Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

L’Italia dei vinti nell’analisi di Roberto Pertici

di Dino Cofrancesco

A tre anni dalla pubblicazione del volume di ampio respiro, La cultura storica dell’Italia unita, esce nel 2021 un lavoro non meno impegnativo di Roberto Pertici, È inutile avere ragione. La cultura antitotalitaria nell’Italia della prima Repubblica (sempre per l’Editore Viella). Considero Pertici uno dei più eminenti storici contemporaneisti della sua generazione e uno degli esempi più notevoli di quella Wertfreiheit, ovvero di quella avalutatività nell’analisi delle vicende storiche, che Max Weber chiedeva allo studioso e che, in un diverso contesto culturale, dettava a Benedetto Croce le parole memorabili (sempre citate, raramente meditate): ”La storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice; e giustiziera non potrebbe farsi se non facendosi ingiusta, ossia confondendo il pensiero con la vita, e assumendo come giudizio del pensiero le attrazioni e le repulsioni del sentimento”. Se dovessi riassumere in una facile formula l’attività scientifica di Roberto Pertici, direi che egli è lo storico dei vinti ma non nel significato diffuso del termine. I suoi numerosi scritti, infatti, non sono altri fiori aggiunti alla corona retorica dell’Italia di minoranza, dell’Italia civile, dell’Italia della ragione etc. etc. In quella corona, ispirata a un aristocraticismo intellettualistico lontano anni luce dall’autore de La cultura storica dell’Italia unita, si intrecciano le geremiadi di chi, pur appartenendo al grande mainstream della modernità e dell’illuminismo, constata malinconicamente il rifiuto della guida spirituale generosamente offerta alle masse e ai loro partiti.

No, Pertici parla proprio degli sconfitti, dei politici e degli intellettuali che, pur guardando alla realtà effettuale senza orpelli ideologici e senza illusioni, non sono riusciti a ‘fare scuola’, a veder convertito in senso comune il risultato delle loro ricerche e delle loro riflessioni. I vinti, per lui, sono esponenti di quella ‘cultura antitotalitaria’, che, se non si fossero verificati certi eventi epocali a livello nazionale e internazionale, avrebbe potuto essere non dissimile da quella prevalente nei paesi di più antica democrazia.

Come tutti gli autentici liberali, Pertici è, soprattutto, allergico alla faziosità della mente, specie se motivata da un moralismo esasperato. Come in Croce, come in Del Noce, come in De Felice, la sua distanza dalla sinistra azionista — il cui liberalismo, a ragione, distingue nettamente da quello classico — è superiore a quella che lo separa dal veteromarxismo. Nell’Introduzione al libro dà un giudizio molto severo del tentativo dell’ ‘antifascismo esistenziale’ di trasformare il PCI in un partito ‘democratico’ postcomunista: ”Indipendentemente dal giudizio politico che può darsi di questa operazione, si ha [...] l’impressione che sul piano culturale essa sia stata sostanzialmente in perdita: la vecchia cultura comunista, con tutte le aporie appena sottolineate, serbava tuttavia un substrato storicistico e un ancoraggio con una tradizione “nazionale” di pensiero, che invece resta ormai marginale nella cultura della sinistra italiana. Non sappiamo se ha prevalso l’eredità azionista, ma certamente si è in buona parte perduta quella gramscianotogliattiana: e non è stato un bene”.

In riferimento ai nodi cruciali della storiografia contemporanea — il carattere totalitario del fascismo, il fascismo come autobiografia della nazione, l’incontro tra liberali e cattolici, il centro sinistra e le sue delusioni, le giornate di Genova, il sessantotto, il tramonto dell’idea di nazione, l’irruzione della società di massa — Pertici ha l’indubbio merito di indicare con precisione gli studi davvero illuminanti che dal dopoguerra ad oggi possono costituire un’utile bussola per districarsi nella matassa ingarbugliata dell’Italia postfascista. Nell’Introduzione, tra l’altro, ci dà un’insuperabile lezione di metodo, quando fa rilevare che il tramonto dell’idealismo di matrice crociana, l’esaurimento della spinta propulsiva del marxismo la fine della storia quantitativa, la crisi della scuola delle Annales, produssero “un clima di nuovo ‘pirronismo storico’ più attento alla varietà e mutevolezza delle “pratiche discorsive” che all’oggettività dei fatti storici: l’universo – si cominciò a dire – è costituito da segni e non da cose ed è pertanto impossibile verificare la realtà dei fenomeni storici, tutti basati su testi e discorsi e non su fatti. Insomma, le categorie sociali giungono ad esistere solo attraverso le loro rappresentazioni linguistiche e culturali. Anno dopo anno abbiamo assistito allo sviluppo di un nuovo paradigma storiografico, che comportava una minore attenzione allo Stato e più ai cerimoniali, meno politica ed economia e più rappresentazione, quindi rituali, feste, cerimonie, teatro della politica. Questa svolta ha portato una parte della storiografia sul fascismo a enfatizzare la sua natura ‘totalitaria’ proprio in base alla sua autorappresentazione e alle sue dichiarate pulsioni ‘totalitarie’, senza verificare mai fino in fondo se l’’uomo nuovo’ in cui Mussolini voleva trasformare gl’italiani sia emerso veramente nei loro comportamenti collettivi o se non sia rimasto un programma velleitario, nonostante gli sforzi indubbiamente messi in atto dal regime”. In rilievi come questi, non è difficile ritrovare i segni di una tradizione storiografica ispirata al realismo politico, che nel nostro paese, annovera nomi così diversi come Gaetano Salvemini e Gioacchino Volpe, Rosario Romeo e Benedetto Croce, Roberto Vivarelli (lo storico salveminiano di cui Pertici può considerarsi l’erede spirituale) e Federico Chabod.

Sarebbe molto interessante soffermarsi sulle pagine che ricostruiscono i rapporti tra Renzo De Felice e Augusto Del Noce (due autori fondamentali, a parere di Pertici, per comprendere il fascismo, le sue dinamiche, le sue contraddizioni); che ridimensionano le critiche (stantie) rivolte a Croce e alla sua idea del fascismo come parentesi; la crisi del centro-sinistra che avrebbe dovuto promuovere riforme nella continuità della tradizione liberale e degasperiana e che invece si impantanò nella filosofia delle ‘riforme di struttura’ intese a cambiare i connotati stessi della società civile italiana; l’assunzione dell’antifascismo a simbolo di legittimità della Repubblica, col risultato di promuoverlo a sostantivo da attributo (naturale) della democrazia, ora retrocessa ad aggettivo (non è l’antifascismo che deve mostrare le sue credenziali alla democrazia ma è questa che viene legittimata solo se fa tutt’uno con l’antifascismo, escludendo quindi dal suo seno tutte le posizioni ideali e politiche insieme antifasciste e comuniste), ma lo spazio non è illimitato.

Se dovessi, però, dire quale parte del libro mi sia parsa la più interessante, non esisterei a indicare quella che mette a confronto l’Italia quale se la immaginavano—e volevano riformare—l’equipe del ‘Mondo’ e Mario Pannunzio in testa con l’Italia quale se la immaginavano –e volevano modernizzare, ‘Il Mulino’ e il suo teorico di punta, Nicola Matteucci. E’ emblematica la reazione del pannunziano Paolo Pavolini dinanzi alla sconfitta dei radicali del 1958. “Il nostro popolo vota per i preti che afferma di detestare, per i padroni che odia, per i fascisti che teme, per la setta sterile dei comunisti con i quali non ha nulla in comune. Vota per gli imbrogli, per le violenze, per le ruberie sfrontate, per le nostalgie più fruste e sconfitte: poi si pente, protesta, afferma di aver capito, e il giorno delle elezioni si riversa a branchi alle urne e ricasca negli errori di sempre”.

Ben diversa era stata l’anno prima l’analisi del ‘paese reale’ fatta da Nicola Matteucci, nell’articolo La misura del nostro compito: il postfascismo (Il Mulino, 6, 1957): “L’Italia non ha perduto l’occasione che le si presentava il 25 aprile, […] che il Paese nel suo complesso, ha saputo sfruttare, dimostrando una vitalità, nella ricostruzione economica e nella rinascita morale, non inferiore a quella delle altre democrazie europee. […] In Italia la democrazia c’è, se per democrazia s’intende non un ideale assoluto, ma un insieme di norme che garantiscano a tutti e a ciascuno la libertà per concorrere per dirigere la cosa pubblica; c’è la libertà, se per libertà s’intende il diritto di aver delle idee e di professarle liberamente. Chi, riferendosi all’Italia di questo dopoguerra, parla di Stato di polizia e di affossamento della libertà non ha il senso delle proporzioni e della realtà: per lungo che possa esser l’elenco dei soprusi arbitrari e delle angherie illegittime, si deve riconoscere che, per buona parte, un’ignoranza antica e una diffusa mancanza di fede nei propri diritti spiega i vizi, le distorsioni, gli angoli bui del sistema, assai più e meglio di un complotto preordinato da conventicole astute e onnipotenti”.

A mio avviso dovremmo meditare a lungo su queste opposte valutazioni e chiederci, seriamente con Pertici, quanto il moralismo azionista e antifascista (che negli ultimi anni aveva in qualche modo colpito anche il fondatore di ‘Risorgimento liberale’, il primo periodico fondato da Pannunzio nel secondo dopoguerra, su posizioni non solo anticomuniste ma anche anti azioniste—v. l’opposizione a Ferruccio Parri) abbia contribuito (involontariamente) a tenere il nostro paese nella società aperta solo con un piede. La realtà italiana, ’avvertita come frutto di un’arretratezza antica e di una corruzione nuove” non veniva vista “nel suo dinamismo e nelle sue potenzialità di sviluppo: insomma l’Italia restava sempre e prevalentemente quella alle ’vongole’” sicché Pertici fa rilevare a ragione che:” Questi atteggiamenti rischiavano di produrre un grave difetto di analisi e di percezione delle dinamiche e dei fermenti che percorrevano la società italiana; soprattutto potevano comportare alla lunga una conseguenza, magari non voluta, ma che poi si sarebbe presentata come inevitabile: un’apertura ai comunisti”.

Mi si consenta un rilievo che va al di là delle persone e investe una intera scuola di pensiero. La cultura liberale italiana, anche nella sua dimensione più lontana dall’azionismo, era poi davvero sempre in sintonia con i bisogni del paese o in questo veniva superata da quella democristiana, pur così ambigua (con la luminosa eccezione di Alcide De Gasperi) nei confronti dei valori moderni? Ricordo due dati non poco emblematici. Il primo riguarda la filosofia dell’impresa e i grandi artefici del miracolo economico italiano. Analizzando la cinematografia italiana del dopoguerra, si scopre che non c’è una sola figura di industriale riguardata con simpatia o almeno con qualche comprensione. Registi come Nanni Loy, Dino Risi, Nanni Moretti, Franco Rosi non erano certo tenuti a fare della retorica su quanti investivano soldi, energie fisiche e capacità tecniche in fabbriche che avrebbero dato lustro al paese ma non erano tenuti neppure a presentarli in una luce costantemente ambigua. L’esaltazione che faceva Luigi Einaudi dell’ imprenditore― e che un tempo si poteva leggere nella reception di molti alberghi―non ha mai trovato posto nel cinema. Einaudi si trovava dalla parte della più insulsa retorica e Moretti da quella della disincantata visione realistica? Non scherziamo!

Ma c’è un altro dato che la dice lunga sulla ‘modernità’ del liberalismo italiano. Negli anni settanta fu soprattutto la sinistra liberale ― in senso lato ― a opporsi alla televisione a colori. Qualche anno fa Giancarlo Governi ricordava che fino al 1977 “l’introduzione del colore fu osteggiata da Ugo La Malfa, fautore di una politica economica pubblica in veste pauperistica, e dal principale sindacato, la Cgil, che evidentemente considerava la televisione a colori un lusso che gli italiani non si potevano permettere. E come risultato ottennero il fallimento dell’industria elettronica italiana, che non vendeva più televisori in bianco e nero e non poteva ancora produrre televisori a colori. Quando poi si decise di introdurre il colore, anche sotto la spinta della riforma della Rai, gli italiani andarono a comprare il televisore a colori, nei negozi trovarono soltanto marche che si chiamavano Telefunken, Grundig o Sony… di italiano neppure l’ombra. Un bel risultato per l’economista La Malfa e per il sindacato, non c’è che dire”. Governi avrebbe potuto aggiungere che, in seguito, grazie a Carlo Vichi, ”la Mivar diventa il primo produttore nazionale di TV e leader del settore. […] Una crescita che, al 1998, portò lo stabilimento di Abbiategrasso a produrre oltre 900.000 TV a tubo catodico”. Piero Melograni, l’indimenticabile storico scomparso nel 2012 invano aveva invitato a riflettere sulle motivazioni profonde di questo diffuso moralismo antimoderno.

(Pubblicato il 19 dicembre 2021 © «HuffingtonPost» – Blog)

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