Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

“In questa oscura notte della republica”. La rivoluzione di Lucca del 1531

di Paolo Luca Bernardini

«Aprile è il più crudele dei mesi». Così, infinitamente ripetute, adattate ad ogni occasione, le parole con cui inizia The Waste Land di T. S. Eliot. Il poeta di St. Louis nella mente, e nel cuore, poteva avere, nel 1922, solo la desolazione della Prima Guerra Mondiale. Qui siamo ancora nel secolo del Rinascimento. Pochi giorni dopo la fine della rivoluzione lucchese di cui parleremo qui e ora, fine che data 9 aprile, ma esattamente un anno prima termina, con un omicidio, l’esistenza terrena di un rivoluzionario che sembra anticipare, nella sua tragica parabola, quella dei capipopolo del Sette e soprattutto dell’Ottocento, Michael Gaismair; condottiero dei contadini in Tirolo e a Salisburgo, eroe e terrore dell’establishment, alfiere di un attacco ai privilegi nobiliari che ebbe grande successo, inizialmente, e ne fece figura consimile, ed in gran parte anticipatrice di una seconda, quella di Hans Kohlhase. Colui che proprio nell’ottobre 1532 – questa volta qualche mese dopo la fine della sollevazione lucchese – iniziò la propria guerra individuale contro i soprusi dei potenti. E che divenne nel 1810 – in pieno spirito rivoluzionario, ma d’una rivoluzione d’altro segno – protagonista della novella di Heinrich von Kleist (Michael Kohlhaas) che assicurò fama perpetua sia al poeta romantico tedesco, sia soprattutto al fiero, leggendario mercante di cavalli del Märkish-Oderland, tra Berlino e Polonia.

Gaismair appena quarantenne viene assassinato da due sicari a Padova il 15 aprile 1531, su di lui pendeva una taglia posta da Ferdinando I, arciduca d’Austria e fratello dell’Imperatore Carlo V, nonché re di Boemia ed Ungheria, e futuro imperatore anch’egli. Erano mesi tormentati, per l’Europa. Se la politica vede la nascita, a fine febbraio 1531, della Lega protestante di Smalcalda, lontano prodromo delle guerre che portano questo nome, e avranno luogo da lì a venti anni, neanche la natura sembra quietare. A fine gennaio, il 26, Lisbona è colpita da un sisma spaventoso; sembra l’anticipazione di quello che la piegherà definitivamente, suscitando i dubbi di Voltaire sull’ottimismo leibniziano (e l’esistenza di Dio, nientemeno), nel 1755; tanto quanto le rivolte popolari cinquecentesche sembrano anticipare, pur in contesti del tutto differenti, la rivoluzione del 1789. Se poi dall’Europa su cui forse solo per pigrizia, o assuefazione, siamo abituati e a riflettere e a discettare, allontaniamo anche solo lievemente lo sguardo, e scendiamo nei regni africani, osserviamo, il 12 aprile di quel medesimo anno, l’assassinio, da parte dei fratelli, di Askia Musa, secondo sovrano dell’etnia Soninka del vastissimo regno Songai, l’impero intorno al fiume Niger, dominato da città quali Timbuktu, Gao e Jenne. Tale omicidio lascia intravedere le crepe nel vasto dominio dell’Africa centrale, che porteranno alle guerre civili a fine Cinquecento, e alla fine di un impero ricchissimo anche dal punto di vista culturale.

Se dopo questo rapido volo al di fuori del mondo italiano, a quest’ultimo facciamo ritorno, non incontriamo situazioni particolarmente felici. L’Italia tutta, almeno dal 1499, è divenuta terreno di disputa e conquista. Ha perso, come si suol enfaticamente dire, “la propria libertà” (ma era davvero così felicemente libera prima?). La terra desolata, o devastata dell’Italia dei primi del Cinquecento è teatro di tragedie, soprattutto, alcune ben note – l’assedio di Firenze, il sacco di Roma – altre assai meno, e tra queste la «sollevazione degli Straccioni» di Lucca, oggetto di un intenso, innovativo e documentato volume di Renzo Sabbatini, uno dei maggiori storici modernisti italiani, professore all’Università di Siena. La sollevazione degli straccioni. Lucca 1531. Politica e mercato (Salerno editore, Roma 2020), è una mirabile ricostruzione, in ogni dettaglio, dell’annus terribilis che visse la Repubblica di Lucca – uno dei pochi stati italiani che a carissimo prezzo, e con equilibrismi diplomatici d’ogni sorta – manteneva la propria autonomia in un’Italia lacerata, più che semplicemente divisa, tra Francia e Impero. Per uno strano giuoco del destino, dopo l’aprile di sangue del 1531, la rivolta lucchese scoppia il primo maggio. Il primo maggio 1886 la rivolta dei lavoratori di Chicago ispirerà, tre anni dopo, a Parigi, l’istituzione della – discutibile ed effettivamente discussa – “Festa del lavoro”. Non ha nessuna figura quale Savonarola dietro, e forse questo la rende più tenue e meno duratura di quella fiorentina. Per fortuna, forse.

La causa della rivolta – ma forse con Polibio, e ancor prima Tucidide, potremmo dire la prophasis, il pretesto – è il tentativo della corporazione dei mercanti di porre sotto controllo e disciplinare quella dei setaioli, nella speranza di limare i prezzi della seta, per l’appunto, il principale prodotto cittadino, destinato all’esportazione nei grandi mercati continentali, soprattutto francesi. Mercati ove il prezzo era determinato da logiche di concorrenza, in cui entravano variabili di ogni sorta (qualità, quantità, rapidità nell’approvvigionamento) insomma da una “economia liberale” differente, in gran parte, dalla “economia morale” che alla fine della contesa trionferà, con lo stato che garantisce una serie di prebende e protezioni dei lavoratori a scapito dell’interesse meramente economico dei mercanti. Il mercante, da sempre, dal Medioevo perlomeno, tutela i propri interessi e li commisura, per definizione, a quelli dei mercati, che egli, al contrario dei produttori dei beni, conosce. Se i mercati lo esigono, i prezzi devono scendere, altrimenti il prodotto non è venduto. Le corporazioni che rappresentano i produttori di beni da un lato sono necessarie perché altrimenti i mercanti non avrebbero alcuna merce da offrire, dall’altro non possono da sole (se anche lo tentano) distribuire i propri prodotti, e dunque dipendono in tutto e per tutto dalle reti mercantili. Lo stato deve scegliere se proteggere gli interessi degli uni o quelli degli altri, ma implicito nello stesso concetto di “economia morale” è il fatto che entrambi per quanto possibile debbano essere protetti, in nome della protezione del bene maggiore, la serenità, la pace, e soprattutto – nel caso della minuscola Lucca – la “libertà” della Repubblica. Questo anche il messaggio “politico”, su cui si può discettare davvero, del libro.

Sabbatini, che riprende un soggetto che fu caro a storici del calibro di Gianpiero Carocci e Marino Berengo, rivedendone in parte le posizioni (a partire dall’arsenale linguistico-concettuale, forse di “proletariato” pensando ai tempi non si poteva parlare), ci conduce in tutte le pieghe di una sollevazione che parte da legittima (ma anti-economica) rivendicazione di prerogative corporative e libertà di produzione, per degenerare in una sollevazione che pone in dubbio, e in pericolo, l’antica e solida struttura della Repubblica di Lucca. Una repubblica nata col primo millennio, ma sottoposta a diverse traversie, forse anche con un periodo signorile, quello di Paolo Guinigi nel Quattrocento, oggetto anch’esso di diverse interpretazioni storiografiche. Come per quasi tutte le rivoluzioni, si parte in un modo moderato, e si degenera fino al punto di invocare interventi stranieri – Carlo V sempre pronto a cogliere le migliori occasioni per estendere i propri domini indiretti, come avvenuto qualche anno prima con Firenze – e di impensierire Roma e le stesse potenze europee. E se la “libertà” agognata da rivoltosi sempre più arditi, come libertà corporativa e financo individuale, come desiderio di partecipazione al potere politico con straordinarie (ma sinistre) anticipazioni di situazioni moderne, come mera espressione di secolari invidie e mai sopite ansie di rivalsa, avesse portato alla fine della libertà politica della repubblica? Sarebbe avvenuto quel che una classe nobiliare forse un poco pigra ma senz’altro molto accorta temeva più di ogni altra cosa, la fine di uno stato secolare con qualche tratto ideale, quasi da utopia: la città (debitamente murata) in armonica relazione col contado – e i villici son pronti a schierarsi con la nobiltà conservatrice e poi reazionaria – e pur senza nessun desiderio né possibilità di diventare repubblica marinara, con i suoi tratti costieri e i piccoli porti. Uno stato modello? E tale dal punto di vista geografico oltre che politico? Per tanti aspetti sì.

Ma questo stato modello non si sottrae ai venti turbolenti che spazzano l’Europa nei primi decenni del Cinquecento, agli sconvolgimenti legati alla scoperta del Nuovo (per noi) Mondo, alla lacerazione della Riforma, all’antagonismo tra Spagna e Francia. Anzi, esso sembra aperto perfino alle nuove idee religiose, la «città infetta» secondo Simonetta Adorni-Braccesi, storica e nobildonna del luogo, che al tema dedicò un libro ormai classico nel 1994. Se non infetta del tutto, perlomeno diffidente rispetto alla curia e orgogliosa delle opere di carità e del senso cristiano della propria nobiltà, tutta tesa – come Venezia – ad evitare soverchie influenze pontificie, e perfino poco incline a tollerare la creazione di centri di sapere come università (breve vita ebbe quella ai tempi progettata), che mettessero anche solo idealmente in dubbio i principi e le strutture di una repubblica oligarchica stretta tra Firenze, Genova, Siena (la quale ultima nel 1472 aveva cercato di risolvere i problemi fondamentali del piccolo credito con la creazione di quel Monte che è ora come ben noto la più antica banca italiana).

La rivoluzione porta con sé naturalmente una reazione perfino troppo brutale. La costituzione – ovvero il sistema di diritto pubblico – è modificata lievemente, e tale rimarrà fino alla fine, nel 1799. Lucca sarà l’ultimo degli stati italiani a cadere sotto Napoleone, concludendo quei trecento anni di predatorie presenze straniere in Italia iniziato nel 1499, quando il 2 settembre Lodovico il Moro dovette riparare presso Massimiliano I, e i francesi misero piede a Milano. Religiosi sediziosi, “preti compagni” dei tempi, finiscono forse ingiustamente sul patibolo, insieme a popolani e patrizi compromessi; non vi è alcuna restaurazione in senso tecnico, il governo aveva retto a tutti gli scossoni iniziati il primo maggio 1531 – simbolismo infallibile delle date – e finiti il 9 aprile 1532 (con scia di esecuzioni nei giorni successivi). Come ha mostrato in un bel libro Matteo Giuli (Il governo di ogni giorno, 2012), la Lucca post-1531 vive nel Sei e Settecento un periodo di bonaccia: se non stato-modello, stato sapientemente gestito nella vitale dialettica tra città e campagna, e, giusto le opposizioni venute a stridere nella sollevazione, tra libertà e palazzo (ma anche tra religione e Roma, tra papato e impero).

Per tornare, in conclusione, all’Eliot inizialmente citato: «Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono/Da queste macerie di pietra?». Il libro di Sabbatini suscita diverse domande e riflessioni. In generale, sul modello di “piccolo stato” oligarchico e sulla sua validità assoluta (anche al di fuori del contesto italiano del tempo), e poi sul rapporto tra economia di mercato e pace (o giustizia) sociale. Ma sono domande evidentemente che rimandano a risposte in sedi diverse. Per rimanere nei tempi, è singolare che un prodotto di lusso, la seta, divenga uno dei poli vitali, insieme all’agricoltura, di una città-stato tutto sommato felice. Con ben 8000 addetti, la fetta più larga della popolazione attiva, il settore serico domina un’economia di antico regime. Si tratta di un esempio primordiale di industria italiana, nel bene e nel male, come il Monte dei Paschi di Siena lo è per il settore bancario. Un’industria ben solida prima ad esempio che si affermi quella delle armi, meno legata al mondo agricolo (la Beretta nasce nel 1526). La dimensione però della domanda, che sembrerebbe perfino superare l’offerta, è anch’essa significativa, a livello europeo. Nella Como ormai sotto l’orbita spagnola, ad esempio, vengono impiantati nel Cinquecento i primi telai. E la concorrenza nella produzione sembrerebbe esser già vasta nel 1531. Poi la ruota della storia condanna all’estinzione, o quasi, la seta lucchese. Ad inizio Novecento v’erano nel comasco e in Brianza 8000 telai, tanti quanti il numero dei lavoratori impiegati nella filiera lucchese – quest’eccezionale combinazione tra produzione agricola e manifattura su cui molto c’è da riflettere – nel 1531.

Tutto muta. Ora rimane ben poco della seta di Lucca. Ma, ad esempio, a Borgo a Mozzano, una vera e propria “via della seta”, legata all’antica pievania di Cerreto. I gelseti, le case-torri, il legame anche visivo col Bargiglio; un museo. Che ci ricorda anche un’altra prerogativa di questa fondamentale proto-industria italiana: la partecipazione al lavoro delle donne, filatrici, tessitrici, anche insegnanti nelle scuole di seteria. Una di esse, con singolare richiamo, forse, al modello serenissimo, era dedicata a San Marco. Una storia toccante perfino nelle usanze tra il popolare e il religioso, in una dimensione antropologica della filiera serica densa davvero di fascino: nel giorno di San Marco aveva luogo una processione in cui si pregava per la fecondità dei bachi, e le donne in processione tenevano al proprio seno proprio le uova del baco, pregando e auspicando che fossero fertili, cosa che non sempre la natura assicurava.

(Pubblicato il 25 febbraio 2021 © «Corriere della Sera» - La nostra storia)

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