Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La battaglia liberale di Benedetto Croce e Giovanni Laterza

di Eugenio Di Rienzo

Il sogno ricorrente di tutti i grandi intellettuali (da Erasmo a Voltaire) di avere a disposizione una casa editrice in grado di diffondere le proprie idee, sfuggendo ai condizionamenti del mercato librario, si avverava in Italia, all’inizio del Novecento, con il rapporto privilegiato che legò Croce all’editore Giovanni Laterza, testimoniato dal ricchissimo carteggio degli anni 1901-1943, pubblicato, per la cura Antonella Pompilio. Rapporto che ora viene rivisitato nel limpido saggio di Fabio Fernando Rizi: “Coraggio nel presente e fiducia nell’avvenire” Politica e cultura sotto il fascismo nel carteggio tra Benedetto Croce e Giovanni Laterza dal 1925 al 1943 (Franco Cesati Editore, 2020).

Dopo l’edizione dei Taccuini di guerra che ci hanno offerto l’immagine di un filosofo perfettamente a suo agio sullo scacchiere della politica, queste lettere ci restituiscono ancora un altro Croce, abilissimo impresario, capace di trasformare un’azienda tipografica artigianale del meridione d’Italia in un potente strumento di diffusione e di battaglia per l’affermazione della cultura idealistica. Se già nel 1906 decollava, presso Laterza, la collana dei Classici della filosofia, gli anni successivi vedranno la comparsa di altre prestigiose raccolte: i Filosofi antichi e moderni, gli Scrittori d’Italia, la Collezione storica, l’edizione delle opere dello stesso Croce, programmata nel 1918, che già nel 1934 toccava i cinquanta titoli. A questa poderosa artiglieria da campagna, si aggiungeva l’artiglieria leggera del «La Critica». Una rivista, frutto dell’intesa tra Croce e Gentile che, nata nel 1907, continuerà le sue pubblicazioni fino al 1944, annoverando tra i suoi collaboratori quasi tutti i nomi più eminenti della cultura italiana del primo dopoguerra: Giuseppe Antonio Borgese, Adolfo Omodeo, Guido de Ruggiero, Giuseppe Lombardo Radice, Gioacchino Volpe.

Dal foltissimo carteggio con Laterza emerge un ritratto inedito del filosofo napoletano fotografato nel suo ruolo di intellettuale-imprenditore, in grado di seguire, passo per passo, la confezione e la distribuzione del prodotto-libro: dall’ideazione alla realizzazione materiale (impaginazione, scelta della carta, dei caratteri di stampa, tipo della legatura), ai problemi di carattere finanziario, a quelli relativi alla promozione presso il pubblico dei lettori, alla réclame, come si usava dire a quell’epoca, di questa particolarissima merce. Un Croce appaltatore in grande stile del mercato editoriale dunque: interessato a creare un polo di qualità e di eccellenza nel Mezzogiorno, che fosse in grado di competere con la grande industria libraria piemontese, lombarda, toscana. Ma anche un Croce «padre-padrone» nei suoi rapporti con Laterza, a volte considerato poco più di un semplice capo tipografo, esecutore materiale delle sue direttive, al quale veniva molto spesso negata ogni possibilità di indirizzo e di scelta autonoma, a che, a volte, era aspramente rimproverato anche soltanto per qualche trascuratezza nella composizione dei testi dati alla stampa.

Così accadeva nella lettera a del 22 marzo 1911, nella quale un iratissimo Croce bollava a caratteri di fuoco «la mancanza di disciplina della vostra tipografia», aggiungendo: «voi compromettete un’impresa grandiosamente condotta avanti, la compromettete nel modo più brutale: come se faceste una macchia d’olio su di un vestito di seta». Così ancora nella fitta corrispondenza dell’agosto 1914, dove venivano puntualmente rimproverati a Laterza «ostinatezza» nel perseguire scelte sbagliate e «spacconeria» nel voler fare passi più lunghi della gamba, che si concludeva con l’invito a «scegliervi un socio tedesco, così il vostro slancio, che spesso diventa avventatezza, avrebbe un contrappeso e acquisterebbe equilibrio».

Di anno in anno, tuttavia, pur tra mille rimproveri e rimbrotti del filosofo, ai quali Laterza opponeva quasi sempre un contrito e sommesso mormorio di scuse, l’azienda editoriale barese cresceva e assumeva un rilevo di carattere non solo nazionale. Nel suo catalogo trovavano posto storici, filosofi, letterati di fama europea, mentre i volumi di Croce, varcavano i confini della Penisola e ricevevano l’onore di traduzioni inglesi, francesi, tedesche. Anche l’Impero del Sol Levante reclamava la sua parte di gloria in questa opera di diffusione, con la versione giapponese della Filosofia della pratica pubblicata nel 1909.

Nel giugno del 1914, i colpi di revolver di Sarajevo sembrarono poter minacciare l’autonomia di quella cittadella della cultura ma non arrivarono però mai a intaccarne la vigorosa fisionomia. Fortemente e intimamente contrario alla presa d’armi italiana, da Croce considerata un male, anche se un «male inevitabile», il filosofo opponeva tutta la sua autorevolezza al dilagare di un selvaggio sciovinismo intellettuale. Proprio negli anni del conflitto, Laterza pubblicherà, su consiglio di Croce, alcuni classici della storiografia tedesca connotati da un forte paradigma nazionalista (come le opere di Heinrich Von Treitschke), respingendo quell’equazione tra «militarismo prussiano» e Kultur germanica, che anche intellettuali di grande lucidità, come Guido de Ruggiero, erano andati invece diffondendo già prima dell’inizio delle ostilità.

Un atteggiamento, questo di Croce, che non corrispondeva sicuramente a un imbelle pacifismo, dimentico del senso di dignità nazionale, come oggi troppo spesso si sostiene. Dopo il disastro di Caporetto, il filosofo ricordava nel suo diario il profondo scoramento che lo rendeva «quasi malato, e inca- pace di qualsiasi pensiero, che non siano quelli tristi, disperati sulla sorte d’Italia». Stessi amarissimi accenti trapelavano nella corrispondenza con Laterza, accompagnati però da un sentimento di vigorosa reazione che avrebbe trovato posto nelle sue prese di posizione pubbliche, quando Croce dichiarò di amare di maggiore amore una patria «che abbia saggiato l’onta e la rabbia della sconfitta, e non si sia accasciata, ma, subito raccolta per la resistenza, e si sia avanzata alla riscossa».

Anche grazie a questa battaglia contro l’intolleranza xenofoba, l’impresa editoriale Croce-Laterza riusciva a creare una vera e proprio «repubblica letteraria», orgogliosamente italiana ma anche europea, internazionale, mai superficialmente cosmopolita, che solo l’avvento del fascismo avrebbe poi scompaginato e diviso. Di questa frattura fu insieme testimone e protagonista lo stesso Laterza. Nel 1928, Giovanni Gentile profondamente sdegnato dal giudizio liquidatorio sulla sua filosofia, inserito da Croce nella Storia d’Italia dal 1871 al 1915, si rivolgeva a Laterza, preannunciandogli la rottura di ogni rapporto con la sua casa libraria e dichiarando di non poter ammettere «che un editore mio amico pubblichi un libro in cui si fa strazio del mio onore insinuandosi che la mia dottrina non è limpida consigliera pratica, come se io avessi commesso scorrettezze fuorviato dalla mia falsa filosofia».

Era la prima battuta di una guerra civile intellettuale destinata a protrarsi in tutti gli anni del regime. In questo periodo. le edizioni Laterza godranno comunque di una relativa tolleranza. L’inquilino di Palazzo Venezia nulla fece per ostacolare la diffusione della Storia d’Europa nel secolo decimonono del 1932 che, secondo le intenzioni di Croce, doveva costituire il manifesto della «religione della libertà» redatto per fornire un determinante contributo alla «guerra santa» che si era ingaggiata tra liberalismo e autoritarismo fascista. Non a caso la Storia d’Europa registrò un eccezionale successo di vendite, senza subire nessun intralcio di carattere censorio. Il 5 febbraio 1932, infatti, Giuseppe Laterza telegrafava a Croce: «Orgoglioso annunzio messa in luce Storia Europa». Soltanto il 15 dello stesso mese, l’editore comunicava all’autore: «La prima edizione di 3.000 copie si è esaurita in otto giorni», manifestando la necessità di mettere rapidamente sotto i torchi una ristampa dell’opera.

Questo calcolata benevolenza era però interrotta da momenti di repentino rigore. Nel giugno del 1938, Laterza avvertiva Croce che il nulla osta relativo alla ristampa del volume di Antonio Labriola, La concezione materialistica della storia, curato dal filosofo era stato negato dalle competenti autorità. Nello stesso anno, segnato dalla legislazione razziale a cui Croce si era pubblicamente opposto, lo smercio de La Storia come pensiero e come azione veniva impedito dalla Questura di Napoli. La vibrata protesta dell’editore presso il Ministero della Cultura Popolare, redatta sulla base di appunti preparati dallo stesso Croce, provocava l’intervento personale di Mussolini che sbloccava la situazione. Il catalogo Laterza non sfuggiva però alla mannaia della «bonifica libraria antisemita» che portava al sequestro di ben 22 volumi di autori israeliti: da Leone Ebreo a Freud, da Leonardo Olschki a Paolo Treves, ad Attilio Momigliano. Nel 1942, sfuggiva, però, al rogo dei libri anti-ebraico, la biografia politica di Silvio Spaventa del giovane storico Paolo Alatri, pubblicata con lo pseudonimo “Paolo Romano”, che Croce aveva segnalato a Laterza.

La stretta censoria si sarebbe aggravata con l’inizio della guerra. Nel 1940 era «La Critica» a essere soppressa per poi essere in breve nuovamente autorizzata essere pubblicata dal Duce del fascismo che, secondo la testimonianza del responsabile del Ministero della Cultura Popolare, Alessandro Pavolini, aveva dichiarato ironicamente «di non voler propinare al filosofo nessuna coppa di cicuta». Nel 1942, però, un angosciato Laterza telegrafava a Croce la notizia che la questura di Bari aveva decretato la messa fuori commercio della settima edizione della Storia d’Italia, senza poter immaginare che anche questo provvedimento sarebbe stato rapidamente ritirato su ordine di Mussolini, poco propenso a dar seguito all’ottuso settarismo dei suoi gregari e soprattutto per nulla disposto a fare di intellettuale di vasta rinomanza internazionale filosofo un martire dei nuovi Torquemada in camicia nera.

Critiche durissime al binomio Croce-Laterza si erano levate, intanto dall’altro crinale della barricata ideologica, che ormai tagliava l’Italia e l’Europa in due. Nel settembre del 1931, Croce, al rientro da un viaggio a Parigi, informava Laterza di aver letto sulle pagine dello «Stato operaio», organo dell’emigrazione comunista in Francia, un articolo di Giovanni Amendola «che mi rappresenta come il grande avversario del proletariato, cioè del comunismo; e dice che per questa lotta io ho mobilitato la casa Laterza». Le stesse accuse sarebbero riecheggiate, quando l’«Unità» di Napoli in risposta alla feroce stroncatura crociana dell’opuscolo di Stalin, Materialismo dialettico e materialismo, allora tradotto a cura della Federazione comunista napoletana della città vesuviana, pubblicavano una durissima replica su «l’Unità» del 26 marzo 1944, sprezzantemente intitolata Filosofia e proprietà fondiaria, con la quale si prometteva «a tutti i Croce, capitalisti e proprietari fondiari, che il proletariato risponderà loro in definitiva, più che con le armi della critica, con la critica delle armi».

In quel periodo il Pci, uscito dalla clandestinità, iniziava la sua campagna di criminalizzazione dell’illustre ospite di Palazzo Filomarino. Il giovane storico Aldo Romano, divenuto dai primi anni Trenta un ascoltato fiduciario dell’OVRA, dopo aver denunciato nel 1934 la rete degli oppositori al regime che faceva capo a Croce, entrava a far parte dei fascisti rossi, la definizione è di Croce, che si andavano organizzando intorno a Togliatti, in Napoli liberata, per partecipare alla lapidazione morale del filosofo con il proposito d’instaurare una nuova supremazia intellettuale. Primo obiettivo di questa operazione doveva essere la liquidazione dei vecchi maestri della cultura italiana.

E se per far fuori Gentile bastò il fuoco dei nuclei gappisti di Firenze, se per liquidare Volpe fu sufficiente il malvolere di una Commissione di epurazione, più difficile si presentava la resa dei conti con l’antifascista Benedetto Croce, che, pure, Togliatti attaccava sfrontatamente, nell’editoriale di «Rinascita» del 18 giugno 1944, sostenendo che il filosofo aveva ben meritato il titolo di collaborazionista del regime fascista.

Benedetto Croce ha avuto, come campione della lotta contro il marxismo, una curiosa situazione di privilegio nel corso degli ultimi venti anni. Egli ha tenuto cattedra di questa materia, istituendosi così, tra lui e il fascismo, un’aperta collaborazione, prezzo della facoltà che gli fu concessa di arrischiare ogni tanto una timida frecciolina contro il regime. L’aver accettato questa funzione, mentre noi eravamo forzatamente assenti e muti, o perché al bando del Paese o perché perseguitati, fino alla morte dei nostri migliori, è una macchia di ordine morale che non gli possiamo perdonare e che egli non riuscirà a cancellare. Quando il contradditore è messo a tacere dalla violenza, cioè in regime di monopolio – come fu con il regime in cui la predicazione antimarxista crociana si svolse all’ombra del littorio – si possono far circolare assai facilmente merci avariate. Oggi, però, tale monopolio non esiste più. Il fascismo è crollato, e noi siamo qui, comunisti e socialisti, vivi e vitali. Noi, quindi, non lasceremo più andare in giro le merci avariate spacciate da Benedetto Croce, senza fare il necessario, per mettere a nudo l’inganno.

A questa accusa seguiva una sdegnata reazione di Croce e quasi una crisi di gabinetto del governo Bonomi (di cui il filosofo e il capo del Pci erano entrambi componenti), evitata di misura da una parziale smentita del «compagno Ercoli». Solo dopo alcune settimane, Croce riusciva a ottenere «l’informazione precisa e sicura che colui che scrisse o suggerì al Togliatti le calunnie contro di me, per il mio immaginario atteggiamento contro i comunisti durante il periodo del fascismo, è stato il giovinastro Aldo Romano».

La notizia dell’operazione diffamatoria orchestrata dal «migliore» contro Croce aveva comunque già passato la linea del fronte e forniva il pretesto a Mario Coppola, già confidente dell’OVRA (fratello del più noto Goffredo, insigne filologo classico, e ultimo Presidente dell’Istituto Nazionale di Cultura fascista, ucciso, il 27 aprile 1945 dalle pallottole di una banda partigiana nella piazza di Dongo), di ristampare in estratto e di diffondere nei territori liberati il saggio crociano Comunismo e libertà, pubblicato su «La Critica» alla fine degli anni Trenta. L’edizione dell’opuscolo, comparsa probabilmente nel maggio del 1944, provvista di una perfetta imitazione della classica copertina floreale dei tipi Laterza, ironizzava causticamente sull’interessato anti-bolscevismo di Croce, «padreterno milionario e senatore per censo» e conteneva nella prefazione, firmata da Mario ma probabilmente redatta da Goffredo, questo velenoso suggerimento inoltrato al Segretario del PCI:

Oltre alle note di natura polemica contro la Russia bolscevica, pubblicate nel 1943, il Croce ha dato alle stampe un saggio sul “Comunismo e la libertà” che ci sembra utile ripubblicare. Palmiro Togliatti, sceso dalla Russia in Italia sotto il robusto nome di Ercole Ercoli, non avrà, certo, avuto modo di conoscere questo saggio. Ma chissà, che, leggendolo ora, non sia proprio il professore di filosofia, Palmiro Togliatti, a togliere dalla circolazione questo ideologo senza idee, questo filosofo a vuoto, quest’assertore di tutte le teorie senza nessuna teoria? Il comunismo nella sua “realtà” politica è molto diverso dal Fascismo, che spinse la sua longanimità sino a permettere a Don Benedetto Croce di esercitare la più perniciosa opera denigratrice. Il comunismo, si sa, agisce in maniera molto diversa. Anche per questo ripubblichiamo il saggio di Don Benedetto Croce su “Comunismo e la libertà”. C’è, infatti, in noi la legittima aspettativa di un’esecuzione definitiva di questo ingombrante politicante che si è creduto d’esser chiamato, dal collasso dell’Italia, a grandi imprese politiche.

A Giovanni Laterza venne risparmiato il triste spettacolo di questo bellum civile scatenatosi tra le fila gli oppositori della dittatura. L’editore, da tempo malato, era spirato, il 22 agosto del 1943, a poco meno di un mese dal colpo di Stato del 25 luglio che Laterza aveva salutato con l’invio di un cablo indirizzato a Croce, dove si affermava: «In questa ora solenne rivolgo commosso affettuoso pensiero a Voi padre della nostra libertà». Con lui Croce perdeva un insostituibile collaboratore, ma anche un «ottimo amico, il migliore di quanti abbia mai avuto», come avrebbe dichiarato il filosofo, dopo aver appreso la notizia della morte.

Con la scomparsa del fondatore della casa editrice di Bari qualcosa di molto importante si sarebbe incrinato nel disegno culturale crociano. La generosa e instancabile opera di proselitismo politico e culturale del direttore della «Critica» e del suo editore si concludeva infatti con incerti risultati, tanto da risultare almeno in parte dispersa e misconosciuta nel lungo dopoguerra italiano, ancora intriso dei veleni sparsi nel Ventennio nero, durante il conflitto intestino del 1943-1945 il drammatico periodo del primo dopoguerra. A partire dagli anni Cinquanta, all’egemonia idealistica e liberale si sarebbe sostituita un’altra egemonia, quella gramsciana e azionista, che avrebbe emarginato e poi scacciato definitivamente le opere di Croce dal catalogo Laterza.

(Pubblicato il 5 dicembre 2020 © «Corriere della Sera» La nostra storia)

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