che le profonde divisioni che caratterizzano gli Stati Uniti del nostro tempo (economia, immigrazione, aborto) sono un fatto normale ma il 6 gennaio ha rappresentato una svolta epocale. ”L’insurrezione segnò il momento in cui una significativa minoranza di americani si mostrò pronta a rivoltarsi contro la democrazia stessa e ad usare la violenza per raggiungere i suoi scopi”. Inutile dire che tutto questo ci riporta all’epoca dei fascismi europei degli anni trenta quando le opinioni pubbliche erano così divise e i governi democratici così deboli da non poter neppure prestare soccorso ai repubblicani spagnoli – rovesciati dal ‘pronunciamiento’ di Francisco Franco sostenuto da fascisti e nazisti – per timore di una guerra civile su entrambi i versanti dei Pirenei (Lo avrebbe tristemente testimoniato Leon Blum). Trump, senz’altro, con buona pace degli amici italiani libertari alla matriciana, che continuano a simpatizzare per lui, è un pericolo per la democrazia ma a gettare l’animo nello sconforto più totale è l’altra America, quella democratica che ha portato Joe Biden alla Casa Bianca. Quali valori ‘forti’ esprime l’universo liberal che essa incarna, con toni più o meno convinti e determinati? Purtroppo nessuno. Dalla ‘democrazia dei cittadini’ gli Stati Uniti sono passati alla “democrazia dei consumatori”, dalla sovranità del popolo, inteso come comunità storica orgogliosa dei propri valori e delle proprie tradizioni, sono passati, alla sovranità degli individui uti singuli, in nome di un universalismo etico che azzera ogni identità culturale, ogni appartenenza, in nome del rispetto assoluto dell’uomo ‘astratto’ da ogni vincolo non liberamente scelto. Ne era preoccupato già nel 1986, Pierre-André Taguieff allorché denunciava il trionfo del rousseauismo, ovvero dell’ideologia che vedeva “la finalità esclusiva dei sistemi normativi nella realizzazione di una personalità singolare, resa possibile dalla libera crescita dell’individuo senza costrizioni sociali rigettate come antinaturali. |… Far sì che le differenze si sviluppino, si rafforzino, rispettarle e stimolarle insieme: questo è l’obiettivo dell’etica individualista.|”. In una società in cui “l’individuo integrale e autonomo, è divenuto il “valore supremo ed esclusivo”, quale spazio resta più al ‘sogno americano’, a quel melting pot — su cui hanno scritto tante pagine autori diversi come Arthur M. Schlesinger jr. e Samuel P. Huntington —inteso a rendere partecipi tutti i nuovi arrivati della grande cultura anglosassone e della sua saggia filosofia politica? Perché si dovrebbe reagire alla cancel culture – e ai relativi hate speechs – che abbatte i simboli di un passato glorioso in nome del diritto degli individui a identificarsi in categorie sociali liberamente scelte e a rifiutare una civiltà che quelle categorie avrebbe perseguitato e marginalizzato? Biden, Kamala Harris, i democratici postkennediani non rappresentano nessuna ‘idea forza’, nessun mito politico, nessun simbolo di orgoglio identitario: ma, soprattutto, nessuna idea credibile di democrazia. La democrazia non è il regime politico che regola i rapporti tra un pulviscolo di individui, ciascuno dei quali intento unicamente ai propri affari: è il regime politico che consente alle persone, alle comunità, ai gruppi sociali di custodire i valori — e non solo gli interessi — che ne definiscono l’identità più profonda. Custodire e aggiornare giacché solo accettando la sfida dei tempi il vecchio può sopravvivere e fecondare ‘il nuovo che avanza’. Si volle l’unità d’Italia non solo in vista dei codici di diritto civile, familiare e commerciale da unificare e modernizzare (anche i vecchi stati preunitari avrebbero potuto provvedere alla bisogna), ma per preservare un patrimonio storico, una cultura specifica, un’arte, una letteratura, una lingua, un sapere tramandati dai secoli . Venendo meno questo sentire non meravigliò più di tanto la proposta di Umberto Bossi di adottare il marco come moneta di scambio al fine di legare l’economia della Padania a quella tedesca. Quando si pensa alla civic culture di Biden — che è poi quella delle ricche Università, dei grandi organi di informazione, cartacei e televisivi, delle corporations su cui ricadono le benedizioni della globalizzazione — ci si chiede: come potranno questi liberal ‘cittadini del mondo’ fermare le orde barbariche di Donald Trump e di Jakie Angeli?

(Pubblicato il 6 gennaio 2022 © «Corriere della Sera» - La nostra storia)

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