Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

L’Inghilterra di Carlo I e di Cromwell contro la Serenissima repubblica di Venezia

di Eugenio Di Rienzo

Se si considera che per secoli la Repubblica di Venezia costituì l’antemurale marittimo che, accanto a quello terrestre difeso dagli Asburgo d’Austria, dall’Ungheria e dalla Confederazione polacco-lituana, contenne o cercò di contenere la spinta verso occidente dell’Impero ottomano, dai Balcani al Danubio, al Mar Nero, al comune lettore può apparire inverosimile che la «Regina dei mari» sia stata fatta di oggetto di aggressioni da parte degli stessi alleati che accanto ad essa sconfissero, nel 1571, a Lepanto, la flotta del Sultanato guidata dal Capitano del Mare, Müezzinzade Alì Pascià.

Eppure, anche a non voler considerare la Lega di Cambrai, che dal 1508 al 1510 vide schierata contro la Serenissima Spagna, Francia, Inghilterra, il Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, il Regno magiaro di Ladislao II, il Pontefice Giulio II e alcuni Principati dell’Italia settentrionale, questo fenomeno si verificò più volte più volte. Nel 1617, Pedro Téllez Giron, duca d’Osuna, viceré spagnolo di Sicilia, mosse la sua flotta su Venezia per ridimensionarne l’egemonia sul Mare Adriatico, senza però ottenere nessun risultato, e fu costretto a ritirarsi dai confini dello«Stato da Mar» nel 1618. Né ebbe maggior fortuna la spedizione della Armada spagnola, che intercettata dai galeoni della Repubblica fu letteralmente fatta a pezzi, a nord di Creta, l’11 maggio 1620.

La sfida al primato marittimo veneziano era stata tentata, nel 1615, anche da Francesco II, Arciduca dell’Austria interna, sovrano di Boemia, Ungheria e Croazia, il quale aveva fatto di tutto per dar fuoco alle polveri della Guerra di Gradisca (meglio conosciuta come Guerra degli Uscocchi), bene ricostruita nei lavori di Riccardo Caimmi, Stevka Smitran, Peter H. Wilson. Se quella del Duca di Osuna fu una semplice puntata offensiva perché le flotte veneziana e ispano-siciliana, si fronteggiarono solo in limitate scaramucce (come non accadde invece nel 1620), il conflitto di Gradisca, ufficialmente non dichiarato, fallimentare per gli Asburgo-Austria, dispendioso, in uomini, mezzi e denaro per entrambi i contendenti, fu una guerra guerreggiata ad alta intensità, che si concluse con il bilancio di 30.000 morti e la devastazione del Friuli che negli anni successivi fu colpito da carestia e pestilenze.

Le ostilità furono iniziate dalla Repubblica lagunare ed ebbero come casus belli la necessità di liberare il «Golfo di Venezia», corrispondente allora a tutto l’Adriatico fino al Canale d’Otranto, dalla presenza dei pirati Uscocchi. Gli Uscocchi (slavi cattolici fuggiti davanti all’avanzata turca, per stabilirsi sulla costa dalmata agli inizi del Cinquecento), protetti dall’Arciduca Ferdinando, avevano infatti dato vita, fin dalla fine del XVII secolo, a una guerra per procura per corrodere la preponderanza marittima della Serenissima nel mare «amarissimo», come lo ribattezzò D’Annunzio, mai accettata dagli Asburgo, e per fomentare gli attriti tra Ottomani e Veneziani, ai quali il trattato di pace seguito alla Guerra di Cipro (1570-1573) aveva espressamente attribuito la funzione di garantire la sicurezza dell’Adriatico.

Contemporaneamente ad un’audace azione di contenimento attivo in Istria, da Capodistria a Rovigno, che portò all’occupazione di Zaule, alla periferia di Fiume, e di altri centri della Croazia ma che mancò l’obiettivo della presa di Trieste, la Serenissima trasferì il conflitto sulla terraferma, penetrando nell’Istria centro-orientale, in Tirolo e nel Friuli e minacciando con forze, provenienti da Udine e Cividale, Gorizia e l’importante roccaforte di Gradisca, senza però arrivare a conquistarla. Infine il logoramento dei due contendenti li costrinse a cessare la belligeranza e a firmare il Trattato di Madrid del settembre 1617, con il quale si stabiliva che «i pirati Uscoqui saranno scacciati da Segna ed altri luoghi marittimi appartenenti alla Casa d’Austria, e che Venetia restituirà alla loro Maestà Imperiale e Reale tutti i luoghi e passaggi occupati da loro in Istria ed in Friuli». Si trattò, evidentemente di una pace di compromesso, fortemente contestata dai Savi del Consiglio di Terraferma, ma grazie alla quale i Veneziani uscirono dal conflitto a testa alta, ottenendo la cacciata degli Uscocchi dai loro «santuari», strategicamente situati tra Fiume e Zara, vedendosi, inoltre, riconosciuta la signoria sul litorale liburnico e riconfermate le loro esclusive funzioni di polizia marittima e di peace keeping force nell’Adriatico.

Quella vittoria ai punti, ottenuta dalla Serenissima, che non la sottrasse comunque all’onere di misurarsi in un conflitto strisciante con gli Asburgo durante la seconda guerra del Monferrato (1628-1631), fu resa possibile anche grazie al soccorso militare di un contingente di mercenari Olandesi e Inglesi, arruolati con il consenso dei loro Governi, forte di circa cinquemila uomini e di dodici vascelli da guerra che, nella fase più critica dello scontro, si rivelarono essenziali per il successo delle armi del Leone di San Marco in campo terrestre e marittimo. L’ingresso nel Golfo di Venezia della piccola Armata navale della «Perfida Albione» (epiteto che non fu coniato dalla propaganda fascista, essendo di uso comune in gran parte dell’Europa tardo medioevale), costituì un precedente pericoloso, i cui effetti si manifestarono già nella prima metà del XVII secolo, come ci narrano Enrico Cernuschi e Antonio Tirondola nel loro interessate saggio, Venezia contro l’Inghilterra. Da Alessandretta a Suda, 1628-1649, edito da Mursia Editore nel 2020. Anche se la guerra di cui parlano i due autori non fu una guerra vera e propria ma piuttosto una petite guerre quella guerriglia ci permette, infatti, di intravedere le precoci mire di Londra sui domini dello Stato del Mare veneziano.

Il 16 gennaio 1628 lasciava, infatti, il porto del Tamigi, una piccola squadra, composta dai galeoni Eagle e George and Elisabeth (alle quali poi si aggiungeranno altre unità minori, la tartana armata,William and Raph, ribattezzata Hopewell, e la saetta, un tre alberi a vele latine, Swallow) per puntare su Gibilterra, sotto il pretesto di contrastare la pirateria barbaresca. In realtà il vero obiettivo della crociera era di depredare il traffico francese e spagnolo nel Mediterraneo, di subentrare a Venezia come partner commerciale privilegiato della Bāb-i‛ālī (Sublime Porta) o almeno di deteriorare i rapporti tra il Sultanato e la Repubblica, e di offrirsi, all’occorrenza, come forza gregaria della marineria ottomana in caso di conflitto tra le due Potenze. La flottiglia, messa adisposizione dalla Levant Company londinese, per cogliere quell’ambizioso e velleitario obiettivo, era comandatala da Kenelm Digby (figlio di Sir Everard giustiziato nel 1606 per la sua partecipazione alla Congiura delle polveri), filosofo, astronomo, occultista, avventuriero di piccolo cabotaggio, apprenti sorcier diplomatico, autobiografo menzognero e millantatore di false glorie, favorito di Carlo I che per l’occasione lo aveva provvisto della patente di corsaro.

Dopo i primi insuccessi nella guerra di corsa contro imbarcazioni tedesche e olandesi, Digby fece vela verso lo Ionio, dove tentò di catturare un mercatile veneziano, e arrivato a Cefalonia, il 22 aprile, gli fu intimato dal Provveditore Pietro Malipiero di abbandonare al più presto l’arcipelago,«per evitare le circostanze che vi porterebbero certamente a qualche spiacevole incontro con le nostre divisioni navali». Digby ottemperò alla minacciosa intimazione ma dopo un’infruttuosa crociera nell’Egeo, a largo di Cipro, venne a conoscenza dell’arrivo ad Alessandretta di una squadriglia di saette francesi, la cui cattura, oltre che costituire una buona preda, avrebbe messo in estrema difficoltà il Senato veneziano.

Nel porto siriano, sotto dominio del Gran Turco, privo di ogni difesa costiera, stazionavano, infatti ,due galeazze della Serenissima, sotto il comando di Antonio Marino Cappello, che, se fossero rimaste estranee allo scontro, avrebbero potuto essere accusate da Francesi e Ottomani di aver favorito il colpo di mano dei corsari inglesi e in caso contrario sarebbero state costrette ad aprire il fuoco contro vascelli di una bandiera formalmente neutrale, rischiando di coinvolgere nella battaglia anche altri due galeoni britannici alla fonda nella rada.

Il velleitario Digby, sperando che la prima considerazione prevalesse sulla seconda, giunto in vista di Alessandretta, il 21 giugno, inviò un messaggio a Cappello con cui lo si pregava di attendersi alla linea del non intervento assicurandolo «che le mie forze saranno impiegate solamente contro le navi francesi e che nei confronti di quelle della Repubblica serenissima, io agirò con tutto il rispetto e l’amicizia, certo di essere ricambiato, così come si conviene a servitori di Principi così strettamente legati come i nostri». La risposta di Cappello, cortese nella forma, fu ferma e minacciosa nella sostanza.

Al corsaro inglese, il comandante veneziano fece osservare che l’ingresso della sua squadra inglese nella baia, oltre a violare i termini della patente di corsa di Digby che lo autorizzava a battersi solo contro i pirati algerini, avrebbe compromesso sia i rapporti in essere tra la Repubblica e il Sultanato sia la stessa pace che regnava da oltre mezzo secolo tra le due Potenze dominanti nel Mediterraneo orientale. Non essendo, infatti, il porto di Alessandretta, presidiato dalla flotta ottomana, la sua difesa ricadeva sulle unità poste al suo comando, preposte al compito di assicurare la sicurezza del traffico commerciale nel Levante, contro qualsiasi minaccia posta in essere da uno Stato terzo, compresa quella proveniente dai Cavalieri di Malta, impegnati in una lotta senza tregua contro la marineria mussulmana. In ragione di ciò, Cappello comunicava a Digby di «non potere tollerare che ella voglia attaccare, con grandissimo sprezzo, le navi che si trovano insieme alle mie, usando tale torto al mio Serenissimo Principe e gli intimava «di evitare l’occasione dalla quale potrebbero insorgere per voi gravissime conseguenze».

Insensibile a quel monito, Digby passò all’azione incontrando la ferma reazione delle galeazze veneziane che iniziarono un leggero fuoco di sbarramento contro i vascelli corsari, per evitarne l’affondamento, in modo da non aggravare le conseguenze diplomatiche dell’incidente, misero sottotiro le due imbarcazioni inglesi stazionanti ad Alessandretta per impedir loro di partecipare alla battaglia e infine, dopo l’abbordaggio di alcune delle saette francesi da parte della William and Raph, iniziarono un nutrito cannoneggiamento contro la Eagle e la George and Elisabeth, che arrecò gravi danni alle manovre e all’alberatura, costringendole a una rapida quanto ingloriosa ritirata.

Non doma, la rapace Albione si ripresentò sulla ribalta del Grande Blu, convinta ormai che la promozione dei suoi interessi commerciali valesse largamente, per una Potenza ferocemente anti-papista quale essa era divenuta, il prezzo di anteporre la causa del turbante del Sultano a quella della tiara del Pontefice di Roma. E scelse per farlo l’ora dell’ultimo grande urto turco-veneziano che ebbe luogo con la Guerra di Candia (Creta) iniziata nel 1645 e terminata solo nel 1669. Una lunga guerra d’annientamento, come ha scritto giustamente Egidio Ivetic, dove s’immolarono intere generazioni del patriziato veneto e che fu forse la prova più dura che la Serenissima si trovò ad affrontare, al prezzo di gravissime perdite in uomini, mezzi, risorse finanziarie, patendo «un sacrificio di tale entità quale né l’Impero ottomano né quello romano dovettero mai subire in un conflitto marittimo».

Punto di forza della strategia della Serenissima era la possibilità di bloccare i Dardanelli e la base navale turca di Navarino, impedendo l’afflusso di rinforzi ottomani (giannizzeri e genieri) indispensabili alla conquista di Creta, grazie alle crociere della divisione navale di Corfù, ora stabilmente ormeggiata nella stretta, lunga e quasi impenetrabile insenatura di Suda, protetta alla sua imboccatura da un’importante piazzaforte, sita nell’omonimo isolotto, in grado con il fuoco delle sue batterie di rendere estremamente difficile l’accesso alle navi avversarie nel fiordo. Prendere possesso di Suda voleva dire, in altri termini, eliminare il principale ostacolo alla conquista di Candia. E, a questo fine, il 18 luglio 1649, una massiccia flotta d’invasione anglo-turca si presentò nelle acque cretesi per eliminare questo impedimento.

Il tentato forzamento di Suda si rivelò, però, un completo disastro. L’artiglieria della rocca posta a guardia della baia diede tempestivamente inizio a un martellante «tiro all’italiana», affidato ai grossi calibri, lento ma estremamente preciso (rispetto al tiro rapido e concentrato utilizzato dalle altre marinerie), che colò a picco la capitana turca, aprì grosse falle nella squadra avversaria che, perso il suo allineamento, si sbandò e fu costretta a ritirarsi dopo aver subito la perdita di numerosi navigli leggeri carichi di truppe e rifornimenti. Nessun’aiuto venne alla squadra del Kapudan Pascià,Voinok Ahmed, dalle 25 imbarcazioni, armate dalla Levant Company (messe a disposizione dietro pagamento della Bāb-i‛ālī, grazie alle trattative dell’ambasciatore inglese a Istanbul, Sir Thomas Bendysh), che, schierate alla retroguardia, vista l’intensità del fuoco di sbarramento, abbandonarono immediatamente il campo per poi essere inseguite, catturate e saccheggiate, per rappresaglia, dai galeoni turchi.

Sia ad Alessandretta che a Suda, la futura «Dominatrice dei Mari» («Rule, Britannia! Britannia, rule the waves!»), diede davvero cattiva prova di sé, di fronte al vigore, alla tenacia, all’iniziativa, alla consumata maestria tattica dei comandanti veneziani. Il futuro, tuttavia, apparteneva all’Inghilterra. Le pittoresche scorribande di Digby e il vergognoso scappa e fuggi di Suda, non furono, infatti, che lo stonato preludio di un disegno strategico di ben altra levatura che portò dal 1809 al 1914, la Royal Navy a impadronirsi dei principali avamposti dei Domini da Mar della Repubblica di San Marco: l’Arcipelago Ionio, Cipro e Corfù, passata sotto sovranità ellenica solo nel 1864 dopo circa cinquant’anni di protettorato britannico. L’onda lunga dell’espansionismo marittimo inglese si arrestò solo ai confini meridionali dell’Adriatico divenuto, dopo il Congresso di Vienna, un lago asburgico, dominato da una Potenza tradizionalmente amica di Londra.

Eppure, subito dopo la nascita del Regno d’Italia, i circoli politici londinesi avanzarono la pretesa di poter decidere il futuro di Venezia. Nel numero di maggio del 1861 dell’accreditato e influente, The New Monthly Magazine, appariva infatti l’anonimo articolo, The Venetian Question, dove si metteva in guardia l’opinione pubblica britannica dalla minacciosa e non remota eventualità dell’annessione di Venezia al nuovo organismo unitario, definito un «Vassal-State» del Secondo Impero, contro la quale il Governo inglese si doveva opporre con tutte le sue forze, se voleva mantenere intatto l’equilibrio di potenza nel mare interno europeo e impedire un’espansione della supremazia marittima francese dalle coste dell’Adriatico settentrionale, agli Stretti Turchi, al Mediterraneo orientale dove nell’orizzonte temporale già si prospettava l’apertura del varco di Suez.

(Pubblicato il 10 maggio 2021 © «Corriere della Sera»– La nostra storia)

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