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	<title>Nuova Rivista Storica</title>
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	<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 08:51:20 +0000</pubDate>
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		<title>Nord e Sud, un&#8217;unità che va ritrovata</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 08:51:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ernesto Galli della Loggia
Una questione domina su tutte le altre della politica italiana e in vario modo le riassume tutte: il problema dell&#8217;unità nazionale, ovvero il problema di come tenere ancora insieme il Nord e il Sud del Paese.
È chiaro, per chi sa vedere, che siamo ad uno di quei momenti in cui la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Ernesto Galli della Loggia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una questione domina su tutte le altre della politica italiana e in vario modo le riassume tutte: il problema dell&#8217;unità nazionale, ovvero il problema di come tenere ancora insieme il Nord e il Sud del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">È chiaro, per chi sa vedere, che siamo ad uno di quei momenti in cui la politica è chiamata a fare i conti con una vera e propria svolta storica: la fine della prima Repubblica ha significato molto di più di ciò che allora ci è sembrato. Ha significato anche la fine degli equilibri economico-sociali (e della relativa ideologia) che avevano reso possibile e accompagnato la secolare industrializzazione-modernizzazione italiana.<span id="more-2139"></span> Con ciò è giunto ad un suo punto critico anche il secolare patto nazionale la cui forma, risalente al vecchio Statuto Albertino, la Costituzione del &#8216;48 aveva, sì, profondamente innovato, ma in un certo senso ripreso e confermato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il compito che sta ora davanti al Paese è quello di rifondare questo patto. Di rifondare l&#8217;unità italiana rinsaldando l&#8217;unione tra le due parti decisive della Penisola, il Sud e il Nord. Chi saprà farlo - è facile prevederlo - s&#8217;installerà al centro del sistema politico divenendo la forza egemone per un lungo tempo avvenire. Il partito o lo schieramento che vorrà provarci, che aspirerà al ruolo di partito nazionale, dovrà però guardarsi innanzi tutto da un pericolo mortale: quello di apparire (e/o di essere) un partito «sudista» (è il pericolo di cui invece non sembra accorgersi l&#8217;Udc, che così perde ogni credibilità «nazionale» cui pure dice tanto di aspirare, dopo che si è proclamata espressamente Partito della nazione). Incorre in tale pericolo qualunque posizione - come quella del partito di Casini, appunto - la quale, lungi dal capire il fondamento reale del «nordismo» (lo chiamo così per brevità) attribuisce invece a Bossi e alla pura e semplice esistenza della Lega l&#8217;origine dei problemi; rifiutandosi cioè di riconoscerne e soprattutto capirne la loro sostanza e portata reali. Quasi che, se non ci fossero né Bossi né la Lega, il Nord non creerebbe più fastidi e tutto andrebbe a posto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è così. La protesta del Nord si fa forte dell&#8217;esistenza di problemi reali (inefficienza dell&#8217;amministrazione centrale, scarsità d&#8217;investimenti infrastrutturali, livello altissimo della fiscalità, a cui si può aggiungere la meridionalizzazione degli apparati statali): problemi che tra l&#8217;altro per una parte significativa non sono specifici del Nord, bensì generali dello Stato italiano, anche se al Nord se ne sente di più il peso. E sta proprio qui, direi, la differenza decisiva con il «sudismo», con la protesta che negli ultimi tempi il Mezzogiorno ha a sua volta mostrato di voler mettere in campo come rivalsa antinordista all&#8217;insegna del rivendicazionismo risarcitorio per il proprio mancato sviluppo.<br />
Infatti, almeno nella sua vulgata di massa, quella del Sud si presenta come una protesta che non tiene assolutamente conto, non fa menzione neppure, di quello che pure tutti gli osservatori imparziali hanno indicato da decenni come tra i principali, o forse il principale ostacolo di qualunque possibile sviluppo del Mezzogiorno. Vale a dire la paurosa, talvolta miserabile pochezza delle classi dirigenti politiche meridionali, specie locali, protagoniste di malgoverno e di sperperi inauditi, ma che continuano a stare al loro posto perché votate dai propri elettori.</p>
<p style="text-align: justify;">Accade così, che mentre la protesta «nordista» ha corrisposto alla nascita e all&#8217;affermazione in loco di una nuova classe politica (quella della Lega), quasi del tutto diversa dal passato e assai polemica verso di esso, comunque la si voglia giudicare; viceversa la protesta «sudista», proprio per questo suo dato di partenza di irrealtà, è disponibile ad ogni uso e già oggi viene inalberata dai più variegati spezzoni e reduci di tutte le formazioni politiche meridionali degli ultimi decenni mentre palesemente si candida a diventare il refugium peccatorum di tutti i trasformismi e gli opportunismi politici che prosperano a sud del Garigliano. In tal modo privando di ogni dignità politica e di ogni futuro le sue pur esistenti ragioni, e condannandosi a rappresentare esclusivamente l&#8217;ennesima chiacchiera da comizio.<br />
Un partito che oggi volesse avere una funzione davvero nazionale dovrebbe dunque partire da qui. Dal capire senza esitazione le fondate ragioni del Nord e cercare di combinarle con quelle del Sud. Che ci sono, ma non sono presentabili all&#8217;opinione pubblica del Paese con qualche possibilità di successo fintanto che non le si strappa dalle mani di chi finora ha governato il Mezzogiorno, da destra e da sinistra, da Napoli a Palermo, nel modo sciagurato che sappiamo.</p>
<p>(Pubblicato il 29 agosto 2010 - © «Corriere della Sera»)</p>
<p><a href="#">Inizio  pagina</a></p>
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		<title>Anno 2010 - Volume XCIV - Fascicolo II</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 13:04:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Archivio annate]]></category>

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		<description><![CDATA[Storia presente
EUGENIO DI RIENZO, Storici smemorati. A proposito del centocinquantesimo anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia (pag. 381) (Abstract)
Saggi
GIGLIOLA SOLDI RONDININI, La «quiete d&#8217;Italia». Sguardi sulla politica italiana del secondo Quattrocento (pag. 407) (Abstract)
MASSIMO BUCARELLI, All&#8217;origine della politica energetica dell&#8217;ENI in Iran: Enrico Mattei e i negoziati per gli accordi petroliferi del 1957 (pag. 465) (Abstract)
Questioni storiche (pag. 501)
MARIALUISA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Storia presente</strong></p>
<p>EUGENIO DI RIENZO, Storici smemorati. A proposito del centocinquantesimo anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia (pag. 381) (<a href="http://www.nuovarivistastorica.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_2en_dirienzo_sp.pdf" target="_blank">Abstract</a>)</p>
<p><strong>Saggi</strong></p>
<p>GIGLIOLA SOLDI RONDININI, La «quiete d&#8217;Italia». Sguardi sulla politica italiana del secondo Quattrocento (pag. 407) (<a href="http://www.nuovarivistastorica.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_2en_soldirondinini.pdf" target="_blank">Abstract</a>)</p>
<p>MASSIMO BUCARELLI, All&#8217;origine della politica energetica dell&#8217;ENI in Iran: Enrico Mattei e i negoziati per gli accordi petroliferi del 1957 (pag. 465) (<a href="http://www.nuovarivistastorica.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_2en_bucarelli.pdf" target="_blank">Abstract</a>)<span id="more-1854"></span></p>
<p><strong>Questioni storiche</strong> (pag. 501)</p>
<p>MARIALUISA BALDI, «Ex minimis omnia humana constant». Aspetti della riflessione sull&#8217;uomo di Girolamo Cardano (<a href="http://www.nuovarivistastorica.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_2en_baldi.pdf" target="_blank">Abstract</a>)<br />
DINO COFRANCESCO, Tocqueville e gli usi politici della tirannia della maggioranza (<a href="http://www.nuovarivistastorica.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_2en_cofrancesco.pdf" target="_blank">Abstract</a>)<br />
GIAN PAOLO FERRAIOLI, Federico Chabod storico, la Francia e la politica estera italiana dal 1870 al 1896 (<a href="http://www.nuovarivistastorica.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_2en_ferraioli.pdf" target="_blank">Abstract</a>)<br />
EUGENIO DI RIENZO, Contro Mussolini e contro Togliatti. La battaglia liberale di Benedetto Croce e Giovanni Laterza (<a href="http://www.nuovarivistastorica.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_2en_dirienzo_q.pdf" target="_blank">Abstract</a>)</p>
<p><strong>Note e documenti</strong> (pag. 625)</p>
<p>GIULIO FENICIA, Il commercio dei cereali nel Mediterraneo del XVI secolo<br />
ROBERTO GARAVAGLIA, La neutralità svizzera e la Società delle Nazioni</p>
<p><strong>Interpretazioni e rassegne</strong> (pag. 661)</p>
<p>ALBERTO MERIGGI, A proposito istituzioni laiche ed ecclesiastiche. <em>Medioevo del potere</em> di Mario Ascheri<br />
PAOLO ACANFORA, La formazione politica e intellettuale di Alcide De Gasperi</p>
<p><strong>Storici e storici</strong> (pag. 681)</p>
<p>MARIO ASCHERI, Domenico Maffei, 1925-2009. Uno studioso di respiro internazionale</p>
<p><strong>Recensioni</strong> (pag. 687)</p>
<p>H. HOUBEN, <em>Federico II. Imperatore, uomo, mito</em> (G. Soldi Rondinini)<br />
L. GALOPPINI, <em>Mercanti toscani a Bruges nel tardo medioevo</em> (S. Tognetti)<br />
R. FUBINI, <em>Politica e pensiero politico nell&#8217;Italia del Rinascimento. Dallo Stato territoriale al Machiavelli</em> (P. Zelinskiy)<br />
A. R. DISNEY, <em>History of Portugal and Portuguese Empire</em>; J. H. ELLIOTT, <em>Imperi dell&#8217;Atlantico. America britannica e America spagnola, 1492-1830</em> (E. Di Rienzo)<br />
E. NOVI CHAVARRIA, <em>Sacro pubblico e privato. Donne nei secoli XV-XVIII</em> (V. Cocozza)<br />
C. PAPA, <em>sotto altri cieli. L&#8217;oltremare nel movimento femminile italiano 1870-1915</em> (A. Guerra)<br />
G. CAROLI, <em>La Romania nella politica estera italiana, 1919-1965. Luci e ombre di una amicizia storica</em> (V. Sommella)<br />
P. NEGLIE, <em>La stagione del disgelo. Il Vaticano, l&#8217;Unione sovietica e la politica di centro sinistra in Italia (1958-1963)</em> (D. Messina)<br />
A. VENTURA, <em>Per una storia del terrorismo italiano</em> (G. Bedeschi)<br />
P. SALMON, K. HAMILTON, S. TWIGGE, <em>Documents on British Policy Overseas: German Reunification, 1989-1990</em> (E. Di Rienzo)</p>
<p><a href="#">Inizio pagina</a></p>
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		<title>Quando Cavour sognava il federalismo</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 14:00:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Conte non voleva un&#8217;Italia fondata sul modello piemontese. Ma la classe politica respinse ogni idea di decentramento
 
di Eugenio Di Rienzo
Una vecchia leggenda risorgimentale narra che Cavour, poco prima della sua scomparsa, avvenuta il 6 giugno 1861, affermò di poter morire sereno, avendo ormai creato l&#8217;Italia. Personalmente, penso che gli ultimi momenti della sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">Il Conte non voleva un&#8217;Italia fondata sul modello piemontese. Ma la classe politica respinse ogni idea di decentramento</h5>
<p><strong> </strong><br />
<strong>di Eugenio Di Rienzo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una vecchia leggenda risorgimentale narra che Cavour, poco prima della sua scomparsa, avvenuta il 6 giugno 1861, affermò di poter morire sereno, avendo ormai creato l&#8217;Italia. Personalmente, penso che gli ultimi momenti della sua vita siano stati connotati da minore soddisfazione. Solo pochi mesi prima, infatti, era stato respinto il disegno di legge Minghetti, che prevedeva un riordino amministrativo ispirato ad un ampio decentramento e che intendeva contrastare quella che proprio Cavour aveva definito la «tirannia centralizzatrice». <span id="more-2116"></span>Con il fallimento di quella riforma, in grado di conciliare le esigenze del nuovo Stato con le esperienze, le tradizioni, gli interessi dei governi pre-unitari, il nostro paese avrebbe rinunciato, fino ai nostri giorni, ad un&#8217;architettura istituzionale che poteva meglio garantire, insieme all&#8217;unità, la crescita di tutte le sue componenti territoriali senza eternare antichi contrasti e creare nuovi squilibri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema delle autonomie locali non era, infatti, allora come oggi, solo un problema di organizzazione amministrativa ma costituiva soprattutto un problema che riguardava la corretta distribuzione del potere tra la classe politica nazionale e le classi politiche locali e il rafforzamento dei diritti economici, civili, sociali di una nazione. Sarebbe, quindi, difficile negare che l&#8217;idea di un decentramento amministrativo su base regionale, o se si vuole di un vero e proprio <em>federalismo amministrativo</em>, potesse rimanere estranea alla tradizione del pensiero risorgimentale. Persino Mazzini nel 1861 sostenne l&#8217;esigenza di «riconoscere la Regione quale ente intermedio fra la Nazione e il Comune», precisando che «l&#8217;unità non doveva identificarsi necessariamente con l&#8217;accentramento». Anche l&#8217;apostolo della Giovane Italia, infatti, si rendeva conto che lo Stato unitario si sarebbe dovuto convenientemente strutturare «con un interno moto centrifugo dal centro alla periferia». Mazzini non voleva affatto uno Stato rigidamente accentrato ma sosteneva l&#8217;opportunità di conciliare l&#8217;unità politico-costituzionale con «una ben intesa autonomia e autarchia delle province e magari delle regioni, per tutto quanto riguardava l&#8217;attività legislativa, esecutiva e amministrativa avente ad oggetto materie di interesse locale».</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altro canto, l&#8217;ipotesi di un federalismo amministrativo era fortemente connaturata non soltanto al patrimonio ideale democratico ma apparteneva di diritto al codice genetico della cultura liberale. Il federalismo che si era andato sperimentando e affermando negli Stati Uniti assunse grande valore per il liberalismo europeo dell&#8217;Ottocento, per la sua capacità di tutelare ampie sfere di libertà civiche connaturate al principio del <em>self-government</em>. Neppure Cavour, che fino a tutto il 1859 aveva respinto la formazione di uno Stato italiano unificato considerandola una semplice «utopia politica», dimostrò di voler restare estraneo a queste considerazioni, quando, il 2 ottobre 1860, respinse sdegnosamente la qualifica di «accentratore» per connotare il suo programma politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo punto di vista è possibile dire, rovesciando il senso di una famosa frase di Massimo d&#8217;Azeglio, che se Cavour «aveva fatto gli Italiani», dopo aver individuato nel centro moderato la componente egemonica della futura nazione, il più grave problema da affrontare restava per lui quello di «fare l&#8217;Italia» e cioè quello di creare un modello di Stato, capace di <em>unire</em> e non semplicemente di <em>unificare</em> popolazioni divise da realtà storiche, politiche, culturali, produttive. L&#8217;Italia sarebbe stata una «corbelleria», aveva sostenuto Cavour, senza realizzare questa unione dal basso e se ad essa si fosse voluto dare corpo sovrapponendo al tessuto policentrico della Penisola le normative statali piemontesi o procedendo ad una centralizzazione autoritaria di tipo bonapartista.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la scomparsa di Cavour, la classe dirigente italiana preferì invece arroccarsi alla pressoché totale unanimità, senza apprezzabili distinzioni tra Destra e Sinistra, nella difesa del modello centralista. Nel 1881, tuttavia, Marco Minghetti, in uno dei più lucidi manifesti del pensiero liberale prodotto nel nostro paese (<em>I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell&#8217;amministrazione</em>) aveva ripreso la battaglia, conclusasi sfortunatamente un ventennio prima, concentrandosi ora sull&#8217;obiettivo di realizzare una sorta di <em>federalismo finanziario</em>. Grazie a questa riforma, pur rimanendo sempre al governo centrale «l&#8217;indirizzo generale politico interno ed esterno», alle future aree macroregionali doveva essere assegnata «la gestione della gran parte del bilancio della spesa pubblica». Sebbene apparentemente limitata, tale innovazione poteva dar vita a Regioni «economicamente responsabili» per quello che riguardava l&#8217;utilizzazione delle risorse pubbliche. Una volta creata la Regione, auspicata da Minghetti, questa avrebbe costituito il punto di coagulo di interessi di rilevante estensione, per rafforzare la capacità dei vari territori italiani di rivendicare una precisa funzione di autodecisione rispetto al governo centrale. Le stesse dimensioni geografiche della Regione dovevano inoltre conferire vigore a tutto l&#8217;ordinamento territoriale, aprendogli sbocchi in direzione di una forte evoluzione autonomistica. Nella soluzione proposta da Minghetti ritornava l&#8217;ipotesi del federalismo amministrativo voluto da Cavour, in grado di rafforzare, e non certo di indebolire, l&#8217;unità statale, innescando un circolo virtuoso di collaborazione tra centro e territorio.</p>
<p>(Pubblicato il 12 agosto 2010 - © «Libero»)</p>
<p><a href="#">Inizio  pagina</a></p>
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		<title>La grande palude</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 15:02:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ernesto Galli Della Loggia
Tra le tante anomalie della politica italiana di questi giorni ce n&#8217;è una più «anomala» delle altre. Di fronte a una maggioranza parlamentare spaccata, che non si sa neppure se esista ancora come tale, che cosa fa l&#8217;opposizione, che cosa chiede la sua stampa più autorevole? Tutto tranne la sola cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><strong>di Ernesto Galli Della Loggia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tra le tante anomalie della politica italiana di questi giorni ce n&#8217;è una più «anomala» delle altre. Di fronte a una maggioranza parlamentare spaccata, che non si sa neppure se esista ancora come tale, che cosa fa l&#8217;opposizione, che cosa chiede la sua stampa più autorevole? Tutto tranne la sola cosa a cui in qualunque sistema parlamentare si penserebbe subito, e cioè il ritorno alle urne. Elezioni anticipate? Per carità, si dice: inutili, pericolose, un&#8217;autentica sciagura per il Paese. Piuttosto, invece, al posto della vecchia, una nuova grande maggioranza «chi ci sta ci sta», un governo «tecnico»<span id="more-2112"></span> ma non proprio, comunque «larghe intese», le più larghe possibili, in cui alla fine potrebbero entrare tutti, da Bossi, a Fini, a Tremonti, a Casini, a Rutelli, a Bersani, a Vendola, in teoria anche Di Pietro e Beppe Grillo se volessero. Purché ovviamente ne stia fuori uno solo: Lui, l&#8217;Orco.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; nota la ragione di questa bizzarria: il principale partito d&#8217;opposizione, il Pd, non si sente pronto per una competizione elettorale, anzi la teme. Lo stesso vale più o meno per l&#8217;intero schieramento di centrosinistra (esclusa forse l&#8217;Italia dei Valori). Ma se questa è l&#8217;apparenza, dietro di essa si cela un dato ben più importante. Si cela il vero dato di fondo del quadro politico italiano nel momento in cui esso è costretto a prescindere da Berlusconi, in cui esso si pensa e si proietta oltre Berlusconi. Il dato di fondo è l&#8217;evanescenza, la virtuale dissoluzione di tutte le forze che compongono lo schieramento che sta tra Bossi e Di Pietro. Dopo Berlusconi, e senza di lui, in questo grande spazio non rimane più alcuna vera distinzione, alcuna appartenenza legata realmente a un passato, alcuna solida identità politica, alcun vero legame con referenti sociali. Oggi, in Italia, senza Berlusconi non ci sono più partiti, non c&#8217;è più nulla. C&#8217;è solo una grande palude parlamentare. Ed è perciò che a quel punto il solo governo a cui si riesca a pensare è, come accade oggi, quello dentro il quale ci siano tutti o quasi.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo modo la società italiana ritorna a un suo carattere originario dei tempi normali: la propensione a produrre un sistema politico-parlamentare in cui la tendenza a confluire, a convergere, la tendenza all&#8217;amalgama, se si vuole al trasformismo, prevale di gran lunga sulla tendenza alla divisione per parti nettamente contrapposte. Le cose sono andate in modo davvero diverso solo quando sul sistema si sono abbattute le conseguenze di grandiosi sconvolgimenti esterni, in particolare le due guerre mondiali. La prima delle quali ha voluto dire la dittatura fascista e dunque la nascita inevitabile nel nostro universo politico della contrapposizione fascismo/ antifascismo; la seconda l&#8217;introduzione obbligatoria nel sistema della contrapposizione est-ovest, nella figurazione comunismo/anticomunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma vale la pena di notare come anche in queste due condizioni di antagonismo estremo le tendenze inclusivo-amalgamatrici siano sempre rimaste forti. Facendo del fascismo una dittatura largamente aperta all&#8217;accesso di forze e personalità d&#8217;origine diversa, e nel secondo caso creando con il «cattocomunismo » e il «consociativismo » due contrappesi importanti alla divisione radicale del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, insomma, i due totalitarismi del Novecento hanno subìto, non a caso, una particolarissima declinazione «nazionale» che ha fatto dell&#8217;uno un totalitarismo «imperfetto », e dell&#8217;altro un partito comunista «liberale». Così rimettendo a nuovo, in qualche modo, quel modello che potrebbe dirsi di «giolittismo inclusivo»-prodotto dall&#8217;incontro tra notabilato tradizionale e nuove identità cattolica e socialista - che è stato storicamente, ed è, la vera forma originale che ha preso la nostra autoctona modernità politica. È questo il modello che ogni volta tende a riproporsi. E che per l&#8217;appunto si stava riproponendo anche all&#8217;indomani di «Mani Pulite», nel 1993-94, cioè nel momento in cui venivano finalmente cancellate le conseguenze prodotte nel nostro sistema politico da fascismo e comunismo, e perciò si poteva tornare al consueto. Se solo, però, non ci fosse stato Berlusconi. Cioè, di nuovo, se non ci fosse stato qualcosa di radicalmente estraneo alla dimensione politica nostrana, così estraneo da essere addirittura proclamato sul campo come il simbolo vivente dell&#8217;antipolitica.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo grazie all&#8217;anomalia berlusconiana il sistema politico italiano fu costretto allora a organizzarsi in due schieramenti contrapposti, e così è rimasto per quindici anni. E&#8217; la presenza di Berlusconi che ha tracciato la linea dell&#8217;«o di qua o di là». E in tal modo ha neutralizzato il «centro». «Centro» che nella nostra tradizione politica può essere luogo di effettiva consistenza politica, di vera, autonoma identità, solo se si contrappone alla sinistra, e cioè inglobando e in un certo senso surrogando la destra. O altrimenti è destinato a divenire il semplice luogo «tecnico» dell&#8217;amalgama trasformistico, dove si incontrano le burocrazie dei partiti e le grandi oligarchie della società. E proprio questa, forse, è oggi l&#8217;alternativa che sta di fronte al Paese.</p>
<p>(Pubblicato il 5 agosto 2010 - © «Corriere della Sera»)</p>
<p><a href="#">Inizio  pagina</a></p>
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		<title>Così Craxi cancellò il massimalismo cialtrone</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 08:53:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nrs</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Dal «biennio rosso» del &#8216;19-20 ai primi anni &#8216;70 il Psi fu subordinato al Pci. Poi Bettino invertì la rotta: un saggio di Bruno Pellegrino dedicato all&#8217;«eresia riformista» del leader
 
di Giuseppe Bedeschi
Il massimalismo socialista è sempre stato portatore di sciagure nella vita sociale e politica del nostro Paese. Ebbe un ruolo nefasto nel «biennio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">Dal «biennio rosso» del &#8216;19-20 ai primi anni &#8216;70 il Psi fu subordinato al Pci. Poi Bettino invertì la rotta: un saggio di Bruno Pellegrino dedicato all&#8217;«eresia riformista» del leader</h5>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Giuseppe Bedeschi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il massimalismo socialista è sempre stato portatore di sciagure nella vita sociale e politica del nostro Paese. Ebbe un ruolo nefasto nel «biennio rosso» 1919-20, con lo scatenamento di un numero impressionante di scioperi che paralizzavano i servizi essenziali e sconvolgevano la vita civile, con l&#8217;occupazione delle fabbriche, con la minaccia di una rivoluzione bolscevica. Un testimone certo non prevenuto come il liberale Giovanni Amendola affermò che era stato un grande merito del fascismo aver risparmiato all&#8217;Italia «l&#8217;esperienza mortale del leninismo».<span id="more-2098"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un ruolo nefasto ebbe altresì il massimalismo socialista nel secondo dopoguerra, quando portò il Psi a un completo vassallaggio verso i comunisti, fino a presentarsi insieme al Pci nelle elezioni politiche del 1948, sotto le insegne del «Fronte popolare». Questa scelta sciagurata privò la politica italiana di un partito socialista democratico e provocò un tracollo nei consensi del Psi: mentre nelle elezioni del 1946 esso aveva preso più voti del Pci (il 20,7 per cento contro il 19), dopo il «frontismo» il Pci passò in forte vantaggio (nelle elezioni del 1953 i comunisti presero il 22,6, i socialisti il 12,7).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma credo che si possa dire che, anche quando il Psi si emancipò dal Pci e avviò con la Democrazia Cristiana la politica di centro-sinistra, il massimalismo socialista non venne mai meno, e anzi condizionò pesantemente quella politica. Che cosa fu la posizione di Riccardo Lombardi - che concepiva le cosiddette «riforme di struttura», che il centro-sinistra avrebbe dovuto realizzare, come altrettanti anelli per il «superamento» della società capitalistica - se non una ripresa del vecchio massimalismo (che in Lombardi aveva un&#8217;ascendenza azionistica)? E non si iscriveva nel solco del massimalismo la politica del segretario socialista Francesco De Martino, che nella prima metà degli anni Settanta riportò il proprio partito sotto il tallone comunista, dichiarando che i socialisti non sarebbero mai più ritornati al governo senza i comunisti, per realizzare «equilibri più avanzati»? E ancora una volta il massimalismo socialista ottenne quello che aveva già ottenuto con Nenni all&#8217;epoca del «frontismo»: il disastro elettorale del Psi, calato sotto il 10 per cento (e dunque minacciato nella sua stessa esistenza), mentre il Pci mieteva il suo ennesimo successo elettorale.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che occorra tenere ben presente questo quadro per poter apprezzare in tutto il suo coraggio e in tutta la sua forza la politica avviata da Craxi alla guida del Psi dal 1976 in poi. Craxi mise la parola fine a questo massimalismo vergognoso e straccione; collocò l&#8217;autonomia socialista dal Pci su binari forti e sicuri; individuò nelle socialdemocrazie europee (soprattutto in quella tedesca dopo la revisione di Bad Godesberg) un punto di riferimento essenziale; avviò il partito a governare una società fondata sull&#8217;impresa e sul mercato, cioè una società capitalistica. Fu un&#8217;impresa di grandissimo rilievo (sia culturale che politico), quella di Craxi, come documenta con intelligenza e con dovizia di notizie e di dettagli Bruno Pellegrino nel suo libro <em>L&#8217;eresia riformista. La cultura socialista ai tempi di Craxi</em> (Guerini e Associati, pagg. 236, € 19,50).</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo segretario socialista promosse un forte attacco alla tradizione politico-culturale comunista. In primo luogo venne investita la matrice leninista del Pci, e fu mostrata la sua radicale incompatibilità con la democrazia occidentale. Poi venne rivolta una critica ampia e circostanziata a Gramsci, contro la pretesa comunista di fare del pensatore sardo il santino di un marxismo italiano, nazionale e democratico: la concezione gramsciana dell&#8217;«egemonia» del Pci mostrava chiaramente la sua origine leninista ed era incompatibile col pluralismo politico e culturale. Fu mostrato poi che il «compromesso storico» proposto da Berlinguer aveva le sue radici nel togliattismo che, per via del suo legame di ferro con l&#8217;Urss, aveva bloccato sempre l&#8217;alternanza nel sistema politico italiano, impedendone ogni ricambio. Fu respinta infine l&#8217;idea berlingueriana di una «terza via» fra comunismo sovietico e socialdemocrazia: la via era una sola, ed era quella che si fondava sui valori e sulle regole della democrazia liberale occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa vasta offensiva politico-culturale venne portata avanti dalla segreteria Craxi con vari strumenti. Fra questi ebbe un ruolo fondamentale la rivista Mondoperaio, che registrò una vasta adesione e collaborazione di intellettuali di prestigio. Craxi (il socialista più odiato dai comunisti e da loro gratificato con epiteti ripugnanti) ottenne con ciò un risultato importantissimo: mise in crisi l&#8217;egemonia culturale comunista, già messa a dura prova dalle convulsioni e dai disastri che si verificavano nei Paesi del blocco sovietico.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, la politica di Craxi ebbe anche un limite, come mette ben in rilievo Pellegrino: essa si arroccò, nella seconda metà degli anni Ottanta, in un&#8217;alleanza con la Dc che le impedì di intercettare la sempre più grave crisi comunista. Come ha scritto Cicchitto, «gradualmente, dal 1989 in poi, il Psi da partito che combinava governabilità e movimento diventò un puro e semplice partito di governo», e di un governo che si limitava alla gestione dell&#8217;esistente. Il Psi perse così sempre più smalto, e si avviò, opacizzato e ormai sordo ai grandi moti della pubblica opinione, alla tragica bufera di Tangentopoli.</p>
<p>(Pubblicato il 2 agosto 2010 - © «il Giornale»)</p>
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		<title>Quando Hitler e Stalin volevano conquistare l’Afghanistan</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 20:28:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Eugenio Di Rienzo
Perché l&#8217;Afghanistan, privo di risorse economiche, naturali, demografiche, è stato da sempre il teatro di una guerra infinita che ha visto confrontarsi Persiani, Greci, Unni, Sasanidi, Arabi, Mongoli, Turchi, Britannici, Russi e, infine, i contingenti Nato che tentano di debellare le milizie talebane e di smantellare le roccaforti della rete terroristica di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Eugenio Di Rienzo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché l&#8217;Afghanistan, privo di risorse economiche, naturali, demografiche, è stato da sempre il teatro di una guerra infinita che ha visto confrontarsi Persiani, Greci, Unni, Sasanidi, Arabi, Mongoli, Turchi, Britannici, Russi e, infine, i contingenti Nato che tentano di debellare le milizie talebane e di smantellare le roccaforti della rete terroristica di Al Qaeda? La risposta a questo quesito va trovata nella sua particolare posizione geo-politica, limitrofa alle regioni dell&#8217;Asia centrale (Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan), all&#8217;Iran, all&#8217;India, alla Cina, che ne ha da sempre fatto la porta d&#8217;accesso dell&#8217;Estremo Oriente. Neppure l&#8217;erezione dell&#8217;Afghanistan in Emirato autonomo nel 1823 riuscì a por fine a questo conflitto perenne. <span id="more-2090"></span>Proprio da quel momento, anzi, lo Stato afgano divenne la posta del «Grande Gioco» di competizione politica tra Impero britannico e zarista, conclusosi solo nel 1905, in coincidenza della sconfitta russa nel conflitto con il Giappone che pose fine all&#8217;espansionismo di Pietroburgo in Asia.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava però di una semplice interruzione della politica di grande potenza in quell&#8217;area, che la nuova Russia sovietica avrebbe riavviato a partire dall&#8217;agosto 1939, immediatamente dopo la firma del patto di non aggressione tra Urss e Terzo Reich. Al di là delle clausole segrete del trattato, che prevedevano per l&#8217;Urss l&#8217;acquisizione di parte della Polonia, della Bessarabia, di Finlandia, Estonia, Lettonia, nelle trattative successive, poi rese note dalla Gran Bretagna nell&#8217;ottobre del 1945 sulla base della documentazione diplomatica sequestrata negli archivi tedeschi, il <em>Führer</em> aveva spinto Mosca a indirizzare la sua spinta propulsiva a est dei suoi confini. Se, nel 1926, il <em>Mein Kampf</em> di Hitler aveva predicato la necessità di distruggere il colosso sovietico per acquisire lo «spazio vitale», indispensabile alla sopravvivenza del popolo germanico, in questo momento le ragioni della politica sovrastavano nettamente quelle dell&#8217;ideologia e consigliavano invece la costruzione di una diarchia planetaria russo-tedesca in grado di affrontare con successo il futuro, immancabile scontro con gli Usa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base di questo programma, Stalin riprendeva l&#8217;antica politica dei Romanov minacciando la Turchia, l&#8217;Iran, l&#8217;Iraq e soprattutto l&#8217;Afghanistan, il cui controllo avrebbe potuto aprire la via della conquista dell&#8217;India. Il 7 settembre 1939, la segreteria del <em>Foreign Office</em> riceveva la notizia della crescente pressione sovietica per destabilizzare il governo filo-inglese di Kabul e della presenza in territorio afgano di numerosi agenti tedeschi e italiani che si proponevano di favorire le mire del Cremlino. Con una pronta reazione, Londra varava immediatamente un piano di aiuti economici e militari diretti a sostenere la monarchia di Zahir Sha, che in ogni caso si dimostrava riluttante a siglare un patto di mutua assistenza con Londra. Più drastiche misure venivano decise a tutela del subcontinente indiano, nel febbraio del 1940, dove le popolazioni mussulmane univano la loro volontà di rendersi indipendenti dalla sovranità inglese a una viva simpatia per i regimi di Mosca, Berlino, Roma che da tempo alimentavano un&#8217;intesa tra la mezzaluna, la falce e il martello, la svastica e il fascio littorio.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;8 marzo 1940, mentre Francia e Inghilterra erano impegnate a fronteggiare le forze naziste sulla linea Maginot, gli Stati maggiori britannici delineavano al <em>War Cabinet</em> lo scenario di una possibile azione congiunta russo-tedesca contro l&#8217;Impero. Tra gli obiettivi maggiormente sensibili veniva indicato proprio l&#8217;Afghanistan, dove si prevedeva una rapida avanzata delle truppe sovietiche provenienti dai distretti dell&#8217;Asia centrale in direzione di Kabul e una serie di <em>raids</em> aerei, supportati dalla <em>Luftwaffe</em>, contro la frontiera indiana, tra Peshawar e Lahore, «che avrebbero provocato gravi problemi di sicurezza interna nelle regioni di frontiera e scatenato una serie di rivolte tribali».</p>
<p style="text-align: justify;">Questa eventualità si faceva più forte nel novembre del 1940, quando Molotov di ritorno da una missione a Berlino prospettava la possibilità di far aderire Mosca a un accordo di collaborazione politica e di assistenza economica con Germania, Italia e Giappone. La quadruplice alleanza avrebbe dovuto portare alla creazione di un blocco geopolitico, capace di abbracciare l&#8217;Europa e l&#8217;Asia, dall&#8217;Atlantico al Pacifico. Sarebbe così nata una coalizione invulnerabile sul piano militare, della quale persino il massimo sforzo della Gran Bretagna con tutti i suoi <em>dominions</em> e degli Stati Uniti con i paesi dell&#8217;America Latina non avrebbe potuto bilanciare la potenza. La dinamica degli eventi successivi decise, come sappiamo, diversamente. L&#8217;aggressione nazista alla Russia del 22 giugno 1941 liberò l&#8217;estremo Oriente inglese dalla minaccia sovietica e le stesse divisioni siberiane che avrebbero dovuto marciare contro Kabul vennero invece impiegate nella battaglia di Stalingrado per piegare la forza d&#8217;urto delle armate hitleriane.</p>
<p>(Pubblicato il 1 agosto 2010 - © «Libero»)</p>
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		<title>La fabbrica dei martiri rossi</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 12:46:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nrs</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Tzvetan Todorov svela le tecniche della resistenza francese per trionfare nella guerra civile: mandare al massacro i civili per sfruttarli come eroi alla fine del conflitto
 
di Eugenio Di Rienzo
Un famoso intellettuale azionista, come Franco Venturi, sosteneva che «l&#8217;unica guerra che può valere la pena di essere combattuta è la guerra civile» perché in quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">Tzvetan Todorov svela le tecniche della resistenza francese per trionfare nella guerra civile: mandare al massacro i civili per sfruttarli come eroi alla fine del conflitto</h5>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Eugenio Di Rienzo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un famoso intellettuale azionista, come Franco Venturi, sosteneva che «l&#8217;unica guerra che può valere la pena di essere combattuta è la guerra civile» perché in quel conflitto all&#8217;egoistica ragion di Stato si sostituisce la scelta etica di combattenti determinati a difendere le proprie idee.  A mio avviso, invece, la guerra civile è la più ingiusta di tutte le guerre, dato che essa, al di là delle motivazioni giuste o sbagliate delle parti, finisce sempre per tramutarsi in una «guerra contro i civili» nella quale si estinguono tutte le norme del diritto e persino i più elementari sentimenti di umanità.<span id="more-2076"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Di questa degradazione antropologica ci parla oggi Tzvetan Todorov, in un agile volume (<em>Una tragedia vissuta. Scene di guerra civile</em>, Garzanti, pp. 155, € 10,00), appassionante come un romanzo e ricco d&#8217;insegnamenti morali come una tragedia di Euripide. Della tragedia greca, il racconto di Todorov conserva la stessa classica unità di tempo, di luogo e di azione: le giornate del giugno 1944, immediatamente seguenti lo sbarco in Normandia, un piccolo borgo della Francia centrale, la volontà delle resistenza comunista di arrivare alla definitiva resa dei conti con i connazionali che si sono schierati a favore dell&#8217;occupazione tedesca, entrando a far parte della cosiddetta <em>milice française</em>, organizzata dal governo collaborazionista di Pétain.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 6 giugno, i partigiani rossi del Ftp occupano il villaggio di Saint-Amand, sbaragliano senza difficoltà i miliziani di Vichy che vengono linciati o presi come ostaggi insieme alle loro donne e ai loro bambini. La reazione tedesca non si fa però attendere. L&#8217;8 giugno, un reparto di paracadutisti della <em>Wehrmacht</em> riconquista il piccolo centro abitato, che viene dato alle fiamme, fucila molti abitanti e imprigiona i 300 sopravissuti, di cui una parte verrà poi internata nei <em>lager</em> nazisti. Il peggio comunque deve ancora arrivare. Come rappresaglia per la mancata cattura degli uomini del Ftp, datisi intanto coraggiosamente alla fuga, miliziani e militari germanici catturano 36 ebrei, rifugiatisi a Saint-Amand dall&#8217;Alsazia e dalla Lorena, per poi scaraventarli ancora vivi nelle foibe della vicina località di Guerry.</p>
<p style="text-align: justify;">Come in Italia, dopo l&#8217;attentato di via Rasella a Roma e dopo le azioni di guerriglia condotte nella zona di Sant&#8217;Anna di Stazzema, l&#8217;effimera liberazione di Saint-Amand ha avuto un esito tragico che non ha colpito i diretti responsabili dell&#8217;azione ma la popolazione che aveva deciso di rimanere estranea allo scontro. Un risultato, questo, ampiamente previsto dai vertici del Ftp che, dal maggio 1944, avevano assunto un atteggiamento estremistico, contrario alle direttive attendiste impartite dal movimento di <em>France libre</em> del generale de Gaulle, proclamando l&#8217;insurrezione nazionale «come una necessità vitale per la Francia, sicuramente preferibile alla liberazione da parte degli Alleati». La sproporzione delle forze in campo non lasciava però alcun dubbio che quel piano d&#8217;azione velleitario non aveva alcun significato da un punto di vista militare ma che puntava invece ad un obiettivo squisitamente politico.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti di Saint-Amand furono un «suicidio premeditato», di cui i capi della resistenza comunista erano perfettamente coscienti. I dirigenti del Pcf non pensavano seriamente che i partigiani fossero in grado di sopraffare le forze tedesche regolari, eppure annunciavano, nei loro comunicati, la necessità di preferire la morte in combattimento all&#8217;arrivo delle forze anglo-americane. I quadri del comunismo francese non si prefiggevano, dunque, di prendere direttamente il potere, perché queste non erano le direttive di Stalin alle quali restavano supinamente sottomessi. Gli agenti del Cremlino volevano, invece, migliorare la loro posizione sullo scacchiere politico nazionale, diventare, possibilmente, il primo partito della Francia e indirizzare nel senso auspicato dal&#8217;Urss l&#8217;evoluzione futura del paese dopo la fine del conflitto. Per raggiungere questi obiettivi, gli uomini di Mosca contavano di trarre tutti i vantaggi possibili dal capitale accumulato dal «partito dei fucilati», che godeva ormai di un incontestabile prestigio morale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sacrificio dei militanti, dei simpatizzanti, dell&#8217;uomo della strada, delle vittime dell&#8217;Olocausto era strettamente funzionale a questo programma. Impegnandosi nell&#8217;insurrezione, il Pcf sapeva di non poter vincere, ma pensava che tanto più sanguinosa fosse stata la sua sconfitta, tanto più alto l&#8217;effetto dei danni collaterali sui civili, tanto più considerevole sarebbe stato il debito che le altre forze politiche avrebbero dovuto pagargli nella futura competizione per la conquista del potere che avrebbe segnato il lungo dopoguerra francese. La creazione pianificata del martire è stata spesso considerata l&#8217;arma più forte di ogni conflitto intestino, quando naturalmente chi decide di utilizzarla e chi muore non sono la stessa persona.</p>
<p>(Pubblicato il 23 luglio 2010 - © «Libero»)</p>
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		<title>I gesuiti, la fede e le altre culture</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 10:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nrs</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Sebastiano Maffettone
«Bisogna essere barbari con i barbari e civili con i popoli civilizzati&#8230;», e, per esempio, austeri in India ed eleganti in Cina. In questi termini spiegava la missione dei gesuiti Louis Le Comte verso la fine del Seicento. Il nodo sta evidentemente nel quanto - in termini di fede e dottrina - si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>di Sebastiano Maffettone</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Bisogna essere barbari con i barbari e civili con i popoli civilizzati&#8230;», e, per esempio, austeri in India ed eleganti in Cina. In questi termini spiegava la missione dei gesuiti Louis Le Comte verso la fine del Seicento. Il nodo sta evidentemente nel quanto - in termini di fede e dottrina - si può concedere alla pratica della <em>accomodatio</em>, come la chiamavano i gesuiti, e cioè a quel metodo che ti impone di adattare le tue idee alla cultura cui in qualche modo vuoi applicarle. Proprio la natura e i limiti della <em>accomodatio</em> sono l&#8217;oggetto di indagine storica e storiografia cui e dedicato questo fine volume collettaneo della Nuova Rivista Storica, curato da  Michela Catto, Guido Mongini e Silvia Mostaccio.<span id="more-2068"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il volume discute del rapporto tra la pratica in questione e le sue fonti ideologiche e teologiche. In che senso la pratica dell&#8217;<em>accomodatio</em> può essere considerata un semplice mezzo rispetto al fine dell&#8217;evangelizzazione? In che modo, invece, essa può essere ritenuta un cedimento a forme più o  meno occulte di relativismo incompatibili con la vera fede?</p>
<p style="text-align: justify;">Senza dubbio queste erano domande che riguardavano direttamente le missioni gesuitiche dal 1540 al 1713, missioni che, com&#8217;è noto, andavano dal Sud America, all&#8217;Africa e all&#8217;Asia. Ma simili domande occupano in forme diverse anche la nostra mente in tempi di avanzata globalizzazione. Questo spiega  tra l&#8217;altro il revival di &#8220;gesuitomania&#8221;, come si evince nel bel review article di Emanuele Colombo sulle opere recentemente pubblicate dedicate alle missioni gesuitiche dell&#8217;età moderna. Se poi andate a guardarvi il <em>Companion</em> della Cambridge University Press sui gesuiti, questo ripetersi delle domande fondamentali ritorna prepotentemente alla luce. Fatto è che risulta assai difficile separare l&#8217;aspetto epistemologico politico del tipo «quanto bisogna concedere alla differenza culturale?» da quello ontologico, che insiste invece sull&#8217;essenza del messaggio che si vuole comunicare (la vera fede).</p>
<p style="text-align: justify;">La ricostruzione storiografica mostra se non altro che i gesuiti erano consapevolissimi della questione, consci del problema cui andavano incontro. Wolff e Leibniz, tanto per citare due grandi dell&#8217;Illuminismo tedesco pre-kantiano, lo avevano notato già ai tempi loro, e - seguendo Matteo Ricci - andavano leggendo il Confucio dei gesuiti con curiosità mista ad ammirazione. Gli autori che scrivono in questo volume collettaneo ci mostrano - il che è tipico degli storici- che non siamo stati i primi a pensare quello che pensiamo. Altri, come in questo caso i gesuiti, lo hanno fatto assai prima e probabilmente meglio di noi. Difficile negarlo. Forse, ma temo che sia chiedere troppo ai cultori della storiografia, sarebbe stato interessante paragonare in maniera più sistematica i metodi di una volta con quelli di adesso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Michela Catto, Guido Mongini, Silvia Mostaccio (a cura di),</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><em>Evangelizzazione e globalizzazione. Le missioni gesuitiche nell&#8217;età moderna tra storia e storiografia</em>,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Biblioteca della Nuova Rivista Storica, n. 42, Società editrice Dante Alighieri, pagg. 132, € 16,50</span></p>
</blockquote>
<p>(Pubblicato il 18 luglio 2010 - © «Il Sole 24 Ore» <a href="http://www.nuovarivistastorica.it/wp-content/uploads/2010/07/evangelizzazione-sole24h.jpg" target="_blank">testo articolo originale</a>)</p>
<p><a href="#">Inizio   pagina</a></p>
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		<title>Quella mattina del 25 luglio 1943</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 14:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nrs</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L&#8217;ultimo tentativo di ricostruire il patto d&#8217;acciaio tra Hitler e Stalin
 
di Eugenio Di Rienzo
Grazie al sistema di decrittazione Magic, i servizi segreti alleati intercettavano il dispaccio del 3 marzo 1943, trasmesso dall&#8217;ambasciatore del Giappone a Madrid, nel quale si informava il ministro degli Esteri Togo dell&#8217;incontro avvenuto a Roma, tra Ribbentrop, Ciano, il delegato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo tentativo di ricostruire il patto d&#8217;acciaio tra Hitler e Stalin</h5>
<p><strong> </strong><br />
<strong>di Eugenio Di Rienzo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Grazie al sistema di decrittazione <em>Magic</em>, i servizi segreti alleati intercettavano il dispaccio del 3 marzo 1943, trasmesso dall&#8217;ambasciatore del Giappone a Madrid, nel quale si informava il ministro degli Esteri Togo dell&#8217;incontro avvenuto a Roma, tra Ribbentrop, Ciano, il delegato spagnolo Serrano Súñer e il cardinale Spellman per stipulare un armistizio tra Italia, Germania, Usa, Regno Unito.<span id="more-2028"></span> Prontamente informato del comunicato, il rappresentante nipponico a Berlino, Hiroshi Oshima, incassava, il 13 marzo, la ferma smentita di Ribbentrop e dell&#8217;ambasciatore italiano, Dino Alfieri, sull&#8217;attendibilità di quella notizia che si rivelava essere un semplice episodio della strategia di contro-informazione organizzata dall&#8217;<em>Intelligence</em> alleata per suscitare contrasti all&#8217;interno delle forze dell&#8217;Asse. Della stessa opinione era anche il diplomatico italiano Luca Pietromarchi che, nel suo diario, annotava che in quel momento Mussolini escludeva «ogni possibilità d&#8217;intendersi con gli Inglesi» mentre era invece determinato a «giocare la famosa carta che egli ha asserito più volte di tenere in riserva» e cioè di arrivare ad una pace separata tra Roma, Berlino e Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tentativo di interrompere lo scontro tra Asse e Unione Sovietica, perseguito dal Giappone fin dal dicembre del 1941, aveva sempre potuto contare sul sostegno italiano. Sebbene la nostra storiografia abbia sistematicamente negato o sottovalutato l&#8217;efficacia di questa manovra, sottolineando l&#8217;inconciliabilità ideologica dei tre regimi totalitari, i negoziati nazi-sovietici per arrivare ad un accordo, favorite dai buoni uffici di Tokyo e Roma, si svilupparono attivamente a partire dall&#8217;inizio del 1942 per poi continuare tra alti e bassi fino al maggio del 1943. Dopo quella data, i preliminari diplomatici si arenarono provvisoriamente sullo scoglio rappresentato dalla richiesta tedesca di fare dell&#8217;Ucraina uno Stato satellite del <em>Reich</em> e dalla pretesa russa di ottenere il ripristino delle frontiere del 1941.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;imminente crollo italo-tedesco in Tunisia e la minaccia di una prossima invasione della Sicilia spingevano, tuttavia, Mussolini a insistere nuovamente con Hitler, durante l&#8217;incontro di Salisburgo del 7-10 aprile 1943, per ottenere una neutralizzazione del fronte orientale che avrebbe consentito di concentrare una grande massa d&#8217;urto germanica a difesa della Penisola. La richiesta veniva ribadita anche durante l&#8217;incontro tra i due <em>leaders</em>, svoltosi, a Feltre, il 19 luglio. Durante lo svolgimento del <em>summit</em>, le prime informazioni sulla sconfitta tedesca, nella titanica battaglia tra forze corazzate ingaggiata contro i sovietici, a Kursk, sembravano però liquidare definitivamente questa possibilità. Da questo momento, infatti, la perdita di iniziativa della <em>Wermacht</em> avrebbe consentito a Stalin di negoziare da una posizione di forza, rendendo la trattativa inaccettabile per il <em>Führer</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Duce proseguiva, però, nel suo disegno anche dopo il colpo di Stato della notte del 24 luglio, che aveva posto le basi costituzionali per il rovesciamento del regime fascista. Nella mattina del giorno successivo, poche ore prima di incontrare Vittorio Emanuele, Mussolini riceveva l&#8217;ambasciatore giapponese<strong> </strong>Shinokuro Hidaka, rivelandogli di nutrire ancora forti speranze di convertire Hitler ad una politica di pacificazione con l&#8217;Urss. Il messaggio, che qui pubblichiamo, conservato nei <em>National Archives</em> di Londra (Hw, 1/1891), con il quale Hidaka relazionava al proprio governo i contenuti del colloquio di Palazzo Venezia ci offre una versione molto diversa da quella fino ad ora conosciuta. A Hidaka, Mussolini appariva un uomo provato ma non piegato dalle decisioni del Gran Consiglio, persuaso che l&#8217;avanzata alleata era destinata a dilagare senza ostacoli dalla Calabria alla dorsale appenninica, arrivando alla conquista di Roma, ma convinto anche questa eventualità si sarebbe potuta evitare se fossero cessate le ostilità tra Germania e Russia. In quel caso, continuava il Duce, le sorti del conflitto avrebbero subito un immediato ribaltamento a favore del Patto Tripartito e, alla notizia di un&#8217;intesa con l&#8217;Urss, egli avrebbe imbandierato a festa la città di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia William Deakin che Renzo De Felice hanno considerato l&#8217;abboccamento del 25 luglio un dilettantesco <em>bluff</em> diplomatico orchestrato da Mussolini ad uso e consumo del teatro politico interno. La realtà sembra però essere molto diversa da questa lettura. Il 2 settembre, Oshima telegrafava a Tokio l&#8217;annuncio di una ripresa dei contatti russo-tedeschi e di una prossima missione di Ribbentrop a Mosca per pattuire i termini dell&#8217;armistizio. Le stesse notizie si riaffacciavo in un memoriale del <em>Foreign Office</em> del 23 novembre. Ancora alla fine dell&#8217;agosto 1944, Churchill informava il <em>War Cabinet</em> dell&#8217;esistenza di un forte «partito isolazionista» sovietico deciso a rompere l&#8217;alleanza con gli anglo-americani per arrivare ad un duraturo affiatamento con la Germania. Come testimoniano altri numerosi documenti diplomatici giapponesi, le trattative russo-sovietiche per arrivare ad una pace separata sarebbero continuate, infatti, fino al gennaio del 1945,  a soli pochi mesi di distanza dal crollo finale del Terzo <em>Reich</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><em>Il rapporto del diplomatico giapponese</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Parlando con aria seria e franca, Mussolini mi informò sull&#8217;assoluta esigenza che Giappone, Italia e Germania dovessero proseguire la guerra insieme, aggiungendo tuttavia che la necessità più urgente era quella di far cessare le ostilità tra Germania e Russia. La Germania non era, infatti, riluttante ad aiutare l&#8217;Italia ma il suo impegno sul Fronte orientale le impediva di sostenere adeguatamente il suo alleato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Durante l&#8217;incontro al Brennero del 18 giugno 1940, egli aveva detto ad Hitler che dopo aver sbaragliato la Francia, la Germania doveva impegnare tutte le sue forze sullo scacchiere mediterraneo. Mussolini aveva aggiunto che, nonostante l&#8217;incompatibilità ideologica tra Germania e Urss, Hitler doveva evitare uno scontro con i Russi e aveva sottolineato gli svantaggi di aprire un nuovo teatro bellico. Hitler però non lo aveva ascoltato. Da allora ed in particolare dallo scorso ottobre, Mussolini aveva insistito continuamente su quel punto e aveva intenzione di insistere con il <em>Führer</em> anche successivamente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il potenziale bellico dell&#8217;Italia era modesto, soprattutto nel settore aeronautico, e se, dalla Sicilia, fosse stato lanciato uno sbarco sulla Penisola, non ci sarebbe stato altro da fare che abbandonare alle devastazioni del nemico l&#8217;Italia a Sud degli Appennini, compresa Roma, sebbene egli non avesse intenzione di lasciare la capitale [...].</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sul punto di congedarmi, Mussolini mi ripeté che era una follia voler continuare a combattere contro l&#8217;immenso spazio russo e che il primo ministro Tojo doveva continuare i suoi sforzi per favorire la pace tra Germania e Urss. Quando si fosse giunti a quel risultato, egli avrebbe imbandierato a festa l&#8217;intera città di Roma [...].</span></p>
</blockquote>
<p>(Pubblicato il 27 giugno 2010 - © «Libero»)</p>
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		<title>Il riciclaggio dei docenti: da antisemiti a democratici</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 08:58:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La fine del fascismo non segnò la fine della persecuzione degli intellettuali ebrei
 
di Paolo Mieli
Nel 1998 Giorgio Israel e Pietro Nastasi scrissero un libro, Scienza e razza nell&#8217;Italia fascista (Il Mulino), nel quale puntavano l&#8217;indice contro la «clamorosa insufficienza della storiografia» nel campo degli studi sulle leggi razziali del 1938. Riconosciuto a Renzo De [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">La fine del fascismo non segnò la fine della persecuzione degli intellettuali ebrei</h5>
<p><strong> </strong><br />
<strong>di Paolo Mieli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1998 Giorgio Israel e Pietro Nastasi scrissero un libro, Scienza e razza nell&#8217;Italia fascista (Il Mulino), nel quale puntavano l&#8217;indice contro la «clamorosa insufficienza della storiografia» nel campo degli studi sulle leggi razziali del 1938. Riconosciuto a Renzo De Felice il merito di aver intrapreso, già all&#8217;inizio degli anni Sessanta, lo scavo sull&#8217;argomento con la sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi), i due autori si applicavano a temi che erano stati successivamente solo sfiorati.<span id="more-2014"></span> Infatti fino agli anni Novanta la materia era stata a lungo disattesa - con qualche eccezione come i saggi di Roberto Finzi, L&#8217;università italiana e le leggi antiebraiche (Editori Riuniti) e di Michele Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo. Vicende, identità, persecuzione (Einaudi) - e meritava perciò molti approfondimenti. Poi, nel decennio successivo, nuovi libri (e nuovi documenti) hanno proiettato sul tema ulteriori fasci di luce. È il caso - per citare solo alcuni - di L&#8217;espulsione degli ebrei dalle accademie italiane (Zamorani) di Annalisa Capristo; di Scienza e fascismo (Carocci) di Roberto Maiocchi; de L&#8217;Italia fascista e la persecuzione degli ebrei (Il Mulino) di Marie-Anne Matard-Bonucci; dell&#8217;assai interessante Leggi del 1938 e cultura del razzismo a cura di Marina Beer, Anna Foa e Isabella Iannuzzi; e di alcuni saggi pubblicati su «Nuova Storia Contemporanea» da Paolo Simoncelli (sul suicidio di Tullio Terni) e da Eugenio Di Rienzo; oltre a uno assai importante di Tommaso Dell&#8217;Era su «Qualestoria». C&#8217;era di che tornare sull&#8217;argomento ed è quel che ha fatto Israel (stavolta senza Nastasi) con Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime, edito anche questo dal Mulino.</p>
<p>Il nuovo libro si sofferma meritoriamente sulla tortuosità e le contraddizioni con cui l&#8217;Italia, dopo l&#8217;uscita di scena di Mussolini, si liberò delle famigerate leggi. Il fascismo cadde come è noto il 25 luglio del 1943, ma nessuno si preoccupò di chiudere in tempi brevi la stagione dell&#8217;antisemitismo di Stato. Lo notò già Piero Calamandrei in una pagina del suo diario agli inizi dell&#8217;agosto di quello stesso 1943. Il padre gesuita Pietro Tacchi Venturi, a nome della Segreteria di Stato vaticana, intervenne addirittura nei confronti del governo Badoglio per suggerire cautela nell&#8217;abrogazione di quelle leggi. Al ministro dell&#8217;Interno Umberto Ricci, Tacchi Venturi fece presente che «secondo i principi e la tradizione della Chiesa cattolica» quella legislazione aveva «bensì disposizioni che vanno abrogate», ma ne conteneva «pure altre meritevoli di conferma». Così il processo di abrogazione delle leggi razziali fu, secondo Israel, di una «lentezza esasperante» e si dovette attendere il 20 gennaio 1944 (!) per la promulgazione di un testo organico abrogativo. Un testo, peraltro, «sofferto e insufficiente». Tant&#8217;è che per regolare le eredità degli ebrei deceduti in seguito ad atti di persecuzione ci fu bisogno di un&#8217;apposita legge del maggio 1947. Per l&#8217;estensione alle vittime delle leggi del &#8216;38 dei provvedimenti già emanati per i perseguitati politici si dovette attendere addirittura una legge del 10 marzo 1955. Per una serie di riconoscimenti agli israeliti colpiti dalla Repubblica sociale italiana si aspettò l&#8217;11 gennaio del 1971, quando erano trascorsi oltre ventisette anni dalla seduta del Gran Consiglio che provocò la destituzione di Mussolini. È quindi evidente, sottolinea l&#8217;autore, che «la caduta del fascismo non segnò per gli ebrei italiani un trionfale reingresso nella comunità nazionale». È altresì indubitabile che per alcuni decenni la sensibilità pubblica nei confronti di quel che era stata la persecuzione antisemita in Europa - e nella fattispecie in Italia - fu piuttosto tenue.</p>
<p>L&#8217;atmosfera, in quel periodo del dopoguerra, era molto diversa da come la si ricorda oggi. C&#8217;è una lettera (1 luglio 1946) del fisico Enrico Persico al suo amico e collega Franco Rasetti che merita di essere citata: «L&#8217;epurazione», scrive Persico, «come forse saprai, si è risolta in una burletta, e fascistoni e firmatari del manifesto della razza rientrano trionfalmente nelle università. Ma basta con questi disgustosi argomenti». Persico aveva ragione: tranne rarissime eccezioni, tutti i «fascistoni» che avevano avuto a che fare con le leggi razziali andavano «trionfalmente» a costituire il «nuovo» corpo accademico dell&#8217;Italia postfascista. Per contro in quello stesso dopoguerra i professori ebrei conobbero nuove difficoltà e il loro reinserimento fu assai problematico. Un caso per tutti quello del giurista Guido Tedeschi, che quando erano entrate in vigore le leggi razziali stava per passare da professore straordinario a professore ordinario nell&#8217;Università di Siena. Nel &#8216;38 Tedeschi riuscì a emigrare a Tel Aviv e quando nel &#8216;44 chiese di far ritorno nell&#8217;ateneo senese gli risposero che, siccome i tre anni di straordinariato dovevano essere continuativi, avrebbe dovuto ricominciare daccapo l&#8217;iter accademico senza che fossero tenuti in alcun conto i motivi per cui si era data un&#8217;interruzione della sua carriera universitaria. Tedeschi restò a Tel Aviv. Più grave fu il caso del biologo Tullio Terni, epurato nel &#8216;38, riammesso nel &#8216;45 ma subito sottoposto a nuovo processo di epurazione con l&#8217;accusa di essere stato fascista. Quando fu definitivamente reintegrato - non senza essere stato però radiato dall&#8217;Accademia dei Lincei - il massimo responsabile dell&#8217;ateneo di Padova, temendo le annunciate reazioni della cellula comunista universitaria, gli scrisse: «Come Rettore ti dico di venire, come uomo ti sconsiglio di farlo». Il 25 aprile 1946, nel primo anniversario della Liberazione, Terni si suicidò con una fiala di cianuro che aveva conservato per il caso in cui, da fuggiasco, fosse stato catturato dai nazisti.</p>
<p>Ma i tormenti che patirono Tedeschi, Terni e molti altri docenti ebrei non furono tali per gran parte dei professori che dal 1938 in poi li avevano (più o meno direttamente) perseguitati. Anzi. Nel clima che contrassegnò un lunghissimo periodo del dopoguerra si formò negli ambienti accademici e universitari un solido blocco a difesa delle personalità compromesse. E secondo Israel «quell&#8217;andazzo» perdura anche adesso, cosicché «è assai facile trovarsi di fronte a reazioni virulente per aver soltanto osato ricordare i trascorsi razzisti di alcuni maestri di cui ancora oggi gli allievi, o gli allievi degli allievi, coltivano un&#8217;adorazione intatta!». È il caso dell&#8217;importante demografo Corrado Gini (di cui ha scritto Francesco Cassata ne Il fascismo razionale, pubblicato da Carocci) che nel 1951, riferendosi ai docenti ebrei costretti a emigrare alla fine degli anni Trenta, li definì persone «che hanno avuto la fortuna di trovare al momento propizio un rifugio in America» e far valere lì dei meriti che non erano stati loro riconosciuti nelle università europee. Un&#8217;osservazione apparentemente asettica che però, osserva Israel, «lascia di sasso per il suo irridente cinismo». Stessa situazione quella della più importante allieva di Gini, Nora Federici, che nel 1941 aveva definito il razzismo come uno dei capisaldi della politica demografica, aderendo alle idee imperanti in quel momento, scrive Israel, assieme a «tutti i grandi nomi della demografia, da Marcello Boldrini a Paolo Fortunati, da Franco Savorgnan e Livio Livi». Per quel che riguarda Livio Livi, va ricordato che suo figlio, Massimo Livi Bacci, ha sempre sostenuto che suo padre non fosse razzista, nonostante avesse accettato, proprio al momento del varo delle leggi razziali, di far parte del Consiglio superiore per la demografia e la razza. Comunque dalla seconda metà degli anni Quaranta, prosegue Israel, «tutta la demografia si difese compattamente senza il minimo accenno di autocritica» ed «è sorprendente e triste constatare che dopo quel che era accaduto tra il 1938 e il 1945 non si affacciasse almeno un embrione di spirito critico a determinare qualche riflessione e un processo di revisione». Non solo. Alla morte di Nora Federici - nel 2001 - Massimo Livi Bacci si compiacque del fatto che, dopo la caduta del fascismo, non le fossero state fatte pagare «colpe che non erano sue». «Erano colpe sue, eccome se lo erano», è il commento di Israel.</p>
<p>Lo stesso accadde tra i matematici. Né a Francesco Severi né a Enrico Bompiani fu chiesta ragione dei loro comportamenti al momento dell&#8217;estromissione dall&#8217;università di Tullio Levi-Civita, di Federigo Enriques, di Guido Castelnuovo. Tra l&#8217;altro, chiosa l&#8217;autore, la permanenza dopo il &#8216;45 di personaggi come Severi e Bompiani nei posti di comando «non fu un bene anche dal punto di vista scientifico». Uguale il discorso per quel che riguarda le scienze biologiche. Qui finiscono nel mirino Giuseppe Montalenti e, soprattutto, Alessandro Ghigi, autore di «uno dei più imbarazzanti testi del razzismo fascista»; l&#8217;Istituto nazionale per la fauna selvatica prende il suo nome «senza che mai nessuno si sia dato la pena quantomeno di ricordare i suoi trascorsi e di prenderne le distanze». E al riguardo Israel fa notare «la diversità di trattamento riservata a Giovanni Gentile, di cui tutto si può dire salvo che si fosse compromesso attivamente con le politiche razziali, al quale non si può addebitare alcuno scritto razzista, che fu eliminato con un&#8217;esecuzione sommaria e poi persino accusato di compromissione con il razzismo mentre nulla del genere è stato mai fatto nei confronti di personaggi ben più gravemente compromessi».</p>
<p>Israel giudica scandaloso il caso del matematico Mauro Picone, che in una lettera del 1939 arrivò a scrivere: «Urge che gli scienziati di razza ariana collaborino il più attivamente possibile per mostrare come la scienza possa egualmente progredire anche senza l&#8217;intervento giudaico». Nel dopoguerra Picone la fece franca e poté evitare di fare ammenda. Nel 1946, in ricordo di Guido Fubini, ebbe la sfrontatezza di scagliarsi contro «gli stolti, infami provvedimenti razziali», da lui a suo tempo applauditi e ora definiti «eterna vergogna». Nel 1958, in un necrologio per Guido Ascoli, Picone ritenne opportuno tornare sull&#8217;argomento con queste parole: «La sua (di Ascoli, ndr) vita universitaria ebbe, purtroppo, dal 1938 al 1945, ben sette anni di dolorosa interruzione, a causa di quegli insensati provvedimenti razziali che privarono l&#8217;Italia, in quel lungo difficilissimo periodo, dell&#8217;opera preziosa di cittadini di altissimo valore morale, spirituale ed intellettuale». Incredibile.</p>
<p>Ma il caso più scandaloso, sostiene l&#8217;autore, fu quello del fisiologo Sabato Visco, la cui vicenda, assieme a quella di Nicola Pende, mette in luce, secondo Israel, «il carattere ingiusto e scomposto con cui fu condotta la transizione dal fascismo al postfascismo». Invece «di assolvere i peccati minori o commessi da persone di scarso rilievo e facilmente ricattabili, vi fu una corsa all&#8217;assoluzione dei personaggi più in vista e tra questi dei più potenti, che spesso erano proprio i più compromessi». Una corsa in cui si distinsero i principali partiti dell&#8217;Italia democratica, compresi i comunisti: «Faceva premio su tutto l&#8217;esigenza di accaparrare alla propria parte politica personaggi ritenuti capaci di garantirle un&#8217;egemonia culturale e istituzionale». Sabato Visco non solo aveva fatto pubblica professione di razzismo, ma era stato capo dell&#8217;ufficio per gli studi e la propaganda sulla razza del Minculpop, membro del Consiglio superiore della demografia e della razza ed era stato persino in predicato di divenire direttore de «La difesa della razza». Dopo il 25 luglio del &#8216;43, Visco fu il più lesto di tutti a cancellare le impronte che aveva lasciato nella stagione delle leggi razziali. C&#8217;è una lettera del 7 settembre 1943, scritta da Sergio Sergi, allora direttore dell&#8217;Istituto di antropologia dell&#8217;Università di Roma nonché fidato uomo di Visco, in cui si chiede che la documentazione dell&#8217;Ufficio razza (appena sciolto) sia trasferita nel suo Istituto, per «evitare la dispersione» di quel «preziosissimo materiale scientifico». «Non è malizioso supporre», commenta Israel, «che Sergi si fosse prestato a rendere un servizio al preside della sua Facoltà (Visco, ndr) recuperando quel materiale - prezioso dal punto di vista della storiografia del razzismo, più che da quello della scienza - che poi sparì, come inghiottito nel nulla».</p>
<p>E, grazie a quella sparizione, proprio nel periodo in cui Terni si suicidava, Visco «riuscì non soltanto a tornare alla sua cattedra universitaria, ma a riprendere gran parte delle precedenti posizioni di potere, soprattutto quelle che gli stavano più a cuore e cioè di preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali e di direttore dell&#8217;Istituto nazionale della nutrizione». Con un riferimento indiretto alla vicenda padovana di Tullio Terni, l&#8217;autore ricorda che Visco «non trovò alcuna cellula comunista a diffidarlo minacciosamente dal rientrare nell&#8217;Università e non subì neppure le contestazioni riservate a Pende; eppure tutti sapevano chi fosse e che cosa aveva fatto». L&#8217;autore mostra di conoscere in dettaglio la vicenda. Probabilmente - ma di questo nel libro non parla - perché suo padre, Saul Israel, allievo prediletto del celebre fisiologo Giulio Fano, era stato indotto alle dimissioni in seguito alle battute antisemite di Visco. Giorgio Israel però ha il merito di trattare questo caso, che riguarda da vicino la storia della sua famiglia, in modo asciutto, non dissimile da quello adottato per le altre vicende di cui si è detto. A titolo di ipotesi si rileva che «sicuramente troppe persone - incluse quelle che avevano testimoniato in suo favore (di Visco, ndr) - erano sotto ricatto e, ove avessero tentato di prendere le distanze da lui, avrebbero visto messe in luce le loro responsabilità». E ci si sofferma sulla sua abilità nel trovare appoggi sia all&#8217;interno della Democrazia cristiana che del Partito comunista italiano. Per quel che riguarda il Pci si ricorda come in un dibattito parlamentare dell&#8217;ottobre del 1957 il comunista Mario Alicata facesse ricorso alla testimonianza «autorevole» di Visco per contrastare l&#8217;allora ministro della Pubblica istruzione Aldo Moro. Di passaggio Israel nota come anche Alicata avesse dei trascorsi fascisti, che attraverso l&#8217;esaltazione di Visco contribuiva a «seppellire».</p>
<p>Nel 1952, ricorda Israel, Visco riuscì a ottenere una cospicua dotazione annua per la sua «mediocre creatura», l&#8217;Istituto della nutrizione, a spese del grande Giuseppe Levi «che non ebbe i fondi sufficienti a ricostituire un centro in cui sviluppare le sue ricerche che avevano già raggiunto elevati risultati di livello internazionale». Nell&#8217;ambiente accademico internazionale, soprattutto tra gli italiani, non si era comunque persa memoria di chi fosse davvero Visco. Così nel 1954 quando alla morte di Enrico Fermi egli inviò a nome della Facoltà di scienze dell&#8217;Università di Roma un messaggio di cordoglio alla vedova, fuggita dall&#8217;Italia proprio per le leggi razziali, Emilio Segrè scrisse a Enrico Persico: «Tra i telegrammi ce n&#8217;era uno della facoltà di Roma firmato da Visco; ti comunico che mentre si ringrazia la facoltà, si trova che il firmatario non è gradito e che avrebbe fatto meglio a non farsi ricordare».</p>
<p>A questo punto l&#8217;autore del libro si pone una semplice, inevitabile, domanda: era «possibile che coloro che erano riusciti a conservare le loro posizioni o addirittura ad acquisirne di nuove, entrando a far parte della nuova classe dirigente &#8220;democratica&#8221; del Paese, e che avevano tanti scheletri da nascondere, potessero favorire in qualsiasi modo una memoria fedele di quanto era successo?». O non erano questi ed altri personaggi «piuttosto interessati a contrastare una ricostruzione storiografica corretta degli eventi di cui erano stati colpevoli protagonisti?». È chiaro che un tale genere di studi merita di non essere trascurato. E speriamo che tra qualche anno possa essere messa a disposizione dei cultori della memoria delle persecuzioni antiebraiche una nuova edizione, ancor più arricchita, di questo testo.</p>
<p>(Pubblicato il 15 giugno 2010 - © «Il Corriere della Sera»)</p>
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