Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

I Foreign Fighters cattolici alla difesa del Papa Re. Una storia dimenticata

di Lorenzo Terzi

La storia degli zuavi pontifici, estremi difensori del principio del potere temporale dei papi, è stata oggetto di pochi studi, che ne hanno ricostruito le vicende in maniera per lo più sommaria. Pressoché nulla, poi, è stata la trasposizione della loro sfortunata epopea nelle opere dell’immaginario: un’eccezione, molto parziale, è costituita dal film “In nome del Papa Re”, di Luigi Magni, con protagonista un grande Nino Manfredi.

Eppure le gesta di questi soldati – in gran parte francesi, belgi e olandesi – accorsi a Roma per sostenere Pio IX offrirebbe più di uno spunto romanzesco. Lo dimostra un recente, corposo volume a essi dedicato, opera di Francesco Maurizio Di Giovine: Gli zuavi pontifici e i loro nemici, pubblicato quest’anno da Solfanelli, che si avvale di un’introduzione di Don Sisto Enrico di Borbone.

La stessa scelta del prefatore rispecchia l’ideologia del Di Giovine, studioso ed esponente di lungo corso del cosiddetto “cattolicesimo tradizionalista”. Conformemente alla visione della storia propugnata da questa particolare corrente di pensiero culturale e politico, lo scrittore inquadra l’impresa degli zuavi nell’ambito di una lotta metafisica tra le forze della rivoluzione e della controrivoluzione. L’autore “parteggia” apertamente per i soldati del Papa Re, come se la presa di Roma appartenesse alla cronaca e all’attualità, e non alla storia. Questo induce il Di Giovine, talvolta, a qualche ingenuità un po’ manichea: per esempio, egli non esita a definire tout court “briganti” i banditi oggetto della repressione degli zuavi, laddove le bande che operavano nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie con modalità del tutto analoghe vengono da lui ascritte alla categoria, ben più nobile, del legittimismo militante. È pur vero, però, che la tensione ideale dello scrittore conferisce calore e appassionata partecipazione alla sua narrazione degli eventi, che è arricchita anche da un’incredibile quantità di particolari relativi alla sorte degli zuavi morti o feriti in combattimento: per ognuno di essi il Di Giovine ha un pensiero affettuoso, come se parlasse di familiari o di commilitoni.

D’altra parte, lo sfondo storico entro il quale si dispiega l’azione dei combattenti di Pio IX è delineato dall’autore con mano sicura, in modo ampio e preciso. È palese l’antipatia dello studioso nei confronti della politica dell’imperatore Napoleone III, a suo avviso caratterizzata da ambiguità, falsità e doppiezza. Infatti, nota il Di Giovine, l’imperatore non fece nulla per impedire l’invasione delle legazioni pontificie di Romagna (Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì), perdute dal pontefice in seguito agli esiti delle battaglie di Magenta e di Soferino nella guerra franco-piemontese contro gli austriaci, terminata con l’armistizio di Villafranca (12 luglio 1859).

La nuova situazione venutasi a creare determinò l’incrinarsi dei rapporti tra la Francia e la Santa Sede. Il papa, con l’enciclica “Nullis certe” del 19 gennaio 1860, si rivolse ai prelati e a tutti i cattolici del mondo per ringraziarli della loro vicinanza. Li esortava perciò a difenderlo nei suoi diritti, minacciati dalla rivoluzione, “a propugnare strenuamente la causa della santissima nostra Religione e della giustizia, e a condannare con ogni vigore i sacrileghi attentati commessi contro il civile Principato della Chiesa Romana”. Pio IX, inoltre, ricordò che l’Imperatore dei francesi aveva risposto dalle colonne del “Moniteur” a una sua lettera in cui gli si chiedeva di “volere, col validissimo suo patrocinio nel Congresso di Parigi, mantenere integro ed inviolabile il dominio temporale Nostro e di questa Santa Sede, e rivendicarlo dalla iniqua ribellione”. Ma Napoleone III si era espresso in termini del tutto diversi, esortando il pontefice a rinunciare al possesso delle province perdute per porre rimedio alle turbolenze politiche del momento. Il papa aveva respinto con fermezza quell’invito, dichiarando “non potere Noi rinunziare alle dette Province dell’Emilia, appartenenti al Nostro Pontificio dominio senza violare i solenni giuramenti dai quali siamo legati, senza suscitare querele e moti nelle altre Nostre Province, senza recare ingiuria a tutti i cattolici; infine, senza debilitare i diritti non solo dei Principi d’Italia, che furono ingiustamente spogliati dei loro domini, ma ancora di tutti i Principi del mondo cristiano, i quali non potrebbero con indifferenza vedere introdotti certi principii”. A seguito del precipitare degli eventi, in vari Paesi di tutto il mondo si cominciò a parlare di sottoscrizioni per finanziare un’armata a sostegno del Papa. Deciso a resistere, Pio IX si avvalse del consiglio del monsignore belga Xavier de Mérode, che poteva vantare nel suo passato trascorsi militari. Nella primavera del 1860 de Mérode, ministro delle Armi, si dedicò con abnegazione al suo compito, incoraggiando il generale de La Moricière a costruire un buon esercito, che riuscì a ritardare di un decennio il crollo dello Stato Pontificio.

In questo clima nacque il battaglione dei Tiragliatori pontifici, poi disciolto e ricostruito come reggimento degli Zuavi pontifici. In esso accorsero ad arruolarsi cattolici di tutto il mondo: prevalentemente francesi, belgi e olandesi, come abbiamo visto, ma anche italiani, canadesi, tedeschi, polacchi, statunitensi, e perfino un cinese, per un totale di quasi diecimila uomini. Il loro livello formativo, nota Di Giovine, cambiò più volte nel corso degli anni. I primi arrivati erano dotati di un notevole spirito di sacrificio, che spesso si manifestò come vera e propria vocazione al martirio. Con il passare del tempo, gli zuavi “persero la qualità della pietà per guadagnarne in disciplina”. Il loro apporto si rivelò prezioso non solo a Mentana, in occasione della vittoria dei pontifici sui garibaldini, ma anche in circostanze meno fortunate: soprattutto durante la presa di Roma del 1870, che il Di Giovine ricostruisce quasi minuto per minuto e che – a suo dire – fu ben più cruenta e drammatica di quanto generalmente si racconta riducendo la reazione delle truppe di Pio IX a una resistenza meramente simbolica. Dopo il forzato scioglimento degli zuavi, al ritorno in patria i reduci di nazionalità francese si ricompattarono attorno al tenente colonnello Attanasio de Charette e, continuando a vestire la stessa divisa, formarono i “Volontari dell’Ovest” per difendere la Francia aggredita dai Prussiani. Un altro gruppo di uomini provenienti dal disciolto reggimento, su invito del principe Alfonso Carlos di Borbone, si radunò sotto le bandiere del carlismo per partecipare a quella che è passata alla storia con il nome di “terza guerra carlista”. Il mito dell’epopea zuava sopravvisse ai suoi protagonisti. Gli olandesi costruirono un museo a loro dedicato; in Quebec è ancora molto viva, anche negli studi storici, la memoria dei volontari canadesi che vennero a Roma dalla lontana America settentrionale per servire come soldati “in nome del Papa Re”.

(Pubblicato il 23 novembre 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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